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🛠️ Perché trovare lavoratori non basta più

Buongiorno! Questo è il Punto, la newsletter che ti spiega l’economia e l’attualità in modo semplice e veloce!

Il menù di oggi prevede:

  • 🛠️ Perché trovare lavoratori non basta più

  • ⚡ La famiglia che ha costruito un impero elettrificando l’America

IN COLLABORAZIONE CON: Deloitte

🛠️ Perché trovare lavoratori non basta più

Per anni il problema del mercato del lavoro è stato raccontato in modo semplice: mancano lavoratori.

Ma la realtà del 2026 è più sottile e, per certi versi, più scomoda.

Le aziende le persone le trovano. Quello che fanno sempre più fatica a trovare sono persone con le competenze, l'esperienza e la capacità di adattamento richieste da lavori che cambiano a una velocità impressionante.

È quello che si chiama skills gap, il divario tra le competenze che le imprese cercano e quelle realmente disponibili sul mercato.

Dai ruoli alle competenze

Fino a poco tempo fa il lavoro era facilmente definibile attraverso una mansione: eri un contabile, un commerciale, un tecnico o un analista e il tuo ruolo aveva confini chiari ed etichette precise.

Oggi, però, quei confini si stanno sgretolando.

Secondo Deloitte, si tratta di un passaggio da un modello costruito attorno ai ruoli a uno costruito attorno alle competenze.

E i numeri raccontano bene la trasformazione:

  • 📋 Il 63% del lavoro svolto oggi esce già dai confini della job description tradizionale

  • 🔄 L'81% delle persone dichiara di lavorare attraversando funzioni aziendali diverse

In altre parole, alle aziende non servono più solo persone "incasellate" in un ruolo, ma persone capaci di muoversi tra progetti, strumenti, team e problemi diversi.

Da qui il concetto di skills-based organization: organizzazioni che non guardano soltanto al titolo di studio o al job title, ma a ciò che una persona sa davvero fare, e a ciò che può imparare a fare.

A spingere ancora di più questo cambiamento c’è la tecnologia

Intelligenza artificiale, automazione e digitalizzazione non si limitano a sostituire alcune attività ripetitive, ma stanno ridefinendo le competenze stesse necessarie per lavorare.

E qui emerge un dato che fotografa il momento: secondo Deloitte il 79% dei leader si aspetta che la AI generativa trasformi in modo sostanziale la propria organizzazione entro tre anni.

Il problema? Solo un quinto di loro ritiene di essere davvero pronto dal punto di vista del talento disponibile.

È esattamente in questa forbice, tra ciò che sta arrivando e ciò per cui siamo preparati, che lo skills gap si allarga.

Il paradosso: più conta la tecnologia, più contano le doti umane

Verrebbe quindi da pensare che tutti dovrebbero imparare a usare gli strumenti digitali per adattarsi al mercato del lavoro odierno.

E in parte è vero: le aziende cercano capacità digitali, data literacy, familiarità con l'AI, cybersecurity e abilità di interpretare informazioni e maneggiare tecnologie nuove.

Ma c'è un paradosso interessante.

Più la tecnologia avanza, più crescono di valore proprio le competenze che la tecnologia non replica facilmente: il pensiero critico, la creatività, la comunicazione, la collaborazione, il problem solving, il giudizio e l’adattabilità - insomma, quelle che abbiamo imparato a definire soft skills.

Deloitte University ha individuato le Enduring Human Capabilities, definite i nostri “Superpoteri”, ovvero tutte quelle competenze che saranno decisive nei prossimi anni perché non replicabili dall’intelligenza artificiale. Ne ha trovate 6: intelligenza emotiva e sociale, resilienza, curiosità, vere Team connessi, Flessibilità al cambiamento, divergent thinking.

Insomma, il vantaggio competitivo, sottolinea Deloitte, non dipende solo dall'adozione di nuovi strumenti - perché uno strumento si può copiare…

A fare la differenza sono le persone, ovvero la capacità di usare quelle tecnologie con criterio e senso del contesto.

