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👶 Pensionati dalla nascita

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Il menù di oggi:

  • 👶 Fondo pensione per i neonati

  • 🛡️ Volkswagen trasforma una fabbrica di auto in una fabbrica di armi

ITALIA

👶 Un fondo pensione per i neonati?

Il governo Meloni sta valutando di aprire un fondo pensione a ogni bambino che nasce, con un primo contributo versato dallo Stato. È un'idea che torna alla vigilia di ogni manovra di bilancio, ma questa volta i tecnici del MEF ci stanno lavorando sul serio, in vista della legge di bilancio 2027.

Ma perché proprio un fondo pensione, e perché aprirlo alla nascita?

Perché in Italia nascono sempre meno bambini. Nel 2025 sono stati 355mila, il minimo storico dal dopoguerra, con un calo del 3,9% rispetto al 2024.

Ed è un problema che tocca direttamente le pensioni, perché il nostro sistema pensionistico funziona a ripartizione: i contributi che ogni lavoratore versa non finiscono su un suo conto personale, ma servono a pagare le pensioni di chi è già in pensione oggi. Meno bambini adesso vuol dire meno lavoratori domani, e quindi un sistema che regge con più fatica.

Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, dal Forum di Cernobbio, l'ha riassunta così: "il deserto demografico bussa alla porta". E per questo, ha aggiunto, la prossima manovra dovrà "dare un occhio di riguardo" al tema.

Ma come funzionerebbe esattamente?

Alla nascita verrebbe aperta una posizione previdenziale individuale intestata al bambino, alimentata da tre livelli di versamenti:

  • 🏛️ Lo Stato, che mette il contributo iniziale: l'ipotesi allo studio è di €50 al mese per i primi tre anni di vita dei bambini nati dal 2027, cioè €1.800 su ogni posizione

  • 👨‍👩‍👧 Genitori e familiari, con versamenti volontari: nessun minimo obbligatorio

  • 💼 Il beneficiario stesso, che continua ad alimentare il fondo una volta entrato nel mondo del lavoro

Il capitale servirebbe a integrare la pensione futura, ma si discute anche sulla possibilità di riscattarlo prima, per esempio per coprire le spese di università o formazione.

Il problema, come sempre, sono i soldi

Un emendamento simile, presentato durante la scorsa legge di Bilancio e mai approvato, prevedeva €100 dalla famiglia e €50 una tantum dallo Stato, per un costo di circa €18 milioni.

La versione allo studio oggi è di tutt'altra scala:

  • 💶 Circa €200 milioni solo per il primo anno

  • 📈 Fino a €1 miliardo a regime, quando le generazioni di beneficiari inizieranno a sovrapporsi

Risorse difficilmente reperibili in una manovra che deve già coprire Irpef, pensioni e sanità.

E chi gestirebbe quei soldi?

Qui si apre la partita più delicata.

Perché quei soldi, per crescere, qualcuno deve investirli. E su chi debba farlo ci sono due posizioni:

  • ◀️ Da una parte il ministero del Lavoro e l'INPS, che immaginano un fondo amministrato direttamente dall'Istituto, con la vigilanza della Covip, la commissione che controlla i fondi pensione. Il ragionamento è che se i soldi li mette lo Stato, deve essere lo Stato a gestirli. Il problema è che l'INPS incassa contributi e paga pensioni, ma non ha una struttura per investire sui mercati finanziari

  • ▶️ Dall'altra parte i fondi pensione complementari, cioè gli strumenti che in Italia gestiscono già i risparmi previdenziali privati. Sono di due tipi:

    • 🤝 Fondi negoziali, nati dagli accordi tra imprese e sindacati di categoria

    • 🏦 Fondi aperti, offerti da banche e compagnie assicurative

Perché partire dalla nascita cambia tutto

Si insiste sulla nascita per via della capitalizzazione composta, cioè il reinvestimento dei rendimenti anno dopo anno.

