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🇨🇺 Perché Trump vuole Cuba?

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🇨🇺 Perché Trump vuole Cuba?
🛢️ L'Europa torna a fare il pieno in Venezuela
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GEOPOLITICA
🇨🇺 Perché Trump vuole Cuba?

Negli ultimi mesi, Donald Trump ha iniziato a parlare apertamente di "prendersi Cuba", come se stesse parlando di un'acquisizione immobiliare.
"Cuba cadrà presto, è solo questione di tempo", ha dichiarato. E poi ancora: "Posso fare quello che voglio con Cuba. In questo momento è una nazione molto indebolita."
Parole che arrivano mentre l'isola è nel pieno della peggiore crisi economica degli ultimi 30 anni con blackout che durano fino a 20 ore al giorno, ospedali che lavorano con generatori di emergenza, pompe di benzina vuote.
Ma perché, proprio ora, Trump è così interessato a Cuba? E cosa c'entrano Venezuela e Iran con tutto questo?
Per capire il presente, bisogna tornare indietro
Il legame tra Stati Uniti e Cuba è vecchio di oltre un secolo.
Dopo la guerra ispano-americana del 1898, Cuba risultava formalmente indipendente, ma nella pratica era Washington a decidere tutto: una clausola nella Costituzione cubana, l'Emendamento Platt, dava addirittura agli USA il diritto di intervenire militarmente sull'isola ogni volta che lo ritenevano necessario.
Le aziende americane gestivano piantagioni di zucchero, raffinerie, banche e casinò. L'Avana era diventata il paradiso tropicale dei turisti statunitensi, tanto che qualcuno la ribattezza "il bordello d'America".
Nel frattempo, sull’isola cresceva il malcontento con la ricchezza che era in mano a pochi, spesso stranieri, mentre la maggior parte dei cubani viveva in povertà. In quel momento al potere c'era Fulgencio Batista, dittatore amico di Washington ma sempre più contestato in patria.
È in queste circostanze che emerge la figura Fidel Castro, un giovane avvocato che dalle montagne della Sierra Maestra guida una guerriglia armata contro il regime. L'8 gennaio 1959 entra a L'Avana affiancato da Che Guevara, dopo la fuga di Batista.

Che Guevara e Fidel Castro
Una volta al potere, Castro nazionalizza tutto (piantagioni, raffinerie, industrie americane) e si dichiara apertamente marxista-leninista.
Per Washington è uno schiaffo enorme, specialmente in piena Guerra Fredda. La risposta è durissima:
🚫 Embargo totale
✈️ Il disastroso sbarco nella Baia dei Porci (1961)
☢️ La crisi dei missili del 1962, con il mondo sull'orlo della guerra nucleare

Proprio quella crisi segna però una svolta. Per far ritirare i missili sovietici, gli USA si impegnano pubblicamente a non invadere mai Cuba.
Da quel momento, l'isola diventa di fatto intoccabile per Washington.
L’isola che non cade mai
Quando nel 1991 crolla l'URSS, Cuba perde il suo principale alleato e sprofonda nel cosiddetto "Periodo Especial", fatto di razionamenti e fame.
Sembra la fine del regime, ma Castro trova un nuovo alleato: il Venezuela di Hugo Chávez, che dai primi anni 2000 inizia a inviare decine di migliaia di barili di petrolio al giorno a condizioni agevolatissime.

Fidel Castro con il Presidente venezuelano Hugo Chávez
Nel 2014 arriva un'altra svolta inattesa: Obama annuncia la normalizzazione delle relazioni e diventa il primo Presidente americano a visitare Cuba in 88 anni.
La luna di miele dura poco.
Trump, durante il suo primo mandato, inverte quasi tutto quello che aveva fatto Obama.
E il 20 gennaio 2025, il giorno stesso del suo secondo insediamento, firma una serie di provvedimenti che rimettono Cuba nella lista degli Stati sponsor del terrorismo e riattivano tutte le restrizioni commerciali.
Cuba oggi è in ginocchio
I numeri della crisi sono impressionanti:
💰 PIL pro capite di circa $1.000 l'anno, contro una media regionale di oltre $10.000
📉 Economia contratta del 23% dal 2019
✈️ Turismo crollato da 4,7 milioni di visitatori nel 2018 a meno di 2 milioni nel 2025
⛽ Cuba produce 40mila barili di petrolio al giorno, ma ne servono almeno 110mila