Non basta sapere, serve esperienza

C'è poi un secondo divario, forse ancora più concreto del primo.

Deloitte lo chiama experience gap e cioè la distanza tra ciò che una persona conosce in teoria e ciò che ha avuto davvero occasione di sperimentare sul lavoro.

Nel Global Human Capital Trends 2025 il dato è netto: il 66% di manager ed executive dichiara che la maggior parte dei neoassunti non era pienamente preparata.

E la mancanza più frequente non riguardava le competenze teoriche, ma l'esperienza pratica.

Questo crea un cortocircuito soprattutto per i giovani e per chi cambia settore.

Le aziende chiedono persone già pronte, ma se tutti cercano persone già pronte, diventa difficilissimo costruire l'esperienza necessaria per diventarlo.

E il paradosso si aggrava: molte organizzazioni alzano i requisiti di esperienza, mentre proprio i ruoli entry-level - quelli che dovrebbero servire a fare esperienza - diventano più fragili e difficili da ottenere.

Cosa significa tutto questo per il mercato del lavoro?

Mettendo insieme i pezzi, si arriva a una situazione quasi contraddittoria: il mercato del lavoro rischia di avere contemporaneamente disoccupazione, sottoccupazione e carenza di profili qualificati.

Non perché manchino le persone, ma perché competenze, esperienza e bisogni aziendali non si incontrano più con la facilità di un tempo.

Per questo, secondo Deloitte, la risposta passa dal ripensare il modo in cui le imprese formano, valutano e fanno crescere le persone:

  • 📚 Aggiornando le competenze in modo continuo, non solo all'università o nei primi anni di carriera

  • 🗺️ Mappando meglio le capacità già presenti dentro l'azienda

  • 🔮 Capendo quali competenze serviranno in futuro e costruire percorsi di apprendimento legati al lavoro reale

Il futuro del lavoro, insomma, non sarà una gara tra chi ha più titoli, ma una gara tra chi riesce ad adattarsi più in fretta.

Per i lavoratori significherà imparare di continuo.

Per le aziende, smettere di cercare solo il candidato perfetto e iniziare a costruire attorno alle persone le competenze di cui hanno bisogno.

Perché il vero problema del mercato del lavoro non è soltanto trovare persone, è trovare, sviluppare e trattenere le competenze giuste.

TECH

La famiglia che ha costruito un impero elettrificando l’America

Ogni volta che accendi una luce, ricarichi il telefono o entri in un ufficio, l’elettricità passa attraverso un cavo prodotto da Southwire.

Da quasi 90 anni quest’azienda produce i cavi e i fili elettrici che alimentano milioni di case, aziende e infrastrutture negli Stati Uniti (e non solo). Eppure, fuori dal settore, il nome della società è rimasto quasi sconosciuto.

Southwire è un’azienda privata che ancora oggi appartiene al 100% ai suoi fondatori, la famiglia Richards. Secondo Forbes, il patrimonio della famiglia vale oggi circa $13,1 miliardi.

Ma chi sono i Richards, e come hanno costruito una fortuna che quasi nessuno conosce?

Le origini: elettrificare una casa, poi un intero territorio

Tutto iniziò nel 1937, quando il giovane Roy Richards tornò nella sua contea natale, in Georgia, con un’idea precisa: portare l’elettricità nella casa della nonna.

In quegli anni gli Stati Uniti stavano investendo nell’elettrificazione delle aree rurali attraverso programmi federali dedicati. Richards colse l’opportunità e avviò un’attività specializzata nella costruzione di reti elettriche.

Nel giro di pochi anni arrivò a installare circa 5.600 km di linee nel Sud del Paese.

Ma durante i lavori si rese conto di un problema: per costruire le infrastrutture dipendeva completamente dai fornitori esterni di cavi e materiali elettrici.

