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🏚️ Quanto ci è costato il Superbonus?

Buongiorno! Questo è il Punto, la newsletter che ti spiega l’economia e l’attualità in modo semplice e veloce!

Il menù di oggi prevede:

  • 🏚️ Quanto ci è costato il Superbonus?

  • 🇪🇺 Il discorso che salvò l’Europa: Draghi e il “Whatever it takes”

ITALIA

🏚️ Quanto ci è costato il Superbonus?

Il Superbonus era stato introdotto per migliorare l’efficienza energetica delle abitazioni italiane.

Cinque anni e oltre €170 miliardi dopo, il risultato è deludente: l’Italia è ultima in Europa per quota di popolazione che vive in una casa riqualificata energeticamente.

Secondo i dati pubblicati da Eurostat, nel 2025 appena il 2,6% degli italiani viveva in un’abitazione la cui efficienza energetica era stata migliorata nei cinque anni precedenti.

La media europea è del 23,9%. Il confronto con gli altri Paesi è impietoso:

  • 🇳🇱 Paesi Bassi: 60,5%

  • 🇩🇰 Danimarca: 34%

  • 🇫🇷🇸🇮 Francia e Slovenia: 33,3%

Il paradosso è evidente: proprio negli stessi anni in cui questi dati si consolidavano, l’Italia introduceva l’incentivo edilizio più generoso di sempre.

Ma cos’è andato storto?

Cos’è il Superbonus?

Introdotto nel 2020, il Superbonus permetteva di recuperare il 110% delle spese sostenute per interventi di efficientamento energetico e miglioramento sismico degli edifici.

Il beneficio poteva essere utilizzato come detrazione fiscale oppure attraverso lo sconto in fattura e la cessione del credito, consentendo in molti casi di realizzare i lavori senza anticiparne il costo.

L’agevolazione è stata poi progressivamente ridotta fino alla scadenza definitiva del 31 dicembre 2025.

Quanto è costato davvero

I numeri della Corte dei Conti fanno girare la testa:

  • 💸 €229 miliardi: totale dei bonus edilizi (Superbonus, bonus facciate, Ecobonus, ecc.) tra il 2020 e il 2024

  • 🏗️ €165,5 miliardi: la fetta del solo Superbonus 110%

  • 📊 ~€174 miliardi: costo finale stimato del Superbonus, inclusi gli effetti nel tempo, a maggio 2026

Una cifra superiore al valore di diverse manovre finanziarie messe insieme.

E il conto non si è chiuso con la fine dell’incentivo.

Lo sconto in fattura e la cessione del credito hanno trasformato le detrazioni in crediti d’imposta trasferibili. Molti devono ancora essere utilizzati e continueranno quindi a pesare sui conti pubblici nei prossimi anni, sotto forma di minori entrate fiscali.

In pratica, lo Stato sta ancora pagando una misura nata come temporanea.

Il problema, però, non è soltanto quanto abbiamo speso

È soprattutto ciò che abbiamo ottenuto in cambio.

Secondo la Corte dei Conti italiana, servono tra i 24 e i 35 anni per recuperare l’investimento pubblico attraverso il risparmio energetico prodotto.

In alcuni casi, un periodo persino superiore alla vita utile degli impianti installati.

Significa che alcuni interventi potrebbero diventare obsoleti prima di aver generato un risparmio sufficiente a compensare il loro costo per lo Stato.

Ancora più severa è stata la Corte dei Conti europea, che nel luglio 2026 ha indicato il Superbonus come una delle misure di efficientamento più costose e meno convenienti tra quelle mai analizzate in UE.

Il costo stimato è di circa €10 per ogni kWh di energia risparmiato, quasi quattro volte le stime iniziali (in Lituania €1,39, a Cipro sotto €0,51).

A pesare è stata soprattutto l’aliquota del 110%.

Quando lo Stato copre interamente il costo dei lavori, e in alcuni casi rimborsa persino più della spesa sostenuta, famiglie e imprese non hanno alcun incentivo a scegliere il preventivo più conveniente o a contenere i prezzi.

Il costo degli interventi diventa secondario, perché a pagare è soprattutto lo Stato.

E non finisce qui..

Il Superbonus ha prodotto anche altre distorsioni:

  • 🚨 Frodi: oltre €15 miliardi di crediti falsi o irregolari secondo le stime storiche

  • 🏠 Prezzi gonfiati: materiali e manodopera sono diventati più costosi a causa dell’aumento improvviso della domanda

  • 🔁 Lavori già previsti: secondo Banca d'Italia circa il 27% degli interventi sarebbe stato fatto comunque, anche senza bonus

In pratica, più di un euro su quattro ha finanziato lavori che le famiglie avrebbero probabilmente eseguito comunque.

Insomma

Nonostante una spesa monstre da oltre €170 miliardi, l'Italia resta ultima in Europa per quota di popolazione che ha davvero beneficiato di case più efficienti.

È il paradosso perfetto di una politica di incentivi: generosità massima, risultato minimo.

La lezione è chiara: spendere tanto non significa necessariamente spendere bene. Senza una selezione degli interventi, controlli efficaci e tetti di costo, anche le migliori intenzioni rischiano di scaldare più i conti pubblici che le case degli italiani.

E tu, che ne pensi del Superbonus?