Le simulazioni di JustEtf su un piano di accumulo da €200 al mese fino a 67 anni danno un'idea degli ordini di grandezza (considerando uno scenario mediano, con capitale investito in azioni globali e al netto delle tasse):

  • 👶 Partendo dalla nascita: circa €1,5 milioni in potere d'acquisto di oggi

  • 🎓 Partendo a 18 anni: €690mila, quasi tre volte meno

  • 💼 Partendo a 30 anni: €325mila, circa un sesto

Detto in altri termini: per arrivare allo stesso capitale del neonato, un trentenne dovrebbe versare circa €2.240 al mese, oltre dieci volte tanto. "Il capitale arriva dal tempo, più che dal risparmio", sintetizza Lorenzo Demaria, country manager Italia di JustEtf.

Attenzione però a non leggere queste simulazioni come una promessa. Quei €1,5 milioni vale solo ipotizzando un'inflazione media del 2%, perché al 3% scende già a circa €787mila. E presuppone versamenti mai interrotti per 67 anni, ipotesi tutt'altro che scontata.

Chi ci ha già provato

Versare soldi pubblici su un fondo previdenziale intestato a un bambino non è un'idea inedita. Modelli simili esistono già, all'estero e dentro i nostri confini:

  • 🇩🇪 Germania: la Frühstartrente prevede €10 al mese per ogni ragazzo dai 6 ai 18 anni, versati su un conto previdenziale individuale a capitalizzazione che sceglie la famiglia. Genitori e nonni possono aggiungere altri versamenti e, se il conto non viene aperto, la gestione passa a un sistema collettivo coordinato dalla Bundesbank

  • 🏔️ Trentino-Alto Adige: €300 nel primo anno di vita e €200 l'anno per i quattro successivi, fino a €1.100 complessivi. Il contributo però arriva solo se i genitori versano almeno €100 all'anno in una forma di previdenza complementare intestata al figlio

Il punto non è quanto, ma chi

Il contributo pubblico è piccolo, €1.800 in tre anni non cambiano la vita a nessuno. A fare la differenza sono i decenni che quel capitale si trova davanti, ed è il motivo per cui una cifra modesta versata alla nascita vale più di un incentivo generoso concesso a quarant'anni.

Resta però da decidere chi gestirà quei soldi, con quali regole e con quali costi. E su questo, per ora, nessuna risposta.

Fondo pensione per i neonati, chi dovrebbe gestire i soldi?

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DIFESA

🛡️ Volkswagen trasforma una fabbrica di auto in una fabbrica di armi

Uno stabilimento Volkswagen che produce automobili da oltre un secolo potrebbe presto iniziare a produrre sistemi per la difesa aerea, insieme all'azienda israeliana che ha sviluppato l'Iron Dome.

Succede a Osnabrück, in Bassa Sassonia, dove Volkswagen ha annunciato lunedì un accordo preliminare per cedere la fabbrica e riconvertirla progressivamente alla produzione militare.

Ma cosa prevede esattamente l'accordo?

L'intesa, per ora non ancora definitiva, prevede la cessione dello stabilimento a due soggetti:

  • 🏦 Il fondo d'investimento israeliano Aurelius, che avrà la maggioranza della proprietà

  • 🇩🇪 Lo stato tedesco della Bassa Sassonia, dove si trova la fabbrica

L'obiettivo è trasformare la fabbrica in un centro dedicato alle tecnologie per la sicurezza e la difesa. Il primo progetto dovrebbe concentrarsi sulla produzione di sistemi e componenti per la difesa aerea destinati a Germania ed Europa.

Per farlo, i nuovi proprietari collaboreranno con Rafael, azienda statale israeliana della difesa conosciuta soprattutto per aver sviluppato l'Iron Dome.

L’Iron Dome è il sistema di difesa antimissile israeliano pensato per intercettare razzi nemici

Molti dettagli dell'operazione, però, devono ancora essere definiti.

