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🚗 Volkswagen taglia 100mila posti: il lungo tramonto dell'auto europea

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Il menù di oggi:
🚗 Volkswagen taglia 100mila posti: il lungo tramonto dell'auto europea
🇻🇪 Venezuela: il terremoto che scuote un Paese già in ginocchio
AUTOMOTIVE
🚗 Volkswagen a rischio 100mila posti: il lungo tramonto dell'auto europea

100.000 posti di lavoro. Quattro fabbriche. È questo il prezzo che Volkswagen è pronta a pagare per sopravvivere.
Il colosso di Wolfsburg si prepara al più grande ridimensionamento della sua storia. E no, non si tratta di un fulmine a ciel sereno, ma è il punto di arrivo di una crisi annunciata.
Il piano: tagli, chiusure e ristrutturazione profonda
Secondo alcune indiscrezioni, il CEO Oliver Blume avrebbe presentato al consiglio di gestione un piano ancora più severo rispetto a quello discusso a marzo, quando si parlava di circa 50.000 tagli entro il 2030. Ora l’ipotesi raddoppia.
Sul tavolo, però, c'è molto di più di un taglio al personale:
🏭 Chiusura nel medio termine degli stabilimenti VW di Hannover, Zwickau ed Emden, più la fabbrica Audi di Neckarsulm
💸 Riduzione degli investimenti di circa il 15%, fino a poco più di €130 miliardi nei prossimi cinque anni
✂️ Taglio dei costi di struttura per €11 miliardi entro fine decennio
🏢 Scorporo del marchio Volkswagen e della divisione componentistica in entità separate, per facilitare future quotazioni in Borsa
Il gruppo impiega oggi circa 657.000 persone. Tagliarne 100.000 significherebbe una trasformazione radicale del suo modello industriale, costruito per decenni su grandi volumi produttivi e occupazione stabile.

Le radici della crisi
Per capire questa situazione bisogna tornare indietro di alcuni anni.
Dopo lo scandalo Dieselgate (scandalo sulle emissioni delle auto diesel Volkswagen), Volkswagen ha puntato con forza sul mercato cinese, considerato il motore della crescita globale e della transizione elettrica. Tra il 2018 e il 2024 il gruppo ha investito circa $13 miliardi nel Paese.
Tuttavia, la strategia non ha prodotto i risultati attesi. Storicamente dominante nel mercato cinese delle auto tradizionali, Volkswagen si è trovata in difficoltà nella transizione verso elettrico e ibrido, dove competitor locali come BYD hanno guadagnato rapidamente terreno.
A questo si sono aggiunti:
🇺🇸 I dazi statunitensi, che hanno colpito duramente le esportazioni del gruppo verso gli USA
🏎️ La costosa ristrutturazione di Porsche, controllata dal gruppo, che sta attraversando un difficile e dispendioso rinnovamento
I conti del gruppo
I dati del primo trimestre 2026 raccontano questa crisi:
📉 Utile netto -28% rispetto allo stesso trimestre nel 2025 , a €1,56 miliardi
💶 Ricavi in calo del 2%, a €75,7 miliardi
🚗 Vendite crollate del 20% in Cina, il mercato più importante
🇺🇸 Dazi statunitensi che costano al gruppo circa €4 miliardi all'anno
Un dato sintetizza bene la situazione: solo 3,3 centesimi di ogni euro di ricavi si trasformano in profitto operativo. Con margini così sottili, ogni scossone si sente in modo brutale.
Un problema europeo, non solo tedesco

La crisi di Volkswagen non è un caso isolato, ma si inserisce in una trasformazione più ampia dell’industria automobilistica europea.
Basta pensare al gruppo Stellantis, che sta spostando sempre più il proprio focus sull’America a scapito dell’Europa.
Il quadro generale è complesso: costi energetici elevati, crescita economica debole, pressione demografica e concorrenza cinese sempre più aggressiva stanno erodendo la competitività del settore in Europa.
La fine di un’era industriale
La crisi di Volkswagen non riguarda solo un’azienda, ma l’intero modello industriale europeo.
Per decenni la Germania è stata il cuore dell’automotive mondiale, capace di unire produzione di massa, innovazione e stabilità occupazionale.
Oggi quello scenario è cambiato. La concorrenza globale, la transizione elettrica e le nuove dinamiche geopolitiche stanno ridisegnando gli equilibri del settore.
Per Volkswagen, il ridimensionamento potrebbe non essere una scelta tra le tante, ma l’unica strada per adattarsi a un’industria che non è più quella di prima.
E tu cosa ne pensi? |
INTERNAZIONALE
🇻🇪 Venezuela: il terremoto che scuote un Paese già in ginocchio