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STORIA ECONOMICA

🇪🇺 Il discorso che salvò l’Europa: Draghi e il “Whatever it takes”

Il 26 luglio 2012 non è solo una data nei libri di storia economica. È il giorno in cui, in una Londra soffocata dal caldo e dall’incertezza dei mercati, Mario Draghi – da pochi mesi presidente della Banca Centrale Europea – si presenta davanti a una platea di investitori e giornalisti con una dichiarazione destinata a entrare nella storia:

Nell'ambito del nostro mandato la BCE è pronta a fare tutto il necessario - Whatever it Takes - per preservare l'euro. E credetemi: sarà abbastanza

Quelle parole non erano solo un annuncio: erano un vero spartiacque. Da quel momento, la traiettoria dell’Europa sarebbe cambiata per sempre.

Ma come si arrivò a quel momento? E soprattutto, che eredità ha lasciato all'Europa di oggi?

Per capire il peso di quel discorso, serve tornare indietro solo di qualche mese…

Nel 2012 l’Europa si trovava ancora immersa in una crisi economica senza precedenti, originata dalla tempesta finanziaria partita dagli Stati Uniti nel 2008. La bolla dei mutui subprime e il fallimento di Lehman Brothers avevano travolto le economie occidentali e messo a nudo le fragilità strutturali della zona euro. Gli effetti erano evidenti ovunque:

  • 📈 Spread alle stelle: Italia sopra i 500 punti, Spagna oltre i 600, Grecia sull’orlo del default

  • 📊 Mercati nel panico: gli investitori iniziavano a dubitare della tenuta stessa dell’euro; le banche affrontavano crisi di liquidità, i governi erano costretti a misure di austerità sempre più dure e impopolari

  • 🇪🇺 Risposta politica frammentata: ogni Paese cercava di salvarsi da solo; a peggiorare la situazione, la BCE - allora guidata da Jean-Claude Trichet - ancora legata a una visione rigida e conservatrice con tagli dei tassi troppo lenti, e persino un rialzo dei tassi nel pieno della crisi

Insomma, tutto sembrava spingere l’Europa verso una rottura irreversibile…

Tutto cambiò nel novembre 2011 con l’arrivo di Mario Draghi alla guida della BCE

Con il suo insediamento, la Banca Centrale iniziò a mostrare una diversa sensibilità verso i rischi che stavano minando il futuro dell’Eurozona.

Draghi comprese subito che la priorità era rompere il circolo vizioso tra la sfiducia dei mercati, l’esplosione degli spread e il rischio concreto di default per i Paesi più vulnerabili.

Era necessario restituire credibilità all’euro, ma anche costruire strumenti concreti per difenderlo.

Il discorso di Londra nacque proprio da questa urgenza: trasmettere ai mercati il messaggio che la BCE non sarebbe rimasta spettatrice passiva.

E Draghi pronunciò quella frase che ha fatto la storia

“Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough.”

Con il suo “Whatever it takes”, Draghi compì un atto rivoluzionario: per la prima volta, la BCE si impegnava pubblicamente e senza ambiguità a difendere l’euro “a qualsiasi costo”. La promessa non era vaga, né teorica: lasciava intendere che ogni strumento possibile sarebbe stato messo in campo contro la speculazione finanziaria.

Quella frase bastò, nell’immediato, a ribaltare le aspettative dei mercati. Ma Draghi non si limitò alle parole.

Quali furono, concretamente, le mosse della rivoluzione Draghi?

Nelle settimane successive al discorso di Londra, la BCE annunciò misure senza precedenti:

  • 🏦 Le OMT (Outright Monetary Transactions): un programma che consentiva alla BCE di acquistare titoli di Stato dei Paesi in difficoltà, ma solo in cambio di impegni stringenti sulle riforme. L’OMT era come una pistola carica in bella vista: bastava la sua presenza a far calare bruscamente gli spread – senza nemmeno doverla usare davvero

Ma i problemi strutturali dell’eurozona restavano: bassa crescita, inflazione troppo bassa, debiti ancora pesanti. Draghi, allora, alzò ancora il tiro lanciando, nel 2015:

  • 🚀 Quantitative Easing: per la prima volta nella sua storia, la BCE acquistò direttamente centinaia di miliardi di euro in titoli pubblici e privati, immettendo liquidità nell’economia per sostenere la crescita e alleggerire il peso del debito pubblico

I risultati arrivarono: gli spread di Italia e Spagna si dimezzarono, la crescita tornò – seppur lentamente – e la paura di un collasso dell’euro svanì.

Qual è stata l’eredità del “Whatever it takes“ e della strategia di Draghi?

Il ciclo Draghi alla BCE si chiuse con un euro salvo, la crisi più acuta alle spalle e una nuova consapevolezza: le parole di una Banca Centrale possono valere quanto (e a volte più di) miliardi di euro di interventi reali, se c’è credibilità.

Ma la lezione che ci ha lasciato va oltre: la crisi del 2012 ci ha insegnato che l’Europa, nei momenti più drammatici, può trovare la forza di reagire e di cambiare rotta. Tuttavia, quella stagione ha anche mostrato che una moneta senza una vera unione politica e fiscale resta fragile.

Oggi, davanti alle nuove sfide globali, la storia del “Whatever it takes” ci ricorda che servono coraggio, visione e rapidità d’azione. La vera forza dell’Europa sta nella capacità di unirsi e affrontare insieme le crisi, costruendo basi sempre più solide per il futuro.

Se vuoi scoprire tutti i dettagli, i retroscena e capire davvero come una sola frase abbia cambiato il destino dell’euro, non puoi perderti il nostro video su YouTube 👇️ 

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