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🏎️ Marchionne: l'uomo che ha salvato la FIAT (ma a che prezzo?)

Buongiorno! Questo è il Punto, la newsletter che ti spiega l’economia e l’attualità in modo semplice e veloce!

Ecco cosa offre il menù di oggi:

  • 🏎️ Marchionne: salvatore o traditore?

  • 🚢 Lo Stretto di Hormuz è bloccato: e ora?

STORIE IMPRENDITORIALI

🏎️ Marchionne: salvatore o traditore?

Quando si parla di industria automobilistica italiana, c'è un nome che divide l’opinione pubblica: Sergio Marchionne.

Per alcuni è il manager che ha salvato la FIAT dal fallimento e l’ha trasformata in un gigante globale. Per altri, è quello che ha tradito l'Italia, svuotando le fabbriche e spostando il cuore dell'azienda fuori dai confini nazionali.

La verità, probabilmente, sta nel mezzo…

La FIAT prima di Marchionne

All'inizio degli anni Duemila, FIAT è un disastro industriale e finanziario:

  • 👇️ Perdite per oltre €6 miliardi l'anno, circa €5 milioni al giorno

  • 📉 Debiti enormi

  • 🚘️ Gamma di prodotti vecchia e poco competitiva

  • 📊 Titolo crollato dell’80%

A peggiorare le cose, nel gennaio 2003 muore Giovanni Agnelli e la famiglia si trova a decidere in fretta chi mettere al comando per salvare l’azienda dal baratro.

Giovanni Agnelli e Marella Caracciolo con i due figli e i nipoti

La scelta di John Elkann ricade su un manager italo-canadese con un track record nei risanamenti aziendali. Il suo nome è Sergio Marchionne.

Chi è Marchionne?

Nato a Chieti nel 1952, emigrato in Canada a 14 anni, Marchionne si è costruito un curriculum fuori dal comune con tre lauree in Filosofia, Giurisprudenza e Discipline Commerciali.

Una combinazione strana solo in apparenza. Perché quel mix di analisi critica, rigore logico e numeri diventerà il suo marchio di fabbrica.

Dopo varie esperienze in consulenza, finanza e industria, si trasferisce in Svizzera dove riesce a risanare prima il gruppo Alusuisse-Lonza e poi SGS, raddoppiandone gli utili e facendo volare il titolo in Borsa.

I risultati attirano l’attenzione anche fuori dai confini svizzeri, fino ad arrivare ai vertici della famiglia Agnelli. Lo chiamano a Torino e nel 2004, a 52 anni, viene nominato amministratore delegato di FIAT

Marchionne a capo di FIAT

Quando arriva, il titolo FIAT vale poco più di €4 per azione.

Marchionne capisce subito che non c'è tempo per i compromessi e agisce con scelte drastiche:

  • 🪓 Taglia livelli gerarchici e licenzia circa 200 dirigenti della vecchia guardia

  • 🧑‍💼 Promuove giovani talenti dalle seconde linee, come Luca De Meo

  • 🏭 Visita tutti gli stabilimenti nei primi 40 giorni, parlando direttamente con gli operai

Ma riorganizzare non basta: per uscire davvero dalla crisi servono soldi, e servono in fretta.

Ed è qui che Marchionne tira fuori il suo colpo da maestro

Qualche anno prima del suo arrivo, FIAT aveva stretto un accordo con General Motors che conteneva una clausola particolare: FIAT poteva in qualsiasi momento obbligare GM a comprarla.

Nel 2004 General Motors è in piena crisi finanziaria e non può permettersi di acquistare FIAT, ma allo stesso tempo quell'obbligo contrattuale esiste e GM non può ignorarlo.

In pratica, o GM compra FIAT, con un’operazione che la affosserebbe ancora di più, oppure paga per liberarsi dall'obbligo.

Marchionne si presenta al tavolo delle trattative con sole 4 persone (contro le 40 di GM) e un foglietto con qualche appunto.

Dopo settimane di negoziati, quegli appunti diventano realtà: General Motors stacca un assegno da €2 miliardi pur di liberarsi dalla clausola.