Non si conoscono il prezzo della vendita, la struttura esatta della nuova società e i termini della collaborazione con Rafael. L'accordo dovrà inoltre ricevere il via libera delle autorità tedesche competenti.

Perché Volkswagen sta vendendo

La cessione non arriva all'improvviso.

Nel 2024 Volkswagen aveva raggiunto un accordo con IG Metall, il principale sindacato tedesco dei metalmeccanici, impegnandosi a trovare una nuova destinazione industriale per lo stabilimento di Osnabrück.

La riconversione permetterebbe di evitare la chiusura completa della fabbrica e, secondo la rappresentante dei lavoratori Daniela Cavallo, di salvare almeno 1.200 dei circa 1.800 posti di lavoro attuali.

Una soluzione importante soprattutto considerando il momento attraversato da Volkswagen:

  • 📉 Nel 2025 il gruppo ha chiuso con €6,9 miliardi di profitti, ma l'utile era calato del 44% rispetto ai €12,4 miliardi del 2024

  • 📊 Si tratta di circa la metà dell'utile del 2019

  • 🔻 Nel secondo trimestre del 2026 i profitti sono scesi di un ulteriore 33% rispetto allo stesso periodo dell'anno prima

Il problema, insomma, non riguarda solo Osnabrück.

Ma non tutti sono d'accordo

La riconversione ha aperto un dibattito che riguarda sia l'ingresso della fabbrica nel settore degli armamenti sia il coinvolgimento di un'azienda israeliana.

La questione è particolarmente sentita a Osnabrück, città che si definisce “città della pace” e dove negli ultimi mesi si sono svolte diverse proteste contro il progetto.

Dall'altra parte c'è però l'argomento sostenuto dai rappresentanti dei lavoratori: senza un nuovo utilizzo industriale, lo stabilimento rischierebbe semplicemente di chiudere. E con lui sparirebbero anche quei 1.200 posti.

Può diventare un modello per Volkswagen?

Potenzialmente sì, ma solo fino a un certo punto.

A inizio settembre Volkswagen ha presentato un nuovo piano di riduzione dei costi che prevede la potenziale riconversione degli stabilimenti di Emden, Hannover, Neckarsulm e Zwickau, dove alcuni modelli attualmente prodotti arriveranno a fine ciclo tra il 2031 e il 2034. Il piano prevede inoltre il taglio di altri 50mila posti di lavoro entro il 2030.

Osnabrück potrebbe quindi diventare un precedente: invece di chiudere una fabbrica automobilistica, venderla e convertirla alla produzione militare.

C'è però un limite. Gli altri quattro impianti sono molto più grandi di quello di Osnabrück, e uno schema che funziona su 1.800 operai non è detto regga su numeri ben superiori.

E Volkswagen non è l’unico caso

Il passaggio dall'automotive alla difesa sta iniziando a interessare diverse aziende europee:

  • 🇫🇷 Renault ha avviato con Turgis Gaillard la produzione di droni negli stabilimenti di Le Mans e Cléon

  • 🇮🇹 Iveco ha scorporato la divisione difesa e l'ha ceduta a Leonardo per circa €1,6 miliardi

  • 🇩🇪 Rheinmetall guarda apertamente a impianti, tecnologie e competenze del mondo automotive

Dove porta tutto questo?

Dentro lo stesso capannone si stanno incontrando due movimenti opposti:

  • ◀️ Da una parte la crisi dell'auto europea, schiacciata dalla competizione cinese, da una transizione all'elettrico mai davvero decollata e dai dazi al 25% imposti da Trump sulle auto prodotte all'estero.

  • ▶️ Dall'altra il riarmo tedesco, che di fabbriche e di operai qualificati ha un bisogno crescente.

Per i 1.200 lavoratori di Osnabrück il risultato è una buona notizia, perché il posto resta. Per l'Europa è qualcosa di più ambiguo, il segnale di un continente che, non riuscendo più a competere su ciò che ha sempre saputo fare, sceglie di produrre altro.

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