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🗓️ Perché in Italia non abbiamo la settimana corta?

Buongiorno! Questo è il Punto, la newsletter che ti spiega l’economia e l’attualità in modo semplice e veloce!
Il menù di oggi è offerto da Deloitte:
🗓️ Perché in Italia non abbiamo la settimana corta?
👗 L'UE dice basta ai vestiti bruciati: da oggi è vietato distruggere l'invenduto
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ITALIA
🗓️ Perché in Italia non c'è la settimana corta?

Della settimana corta si parla sempre di più. Tra proposte di legge, campagne sindacali e slogan dei partiti, l'idea di lavorare un giorno in meno a parità di stipendio è ormai entrata nel dibattito pubblico.
C'è chi la vede come la naturale prosecuzione di un percorso avviato il secolo scorso, e chi la considera una favoletta poco attuabile in un Paese come l'Italia.
Dove sta la verità? Per rispondere, bisogna partire da una parola: PRODUTTIVITÀ.
Tutto ruota attorno alla produttività
Per produttività si intende il valore generato in ogni ora di lavoro.
Per capirne l’importanza basta osservare come si è ridotto l’orario lavorativo negli ultimi due secoli: dalle giornate di sedici ore dell’Ottocento alle attuali 40 ore distribuite su 5 giorni.
Questa riduzione, però, non è stata una semplice concessione delle imprese. È il risultato di un meccanismo ben preciso.
Nel corso della storia, le lotte dei lavoratori hanno sempre spinto per diminuire l’orario, ma per le aziende lavorare meno significava rischiare di produrre meno.
Per evitare questo calo, gli imprenditori hanno iniziato a investire in macchinari più moderni e in processi più efficienti, capaci di svolgere in poche ore ciò che prima richiedeva un’intera giornata.
Il risultato è che, pur lavorando meno, si riusciva a produrre quanto prima, se non addirittura di più.
Quel valore aggiuntivo rappresentava nuova ricchezza, un surplus che poteva essere distribuito in tre modi:
📈 una parte diventava profitti per le imprese
💸 una parte diventava salari più alti per i lavoratori
🗓️ una parte, sempre per i lavoratori, si trasformava in ore libere
Il punto, quindi, non è quante ore si lavora, ma quanto valore si riesce a generare in ciascuna di esse.
Quando la produttività aumenta, lo stesso risultato può essere raggiunto in meno tempo. Ed è proprio questo aumento di efficienza che, storicamente, ha reso possibile la progressiva riduzione dell’orario di lavoro.
Ecco perché la settimana corta non si fa per decreto. Prima deve crescere la produttività, poi si lavora meno. E in Italia è proprio qui che si è inceppato tutto.
Il punto in cui ci siamo fermati
Ed è proprio osservando l’andamento dell’orario di lavoro che emerge il ritardo italiano. Fino agli anni Ottanta, le ore lavorate diminuivano in Italia allo stesso ritmo di Francia e Germania. Poi le traiettorie hanno iniziato a divergere

Il risultato, oggi, è impietoso:
i francesi lavorano circa 800 ore in meno rispetto agli anni Sessanta, i tedeschi ancora di più
noi ne lavoriamo tra le 200 e le 300 in più dei cugini francesi e tedeschi
nello stesso periodo PIL e salari reali italiani sono cresciuti molto meno dei loro
Insomma, lavoriamo di più, guadagniamo meno in termini reali e cresciamo più lentamente. E il motivo è la produttività, ferma da decenni.
Negli ultimi 30 anni la produttività per ora lavorata è salita solo del 5,5%, contro il 33,9% tedesco e il 28,4% francese.

Va anche detto che la produttività non è bassa ovunque
In Italia:
🔼 Da una parte i settori ad alto valore aggiunto, come farmaceutica, manifattura avanzata, software e finanza, dove la produttività per ora lavorata è cresciuta anche del 28%
🔽 Dall'altra i settori labour intensive, come turismo, ristorazione e commercio, dove invece è calata
Ed è una differenza strutturale, non una questione di quanto ci si impegna. Pensate al cameriere di oggi e a quello di cent'anni fa. Il lavoro è più o meno lo stesso, perché in quel mestiere la tecnologia incide poco, i margini restano bassi e c'è poco surplus da redistribuire.
Ed è esattamente ciò che sta accadendo in Italia. Nel 2024 le ore lavorate in Italia sono aumentate del 2,3%, ma il valore aggiunto dell’economia solo dello 0,4%. Tradotto, abbiamo lavorato di più senza produrre proporzionalmente di più.
A questo si aggiunge il tema della dimensione d’impresa
Un secondo freno alla produttività del nostro paese è il nanismo d'impresa.