Il 25 giugno un violento terremoto ha colpito il Venezuela, un Paese già da anni in forte difficoltà. Le prime stime parlano di 589 vittime e 50.000 dispersi, anche se il bilancio resta ancora provvisorio e destinato probabilmente a crescere.
Non si tratta però solo di una tragedia naturale. Il sisma si è abbattuto su un Paese già segnato da una lunga crisi economica, sociale e politica, rendendo ancora più drammatica una situazione che era fragile da tempo.
Un Paese già in difficoltà prima del sisma
Per decenni il Venezuela ha fatto affidamento quasi esclusivamente sul petrolio, che da solo garantiva la maggior parte delle entrate dello Stato.
Quando i prezzi del greggio sono crollati e la produzione si è inceppata, complici cattiva gestione, mancati investimenti e le dure sanzioni statunitensi, l'intera economia è andata in tilt, senza altri settori in grado di reggere il colpo.
E, difatti, il Paese ha registrato una profonda contrazione del PIL, accompagnata da inflazione elevata, salari molto bassi e carenze diffuse nei beni essenziali.
Negli ultimi mesi due fattori hanno pesato in modo particolare sulla popolazione:
🍞 L'aumento dei prezzi alimentari, che ha reso difficile l'accesso al cibo per gran parte della popolazione
💸 L'instabilità della moneta, che continua a bruciare il valore dei risparmi
Il risultato è un’economia ancora estremamente fragile.
Le sanzioni allentate
Per far fronte all’emergenza umanitaria, gli Stati Uniti hanno deciso di sospendere temporaneamente alcune sanzioni fino al 23 ottobre 2026. L’obiettivo è quello di facilitare l’arrivo degli aiuti e le operazioni di soccorso, soprattutto attraverso canali umanitari e transazioni legate all’emergenza.
Rimangono però in vigore le sanzioni strutturali, in particolare quelle che riguardano il sistema politico e il settore petrolifero.
La linea di Washington è chiara: separare l’emergenza umanitaria dal confronto politico.
Un quadro politico ancora instabilie
Sul piano politico, il Venezuela ha vissuto una svolta improvvisa all’inizio del 2026. Il 3 gennaio 2026 le forze speciali statunitensi hanno catturato a Caracas l'allora presidente Nicolás Maduro e la moglie, trasferendoli negli Stati Uniti. Maduro è stato incriminato a New York per narcotraffico e narcoterrorismo, si è dichiarato non colpevole, definendosi "prigioniero di guerra" e oggi rischia l'ergastolo.

Due giorni dopo, il 5 gennaio, a giurare come presidente ad interim è stata Delcy Rodríguez, vicepresidente dal 2018 e per anni una delle fedelissime di Maduro. All'inizio ha denunciato la cattura del predecessore come un "sequestro". Poi, però, ha capito che poteva trasformare la situazione in un'opportunità: invece di opporsi a Washington, ha scelto di trattarci.
Il patto, di fatto, è questo: lei resta al potere, e in cambio dà agli Stati Uniti ciò che volevano. Così ha aperto le riserve petrolifere venezuelane agli investitori privati e ha iniziato a smantellare il vecchio cerchio magico di Maduro.
La risposta americana è arrivata subito: gli USA l'hanno riconosciuta come unica capo di Stato, hanno tolto le sanzioni che la colpivano e hanno riaperto l'ambasciata a Caracas, chiusa da sette anni.
Ma attenzione: non è una transizione verso la democrazia. È lo stesso sistema di potere chavista che sopravvive, semplicemente cambiando protettore.
🔄 I fedelissimi di Maduro vengono epurati uno a uno, spesso su pressione diretta della Casa Bianca
🛢️ Il petrolio nazionale viene aperto ai privati, dopo la caduta delle sanzioni sul commercio di greggio
🗳️ Di nuove elezioni, però, ancora nessuna traccia, nonostante l'obbligo di indirle entro 30 giorni
Insomma, più che una svolta, una riorganizzazione del potere sotto una nuova regia, questa volta con il via libera, e la supervisione, di Washington.
Insomma…
Il terremoto del 25 giugno non ha creato la crisi del Venezuela, ma l’ha resa improvvisamente più visibile e più grave.
Una catastrofe naturale si è innestata su fragilità già consolidate, amplificando l’impatto su una popolazione provata da anni di difficoltà.
E mentre il Paese conta i suoi morti, anche la solidarietà internazionale deve passare attraverso il filtro della geopolitica: aiuti sì, ma con le sanzioni politiche ancora in piedi e un potere che si riorganizza senza cambiare davvero.
In Venezuela, persino il soccorso ha le sue condizioni.

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