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💶 La legge Fornero: la riforma che tutti promettono di cancellare

Buongiorno, io sono Sara! Questo è il Punto, la newsletter che ti spiega l'economia e l'attualità in modo semplice e veloce!

Il menù di oggi:

  • 💶 La legge Fornero: la riforma che tutti promettono di cancellare

  • ☢️ La Cina sta vincendo la corsa al nucleare

ITALIA

💶 La legge Fornero: la riforma che tutti promettono di cancellare

C'è una legge che, da quindici anni, torna puntualmente al centro di ogni campagna elettorale. Cancellarla, superarla o almeno alleggerirla l'hanno promesso tutti, da Salvini a Di Maio, da Meloni alla sinistra e ai sindacati.

Eppure quella legge è ancora lì, intatta. Anzi, ogni anno che passa diventa un po' più severa.

Parliamo della riforma delle pensioni firmata da Elsa Fornero, approvata nel dicembre 2011 nei giorni più duri della crisi del debito e da allora rimasta la spina dorsale del nostro sistema previdenziale.

Ma perché quella riforma era diventata necessaria? E perché, nonostante quindici anni di promesse, nessuno è mai riuscito davvero a toccarla?

Per rispondere bisogna tornare al 2008

Nel settembre 2008 il fallimento di Lehman Brothers fa esplodere la più grande crisi finanziaria dal 1929. Anche l'Italia ne paga il conto, con il PIL che crolla nel 2009 e il rapporto tra debito pubblico e PIL che schizza verso l'alto.

Il vero problema, però, arriva qualche mese più tardi, quando in Europa scoppia la crisi dei debiti sovrani. Gli investitori cominciano a temere che i Paesi più fragili del continente non riescano a ripagare i propri debiti e, per continuare a prestare loro soldi, pretendono interessi sempre più alti. È quello che succede a Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna, dove i rendimenti dei titoli di Stato volano alle stelle.

Nel mirino, però, finisce anche il nostro Paese ed è così che, nell'estate 2011, la tempesta arriva anche in Italia:

  • 📈 Lo spread tra BTP e Bund passa dai 170 punti di gennaio ai 400 di agosto

  • 📉 I declassamenti delle agenzie di rating si moltiplicano

  • 🔥 Il 9 novembre lo spread tocca il record di 574 punti e il decennale arriva al 7,42%

Mentre le grandi banche globali annunciano il taglio della propria esposizione sul debito italiano, il governo Berlusconi continua a negare la crisi, arrivando a dire che «i ristoranti sono pieni, sugli aerei si fa fatica a trovare posti». La realtà, però, è un'altra, e il rischio ormai concreto è che l'Italia non riesca più a rifinanziare il proprio debito e finisca in default tecnico.

È a quel punto che la politica si muove. Il 12 novembre Berlusconi è costretto a dimettersi e al suo posto arriva un governo tecnico guidato da Mario Monti, con un mandato molto preciso, ovvero evitare che l'Italia faccia la fine della Grecia.

Perché proprio le pensioni

La risposta di Monti è la manovra «Salva Italia»: nuove tasse, tagli alla spesa e riforme strutturali, dall'IMU sulla prima casa all'imposta di bollo sui titoli finanziari.

Ma la voce su cui il governo punta di più è la spesa pensionistica, per cui l'Italia spende molto più degli altri Paesi europei.

Il problema è che toccare le pensioni è l'operazione politicamente più impopolare che esista. Per questo Monti sceglie un'economista esperta di sistemi previdenziali: Elsa Fornero.

Cosa cambia davvero la legge Fornero

  • 👵 Età pensionabile: dal 2012 sale a 66 anni per gli uomini e per le donne del pubblico, con salita graduale entro il 2018 per le donne del privato e le autonome. Sparisce la vecchia disparità (65 anni gli uomini, 60 le donne)

  • Pensione anticipata: la vecchia «pensione di anzianità» cambia nome e requisiti. Servono 42 anni e 1 mese di contributi per gli uomini, 41 e 1 mese per le donne

  • 📅 Aggancio all'aspettativa di vita: le soglie si adeguano ogni 2 anni e non più ogni 3. Sembra un dettaglio tecnico, ma è il punto più importante: da lì in poi l'età pensionabile sale da sola, senza bisogno di alcuna decisione politica

  • ❌ Addio alle quote: spariscono le combinazioni di età e contributi che permettevano di uscire prima, cioè Quota 96 per le donne e Quota 97 per gli uomini. Arrivano una decurtazione per chi esce prima dei 62 anni e un premio per chi resta al lavoro oltre i 70