Decise quindi di produrli direttamente. Nel 1950 fondò Southwire con:

  • 💸 $80.000 di capitale

  • 👷 appena 12 dipendenti

  • 🔌 un obiettivo: fabbricare internamente i cavi necessari ai suoi progetti

La vera svolta arrivò nel 1963, quando l’azienda brevettò un sistema di colata continua capace di trasformare rame e alluminio direttamente in barre metalliche per la produzione di cavi.

Questa tecnologia permise a Southwire di controllare gran parte della filiera, dalla lavorazione della materia prima fino al prodotto finito.

Inoltre, il sistema di colata continua venne concesso in licenza anche ad altri produttori, diventando un’ulteriore fonte di ricavi per l’azienda.

Secondo Southwire, oggi questa tecnologia viene utilizzata per produrre circa il 50% delle barre di rame destinate a cavi e conduttori elettrici nel mondo.

Da un passo dal fallimento a colosso industriale

Quando Roy Richards morì, nel 1985, il controllo passò al figlio Roy Richards Jr. L’azienda, però, attraversava un momento molto difficile.

La recessione dei primi anni Ottanta, i tassi d’interesse record e il crollo dei prezzi di rame e alluminio avevano messo Southwire sotto una forte pressione finanziaria.

Richards Jr. avviò quindi un processo di profonda riorganizzazione:

  • 🏭 razionalizzò la produzione

  • 🌍 rafforzò la presenza sui mercati esteri

  • 📈 rese l’azienda più efficiente e competitiva

La strategia funzionò: nel decennio successivo il fatturato quadruplicò, raggiungendo circa $2 miliardi.

Da quel momento la crescita non si è più fermata più.

Southwire ha continuato a espandersi attraverso nuove acquisizioni, l’apertura di altri stabilimenti e una gestione sempre più affidata a CEO esterni alla famiglia.

Un gigante nascosto dell’industria americana

Oggi l’azienda:

  • 𐃅produce una quota significativa dei cavi distribuiti sul mercato americano

    🏡 fornisce impianti presenti in milioni di abitazioni

  • 👩‍🏭 impiega oltre 9.000 persone in più di 40 sedi negli Stati Uniti e in altri Paesi

  • 💸 ha raggiunto un fatturato record di circa $9,7 miliardi nel 2025

Nonostante queste dimensioni, Southwire è rimasta una società privata, sempre nelle mani della famiglia Richards.

L’intelligenza artificiale apre una nuova strada per Southwire

Oggi Southwire si trova davanti a una nuova grande opportunità: la crescita dei data center legati all’AI

L’AI richiede infatti enormi quantità di energia. I centri che ospitano i server più avanzati consumano molto più delle infrastrutture informatiche tradizionali e stanno spingendo gli Stati Uniti a potenziare rapidamente le proprie reti elettriche.

Secondo la Federal Reserve, tra il 2021 e il 2025 gli investimenti nei data center sono quadruplicati. E migliaia di nuove strutture sono già in fase di sviluppo.

Per Southwire il collegamento è diretto:

  • ⚡ più data center

  • 🔌 più domanda di energia

  • 🏗️ più reti elettriche da costruire

  • 🧵 più cavi ad alta capacità da produrre

Proprio il settore in cui l’azienda è specializzata.

Per prepararsi a questa nuova fase, Southwire ha ampliato uno stabilimento in North Carolina dedicato ai cavi ad alte prestazioni e ha annunciato investimenti per circa $1,8 miliardi per modernizzare i propri impianti.

Un' impero costruito lontano dai riflettori

La nuova domanda generata dall’intelligenza artificiale rappresenta, in fondo, l’ultima evoluzione di una storia iniziata quasi 90 anni fa.

La storia dei Richards è quella di una famiglia che ha trasformato un’attività nata per portare l’elettricità nelle campagne della Georgia in un colosso industriale fondamentale per l’economia moderna.

Per decenni Southwire ha costruito le infrastrutture invisibili che alimentano case, aziende e città. Ora i suoi cavi sono destinati a diventare una componente essenziale anche della rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

Un impero nato dai fili elettrici e cresciuto senza clamore. Ma che potrebbe vivere proprio adesso il suo capitolo più redditizio.

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