Il resto lo importava dal Venezuela.
E qui la storia prende una svolta clamorosa.
Il colpo al Venezuela cambia tutto
Il 3 gennaio 2026, le forze americane conducono un'operazione militare in Venezuela e catturano Nicolás Maduro.
Con quell’operazione, Washington si trova a controllare il flusso di petrolio venezuelano, e la prima cosa che fa è chiudere i rifornimenti verso Cuba.

Poche settimane dopo, il 29 gennaio, Trump firma un executive order che dichiara Cuba una "minaccia insolita e straordinaria" per la sicurezza nazionale.
La misura principale è semplice: chiunque venda petrolio a Cuba rischia dazi punitivi
🇲🇽 Il Messico, secondo fornitore con 20mila barili al giorno, blocca subito le esportazioni
🇷🇺 Anche Russia e Cina diventano più caute
Il blocco energetico diventa totale, anche se non viene mai dichiarato formalmente.
Nel frattempo, l'amministrazione Trump avvia trattative segrete con figure interne al regime cubano, puntando su chi potrebbe gestire una transizione dall'interno.
La precondizione è chiara: fuori l'attuale Presidente Díaz-Canel, e in cambio un alleggerimento delle sanzioni e un'apertura economica controllata.

Il Presidente di Cuba Díaz-Canel
Ma il piano è molto più grande
Per capire cosa sta succedendo davvero, bisogna allargare la mappa fino all'Iran.
E il filo che lega Teheran a L'Avana passa attraverso un concetto preciso: i petroldollari.

Da 50 anni il sistema energetico globale si regge su questo meccanismo: il petrolio nel mondo si compra e si vende in dollari, e questo obbliga tutti i Paesi a procurarsi valuta americana, garantendo agli USA un potere finanziario enorme.
La Cina sta già aggirando questo sistema. Importa l'80-90% del petrolio iraniano pagandolo in yuan, e faceva lo stesso con il Venezuela. Due dei tre Paesi al centro di questa storia, insomma, erano fornitori energetici chiave di Pechino, fuori dal circuito del dollaro e parte dei BRICS.
Cuba, Venezuela e Iran, per Washington, non sono quindi nemici isolati, ma nodi di un sistema alternativo che la Cina sta costruendo e che Trump vuole smantellare prima che diventi irreversibile.
Lo stesso Trump l'ha detto a marzo 2026: "Facciamo prima l'Iran, poi Cuba. In questo momento è una nazione molto indebolita."
La Dottrina Donroe
Questa strategia è riassunta nella National Security Strategy pubblicata nel dicembre 2025, che qualcuno ha ribattezzato informalmente "Dottrina Donroe".
I focus sono tre:
l'emisfero occidentale come zona esclusiva americana
il Medio Oriente da ripulire dall'influenza iraniana
l'Indo-Pacifico da vincere sul piano economico contro la Cina

Cuba, in questa logica, è un test. Se Trump riesce a portarla nell'orbita americana dopo 65 anni di resistenza, il messaggio a Pechino sarà inequivocabile: l'egemonia americana non è negoziabile.
L'isola ha già resistito al Periodo Especial, all'embargo e a decine di tentativi CIA. Ma stavolta si trova davanti a un Presidente che sta smantellando pezzo per pezzo la sua rete di alleati, in un momento in cui quegli stessi alleati hanno fronti ben più urgenti altrove.
Il futuro di Cuba resta in bilico. Ed è solo il prossimo pezzo di un domino che (forse) è già destinato a cadere.
Se vuoi scoprire tutti i dettagli di questa storia e capire cosa potrebbe succedere nei prossimi mesi, non perdere il nostro ultimo video su YouTube! 👇️
ENERGIA
🛢️ L'Europa torna a fare il pieno in Venezuela