Con quei soldi, Marchionne riduce i debiti, rilancia i modelli e riorganizza la produzione. E i risultati sono evidenti da subito:

  • Nel 2005 FIAT torna in utile

  • Nel 2006 l'utile netto supera il miliardo di euro 

  • Nel 2007 arriva la nuova Fiat 500, che diventa un'icona globale con oltre 2 milioni di unità vendute

E poi è arrivata Chrysler

Quando la crisi del 2008 travolge il mondo dell'automobile, dall'altra parte dell'Atlantico una delle vittime più illustri è Chrysler, storica casa automobilistica americana.

Chrysler accumula oltre $7 miliardi di debiti e finisce sotto la tutela del governo statunitense, che deve intervenire con miliardi di dollari per evitare il collasso.

Marchionne, però, dove tutti vedono un disastro ci vede un'opportunità.

Nel 2009 FIAT entra nel capitale di Chrysler con una quota del 20% e lo fa senza investire denaro, mettendo sul tavolo tecnologia e competenze ingegneristiche in cambio della gestione operativa e del piano di rilancio.

L’amministrazione Obama dà il via libera.

Sergio Marchionne e Barack Obama

Anche qui, Marchionne applica il suo metodo: riorganizzazione, taglio dei costi e focus sui modelli più redditizi per il mercato americano, in particolare SUV e pick-up.

In pochi anni Chrysler torna a generare cassa.

Tra il 2011 e il 2014, Marchionne aumenta progressivamente la quota di FIAT in Chrysler fino a raggiungere il controllo totale.

Nel 2014 i due gruppi si fondono ufficialmente dando vita a FCA, Fiat Chrysler Automobiles, un gigante che riunisce marchi iconici come Fiat, Chrysler, Jeep, Dodge, Ram, Alfa Romeo, Maserati e Ferrari.

Ma la nuova società ha sede a Londra e domicilio fiscale nei Paesi Bassi. Una scelta coerente con la dimensione globale del gruppo, ma che in Italia alimenta polemiche e rafforza l’idea di un baricentro sempre più lontano da Torino.

Dentro FCA c’è un marchio diverso dagli altri: Ferrari

Per Marchionne, Ferrari è un'azienda con un potenziale finanziario enorme e tenerla all’interno del gruppo FCA rischia di limitarne la crescita.

La sua idea è quella di scorporarla da FCA e quotarla in Borsa come società indipendente.

L'operazione è un trionfo. Ferrari debutta con una capitalizzazione di €9,5 miliardi, che crescerà fino a €34 miliardi nel 2018 e addirittura €92 miliardi nel 2025.

Un risultato che consolida l’immagine di Marchionne come stratega capace di creare valore ben oltre il semplice rilancio industriale.

Ma perché allora si parla di ”tradimento”?

Perché, nel 2010, in piena euforia, Marchionne annuncia “Fabbrica Italia”: un piano da €20 miliardi per rilanciare gli stabilimenti italiani e aumentare la capacità produttiva nazionale.

Il messaggio, per lavoratori e territori, è chiaro: l’Italia tornerà centrale nella strategia del gruppo.

I fatti, però, prendono un’altra direzione:

  • 📉 Tra il 2007 e il 2013, la produzione nazionale crolla da oltre 1,2 milioni di veicoli a meno di 500 mila

  • ⏸️ La cassa integrazione diventa strutturale

  • 🏭️ Molti impianti lavorano a ritmo ridotto

  • 🇺🇸 Negli USA e in Messico, intanto, la capacità produttiva cresce

Lo stesso Marchionne arriverà ad ammettere che il progetto “Fabbrica Italia“ è superato, perché il mercato europeo non giustifica quegli investimenti.

Per molti lavoratori e per l'opinione pubblica è un vero e proprio tradimento.

Il “miracolo Marchionne“

Quando è arrivato, nel 2004, FIAT valeva in Borsa appena €5 miliardi e bruciava milioni ogni giorno. Quando muore, nel luglio 2018, FCA e Ferrari valgono insieme circa €80 miliardi, con l'ultimo bilancio che chiude con utili per €3,6 miliardi.

Marchionne ha salvato l'azienda smontando il modello industriale che aveva retto per un secolo. Ha creato un gruppo globale competitivo, ma ha rotto il patto storico tra FIAT e l'Italia. Ha generato valore per gli azionisti, ma ha delocalizzato la produzione e ridotto l'occupazione nel nostro Paese.

E questo trend non si è fermato con lui. Nel 2021, dalla fusione tra FCA e il gruppo francese PSA, è nata Stellantis, quarto costruttore mondiale, con sede nei Paesi Bassi e un baricentro produttivo sempre più lontano dall'Italia.