Il 95% delle aziende italiane sono microimprese con meno di 10 dipendenti:
💻 investire in nuove tecnologie
🎓 formare adeguatamente il personale
🌍 entrare nei mercati internazionali
E la dimensione pesa: una microimpresa genera in media €33.700 di valore aggiunto per addetto all'anno, contro gli €87.000 di una grande azienda.
Chi la settimana corta ce l’ha già
Tutto questo spiega perché oggi la settimana corta resti un privilegio di pochi. Non a caso l'hanno introdotta realtà come Intesa Sanpaolo, Lamborghini, EssilorLuxottica e SACE, grandi aziende ad alta marginalità in settori produttivi.
E la stessa logica vale per i paesi dove si è diffusa, da Islanda a Belgio e Regno Unito. Nessuno ha lavorato meno per diventare produttivo: erano già produttivi, e per questo la settimana corta è arrivata come un dividendo naturale, non come una concessione.
Cosa servirebbe per avere la settimana corta in Italia?
Se tutto dipende dalla produttività, ferma da 40 anni, la domanda è una sola: come si riparte? Non con una legge, ma con interventi strutturali e investimenti su più fronti:
🎓 Capitale umano, visto che solo il 31,1% dei giovani italiani è laureato, contro il 44,8% della media UE
🔍 Ricerca e sviluppo, dove investiamo l'1,4% del PIL contro il 3,1% tedesco
🏭 Dimensione e governance delle imprese, per crescere oltre la gestione familiare
🏦 Mercato dei capitali, oggi troppo dipendente dal credito bancario
📑 Burocrazia e infrastrutture, che scoraggiano gli investimenti
Nessuno di questi interventi è rapido o indolore, ma è l'unica strada possibile. Perché la settimana corta è la conseguenza di un'economia che produce abbastanza valore da potersi permettere di lavorare un giorno in meno a parità di stipendio.
Finché non si lavora su questo, resterà quello che è oggi: una realtà per pochi e un sogno per tutti gli altri. Non perché siano meno meritevoli, ma perché la loro economia non produce ancora abbastanza valore.
Se vuoi capire davvero come funziona la produttività e cosa ci frena, non perderti il nostro ultimo video su YouTube! 👇️
UNIONE EUROPEA
👗 L'UE dice basta ai vestiti bruciati: da oggi è vietato distruggere l'invenduto
Per anni è stato il segreto meglio custodito della moda: capi mai indossati e scarpe ancora nella scatola finiti dritti nell'inceneritore. Non perché difettosi, ma solo perché rimasti invenduti o restituiti dai clienti.
Dal 19 luglio, nell'Unione Europea, questa pratica diventa ufficialmente fuorilegge per i grandi marchi.
Ma cosa cambia esattamente?
Entra in vigore il divieto stabilito dal Regolamento europeo sull'Ecodesign: stop definitivo alla distruzione di vestiti, scarpe e accessori ancora integri. Al loro posto scatta l'obbligo di destinarli a riuso, donazione, riciclo o altre forme di recupero, per spingere sull'economia circolare e azzerare lo spreco strutturale.
Le tempistiche cambiano in base alla taglia dell'azienda:
🏢 Grandi imprese: obbligo immediato, da subito
🏬 Medie imprese: tempo fino al 2030 per adeguarsi
🧵 Piccole imprese: restano escluse dal provvedimento
Fuori dal divieto solo i prodotti pericolosi, gravemente danneggiati, difettosi, non conformi o che violano la proprietà intellettuale.
Perché i grandi marchi bruciano i vestiti
Dietro l'abitudine di mandare al macero l'invenduto ci sono due logiche diverse.
Da un lato il lusso: per molti marchi distruggere la merce in eccesso era più conveniente che svenderla, perché una svendita rischiava di:
💸 svalutare il brand
🕵️ alimentare mercato parallelo e contraffazione
Il caso simbolo è Burberry, che nel 2018 ammise di aver distrutto in un anno merce per £28,6 milioni. L'ondata di indignazione costrinse la maison a fare marcia indietro.

Dall'altro lato il fast fashion, che si regge su sovrapproduzione, collezioni lampo e volumi enormi a basso costo. Qui una quota rilevante di merce resta invenduta o torna indietro come reso, e distruggerla era il modo più rapido per liberare i magazzini e far spazio alle nuove collezioni.
Con il nuovo divieto, gestire le eccedenze diventa più costoso e complesso (tra outlet, donazioni, riciclo e rivendita) e cresce la pressione a produrre meno e a prevedere meglio la domanda.
Da oggi, insomma, la scelta etica diventa un obbligo di legge.
La svolta sulla trasparenza
Il regolamento non si limita a vietare, ma obbliga le aziende a mettere le carte in tavola. D'ora in poi dovranno rendere pubblici:
📦 numero e peso dei prodotti invenduti smaltiti nell'anno
❓ i motivi dello smaltimento (e l'eventuale deroga applicata)
♻️ la quota destinata a riuso, riciclo o recupero
🛠️ le misure adottate per prevenire l'accumulo di stock
In pratica, finisce il "segreto del magazzino".

I numeri dello spreco
Perché tutto questo conta? Secondo le stime richiamate da Assoutenti, ogni anno nell'UE:
🔥 fino al 9% dei tessili immessi sul mercato viene distrutto senza essere mai usato
⚖️ parliamo di 594.000 tonnellate di tessuti al macero
🌍 con un impatto stimato in 5,6 milioni di tonnellate di CO2
A gonfiare il fenomeno c'è il boom dell'e-commerce: il tasso medio di reso per l'abbigliamento online è intorno al 20%, cioè un capo su cinque torna indietro, trasformandosi spesso in un costo che le aziende preferivano azzerare con l'inceneritore.
Insomma…
Fino a ieri il fuoco era la soluzione più comoda e invisibile per nascondere gli errori di sovrapproduzione. Da oggi i colossi dovranno ridisegnare filiere e algoritmi di previsione delle vendite, con un doppio potenziale beneficio: meno impatto ambientale e più capi destinati a rivendita scontata o donazione.
E tu cosa ne pensi di questa mossa dell'UE? |

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