Mentre il Medio Oriente continua a tenere il mondo col fiato sospeso, l'Europa si sta muovendo in silenzio su un altro scacchiere energetico: il Venezuela.
Eni e Repsol, due dei principali colossi energetici europei, stanno rimettendo radici nel Paese latinoamericano. E lo stanno facendo con tempistiche e modalità diverse, ma con un obiettivo comune: assicurarsi flussi stabili di petrolio e gas in un momento in cui la diversificazione degli approvvigionamenti è diventata una priorità assoluta per l'Europa.
Eni e Repsol: mosse diverse, stesso obiettivo
Le due compagnie si stanno muovendo su fronti paralleli.

Eni ha appena completato il carico di un milione di barili di greggio pesante venezuelano (la 1ª spedizione diretta verso l'Europa da quasi due anni), partita dal terminal di Jose con destinazione Spagna.
La spagnola Repsol, invece, ha annunciato un accordo più strutturato: la compagnia spagnola ha rilevato il controllo operativo della joint venture Petroquiriquire, di cui detiene il 40% (contro il 60% della compagnia di Stato venezuelana PDVSA). Gli obiettivi dichiarati sono ambiziosi:
Produzione attuale: circa 45.000 barili al giorno
Obiettivo a 12 mesi: +50% di output
Obiettivo a 36 mesi: triplicare la produzione, arrivando a circa 135.000 barili al giorno
L'accordo espande inoltre il perimetro operativo di Repsol, includendo i giacimenti di Tomoporo e La Ceiba.
Come siamo arrivati qui?
Tutto nasce dal gennaio scorso, quando un'operazione statunitense ha portato alla cattura dell'ex presidente Maduro e all'ascesa al potere della sua vice, Delcy Rodriguez.

Da quel momento, il Venezuela ha avviato un graduale riavvicinamento con Washington, e i riflessi sul settore energetico non si sono fatti attendere.
Per anni, Eni e Repsol avevano accumulato crediti verso PDVSA (la compagnia di Stato venezuelana) che non riuscivano a incassare a causa delle sanzioni americane.
Al momento del cambio di regime, il conto ammontava a circa €6 miliardi complessivi.
A febbraio 2026, il Dipartimento del Tesoro USA ha concesso alle due compagnie un salvacondotto ufficiale, autorizzandole a tornare a operare nel Paese.
La scelta di non abbandonare il mercato venezuelano negli anni più difficili, accettando di operare in sostanziale perdita pur di mantenere una presenza, oggi si sta rivelando una mossa vincente.
La riforma che cambia le regole del gioco
Il contesto normativo sta cambiando in modo significativo.
A gennaio, l'Assemblea Nazionale venezuelana ha approvato una riforma del mercato degli idrocarburi che prevede:
🗞️ Maggiori garanzie per gli investitori stranieri
📉 Meno controllo statale sull'industria petrolifera
🤝 Apertura a una più ampia partecipazione privata, con l'obiettivo di attrarre capitali e aumentare la produzione

Per Eni e Repsol, che non devono affrontare i costi di avvio di chi parte da zero, è un'opportunità concreta: possono inserirsi nel nuovo quadro normativo partendo da infrastrutture già operative.
E per l’Europa, cosa cambia?
La produzione venezuelana è oggi ferma a soli1-1,1 milioni di barili al giorno, ben al di sotto del potenziale del Paese, che vanta le riserve accertate più grandi al mondo.
Un rilancio significativo porterebbe all'Europa flussi costanti di greggio che non passano né per lo Stretto di Hormuz né per il Canale di Suez, riducendo l'esposizione alle tensioni mediorientali.
Per un continente che ha ancora una fame enorme di idrocarburi, e con un’industria manifatturiera che soffre quando i prezzi energetici salgono, è un’opzione che vale la pena coltivare.
Resta da vedere se la stabilità politica di Caracas reggerà nel tempo.
Per ora, Eni e Repsol hanno scommesso di sì.
Il ritorno di Eni e Repsol in Venezuela: mossa giusta o scommessa rischiosa? |

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