I brand del gruppo Stellantis

Insomma, quello che era iniziato come un salvataggio eroico nel 2004 si è trasformato, vent'anni dopo, in una progressiva uscita dell'Italia dal centro della scena automobilistica globale.

E la storia ricorderà Marchionne come responsabile di entrambe le cose: aver evitato il fallimento e, allo stesso tempo, aver archiviato definitivamente l’era della FIAT come cuore industriale del Paese.

Se vuoi scoprire tutto sulla vita e la carriera di Sergio Marchionne, con dettagli inediti e curiosità, non perdere il nostro ultimo video in collaborazione con Chapeau! 👇️

GEOPOLITICA

🚢 Lo Stretto di Hormuz è bloccato: e ora?

La guerra in Iran e gli attacchi nel Golfo Persico stanno creando enormi problemi al traffico marittimo nella regione, con conseguenze dirette sui prezzi di petrolio e gas.

Il motivo? Tutto ruota intorno allo stretto di Hormuz, uno dei passaggi energetici più importanti al mondo.

Ma perché lo Stretto di Hormuz è così importante?

Si tratta di un corridoio largo appena 33 km, stretto tra l'Iran a nord e l'Oman a sud, da cui transitano:

  • circa 20 milioni di barili di petrolio ogni giorno

  • il 27% del petrolio mondiale

  • il 20% del gas naturale liquefatto globale (GNL)

Insomma, uno dei punti più strategici al mondo per il commercio di energia.

Il problema è che l'Iran controlla una delle due sponde e, nel fine settimana, ha cercato di bloccarlo. E sebbene non si sia ancora arrivati a un blocco formale, i traffici sono ridotti ai minimi, con decine di navi ferme da entrambi i lati.

Chi rischia di più da questa chiusura?

I Paesi più esposti sono quelli asiatici, visto che l'80% delle risorse di petrolio e gas a loro destinate arrivano proprio da Hormuz:

  • 🇨🇳 La Cina è il maggior importatore di greggio attraverso lo Stretto e potrebbe subire shock pesanti

  • 🇯🇵🇰🇷 Giappone e Corea del Sud dipendono fortemente da queste forniture

  • 🇮🇳 Per l'India è soprattutto una questione di sicurezza alimentare: l'85% del GPL utilizzato per cucinare passa da lì

E l’Europa?

L’Europa è meno dipendente dal petrolio che passa fisicamente dallo stretto rispetto all’Asia, ma è vulnerabile sul fronte del GNL.

Il Qatar è uno dei principali esportatori mondiali di GNL e gran parte delle sue spedizioni passa proprio da Hormuz.

Dopo la guerra in Ucraina, molti Paesi europei hanno aumentato le importazioni di gas liquefatto qatariota per ridurre la dipendenza dalla Russia. Una crisi prolungata nel Golfo rischia quindi di colpire anche il mercato europeo.

La reazione dei mercati

I mercati energetici hanno reagito istantaneamente:

  • 🇺🇸 Quotazione WTI (riferimento USA): da $67 a $72 al barile (+7%)

  • 🇪🇺 Brent (riferimento europeo): +7%, fino a $77 al barile

  • ⛽ Il prezzo del GNL è schizzato del +36%, arrivando a €43,80 al megawattora

Il punto è che quando il prezzo dell’energia aumenta, l’effetto si propaga: carburanti più cari, elettricità più costosa e pressione sui prezzi di beni e servizi.

E ora che succede?

Molto dipenderà dalla durata della crisi. Se la tensione rientra rapidamente e il traffico riprende in modo regolare, l’impatto potrebbe restare limitato a un picco temporaneo dei prezzi. Se invece l’instabilità dovesse prolungarsi per settimane o mesi, il rischio è un vero e proprio shock energetico globale.

Le rotte alternative esistono, ma sono più lunghe e costose. E quando i costi logistici aumentano, il conto finale arriva sempre a imprese e consumatori.

Insomma, lo Stretto di Hormuz non è solo un punto sulla mappa: è uno snodo da cui passa una parte fondamentale dell’energia mondiale. E quando quell’ingranaggio si inceppa, l’effetto si sente ovunque, dalle borse internazionali fino alle nostre bollette di casa.

Secondo te, quanto durerà la crisi nello stretto di Hormuz?

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