  • 🧮 Calcolo dell'assegno: dal 2012 la pensione si calcola su quanto si è versato durante la carriera (contributivo) e non più sugli ultimi stipendi (retributivo), un metodo molto più generoso per chi lo riceveva ma insostenibile per lo Stato. Al nuovo sistema passa anche chi nel 1995 era stato "salvato" dalla riforma Dini. È la misura meno visibile, ma la più incisiva

  • 🧊 Indicizzazione: gli assegni sopra le tre volte il minimo non vengono più adeguati all'inflazione, quindi perdono potere d'acquisto. Una misura che la Corte Costituzionale dichiarerà parzialmente incostituzionale nel 2015.

L'effetto di quell'automatismo si vede bene oggi, visto che nel 2026 la pensione di vecchiaia è arrivata a 67 anni per tutti, mentre l'anticipata richiede 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne.

Conti salvati, ma con delle vittime

Dal punto di vista dei conti pubblici, l'obiettivo viene centrato in pieno. Secondo le stime della stessa INPS, nel solo decennio tra il 2012 e il 2021 la riforma ha fatto risparmiare allo Stato oltre 80 miliardi di euro di spesa pensionistica.

Il prezzo più alto lo hanno pagato, però, i cosiddetti esodati. Sono lavoratori che negli anni precedenti la legge avevano accettato di lasciare il posto, magari con un incentivo all'esodo o un accordo di mobilità, convinti di andare in pensione di lì a poco con le vecchie regole. Quando i requisiti sono cambiati da un giorno all'altro, si sono ritrovati senza stipendio e senza pensione, in un limbo che per molti dura anni.

Per tamponare quel vuoto normativo sono servite nove leggi di «salvaguardia», che alla fine hanno riconosciuto la pensione a oltre 170mila persone, per più di €11 miliardi.

Votata da quasi tutti, rinnegata da tutti

Nel dicembre 2011 la riforma viene approvata da quasi tutto il Parlamento, dal Popolo della Libertà (dove siede anche la giovane deputata Giorgia Meloni) al PD e ai centristi, con la Lega tra i pochi contrari.

Appena l'emergenza sui mercati si placa, però, tutti si dimenticano di averla votata e la Fornero diventa il nemico pubblico numero uno di ogni campagna elettorale. Del resto, con oltre 24 milioni di over 55 e più di 16 milioni di pensionati, parliamo della categoria che vota più di ogni altra.

Perché nessuno riesce a cambiarla

Dal 2012 a oggi sono arrivate misure come Opzione Donna, l'Ape sociale o le varie Quota 100, 102 e 103, che permettono ad alcune categorie di lavoratori di andare in pensione prima dei requisiti fissati dalla Fornero. Sono però deroghe limitate nel tempo e riservate a platee ristrette, mentre la struttura portante è rimasta la stessa.

Il motivo è che alternative non ce ne sono. Il nostro è un sistema a ripartizione: le pensioni di oggi le pagano i contributi di chi lavora oggi. E con un tasso di occupazione che ci colloca ultimi in Europa, la coperta resta corta.

Secondo la Ragioneria Generale dello Stato, tornare a un sistema pre-Fornero costerebbe almeno €20 miliardi solo nel primo anno e fino a €350 miliardi cumulati entro il 2060.

C'è poi un secondo motivo, meno dichiarato. Avendo dei meccanismi automatici di contenimento della spesa, la Fornero fa salire i requisiti da sola, senza che nessun governo debba metterci la faccia. Trovare quelle stesse risorse altrove significherebbe invece tagliare sanità o scuola, oppure alzare le tasse.

Ecco perché la strategia più conveniente resta sempre la stessa: promettere di cancellare la Fornero in campagna elettorale, varare una misura temporanea una volta al governo, e poi lasciare che il resto dell'impianto continui a fare il suo lavoro sui conti pubblici.

Una strategia che va avanti da quindici anni e che trovi raccontata per intero nel nostro ultimo video su YouTube 👇️

NUCLEARE

☢️ La Cina sta vincendo la corsa al nucleare

Per anni il sorpasso cinese sul nucleare è stato raccontato come qualcosa che sarebbe successo in futuro.

Poi è bastato aprire il database aggiornato della World Nuclear Association per scoprire che è già successo.

Oggi la Cina ha 64 reattori collegati alla rete contro i 57 della Francia, e ha superato Parigi anche sulla potenza installata. Davanti restano solo gli Stati Uniti. Ma (forse) non per molto.

La mappa del nucleare mondiale

Ecco come sono messi oggi i principali Paesi:

  • 🇺🇸 Stati Uniti: 94 reattori (0 in costruzione)

  • 🇨🇳 Cina: 64 (38)

  • 🇫🇷 Francia: 57 (0)

  • 🇷🇺 Russia: 34 (7)

  • 🇯🇵 Giappone: 33 (2)

  • 🇰🇷 Corea del Sud: 26 (4)

  • 🇮🇳 India: 24 (8)

  • 🇨🇦 Canada: 17 (1)

In tutto il mondo ci sono 441 reattori attivi per circa 404 GW, che coprono poco meno del 9% dell'elettricità mondiale. I cantieri aperti sono 80, valgono circa 80 GW, e quasi la metà porta bandiera cinese.

E l’Italia?

In Italia il nucleare civile è fermo dagli anni Novanta e oggi non c’è nessun reattore in costruzione. C’è, negli ultimi anni, però una ripartenza normativa e industriale.

Il disegno di legge delega sul “nucleare sostenibile”, approvato dalla Camera lo scorso giugno e ora all’esame del Senato, punta soprattutto su SMR e AMR (reattori modulari di piccole dimensioni e reattori modulari avanzati), con l’obiettivo di produrre i primi kWh da nucleare tra il 2034 e il 2035.

Il progetto più concreto è quello di Edison, EDF e Nuward, che punta a portare in Italia uno SMR da circa 400 MW entro il 2035. Intanto Enel, Ansaldo Energia e Leonardo hanno creato Nuclitalia.

Nel Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) si ipotizza di raggiungere circa 8 GW di nucleare al 2050, pari all’11% della domanda elettrica, con un potenziale massimo del 22%.

Per ora, però, sono ancora norme, partnership e progetti. Il calcestruzzo manca.

Il vero vantaggio cinese è industriale

La differenza non è solo nel numero di reattori.

In Cina i reattori completati nell’ultimo decennio hanno richiesto mediamente circa sei anni. In Europa e negli Stati Uniti, invece, i grandi progetti recenti hanno spesso richiesto più di dieci anni.

Pechino ha costruito una filiera capace di progettare, produrre componenti e replicare gli stessi modelli su più cantieri contemporaneamente.

E sta lavorando su più fronti:

  • 🏗️ grandi reattori costruiti in serie

  • ⚛️ SMR, con un piccolo reattore già operativo e un altro in costruzione

  • 🧪 tecnologie più sperimentali, dagli HTGR al torio

È qui che il nucleare smette di essere soltanto una questione energetica e diventa una questione industriale.

Perché dovrebbe preoccuparci?

Perché un Paese che smette di costruire centrali non perde soltanto i cantieri. Perde progressivamente anche fornitori, tecnici, competenze e capacità produttiva.

E i numeri mostrano già quanto il mercato si stia concentrando: il 94% dei reattori che hanno iniziato la costruzione nell’ultimo decennio utilizza tecnologia cinese o russa. L’IEA indica proprio questa concentrazione come un rischio per la sicurezza delle future supply chain nucleari.

Oggi, sul mercato internazionale, è ancora soprattutto la Russia ad avere una presenza molto forte. Ma Pechino sta preparando il terreno per esportare molto di più.

La mossa che vale più di una centrale

Il 14 settembre, Chinergy, controllata del colosso nucleare statale CNNC, ha firmato con l’AIEA un accordo di cooperazione sugli HTGR: ricerca, progettazione, costruzione, supply chain e formazione dei tecnici. In altre parole, Pechino vuole iniziare a esportare anche il proprio know-how.

E qui sta il rischio. Una centrale nucleare non è un prodotto che compri e ti porti a casa: può creare rapporti industriali che durano decenni, tra componenti, manutenzione, combustibile, aggiornamenti e formazione.

Se l’Occidente perde la capacità di costruire da solo, rischia quindi di dover dipendere sempre di più dalla tecnologia di chi quella filiera l’ha mantenuta.

Insomma

Gli Stati Uniti hanno ancora la flotta nucleare più grande e la Francia produce circa due terzi della propria elettricità con l’atomo.

Ma la vera corsa oggi è un’altra: chi saprà costruire il nucleare di domani.

E mentre l’Occidente prova a ricostruire una filiera rallentata per decenni, la Cina accumula cantieri, competenze e tecnologie.

Il rischio è accorgersi del divario solo quando quel vantaggio industriale sarà già diventato dipendenza tecnologica.

L'Occidente può ancora recuperare sul nucleare?

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