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  • 🔩L'alluminio è il nuovo petrolio?

🔩L'alluminio è il nuovo petrolio?

Buongiorno! Questo è il Punto, la newsletter che ti spiega l’economia e l’attualità in modo semplice e veloce!

Il menù di oggi prevede:

  • 🔩 L'alluminio è il nuovo petrolio?

  • ⛽ L’UE rivuole il gas russo?

INDUSTRIA

🔩 L'alluminio vola oltre i $3.500: cosa c'entra la guerra nel Golfo

Lattine, telai di auto, infissi, smartphone. L'alluminio è ovunque nella nostra vita quotidiana. E il suo prezzo sta andando fuori controllo.

I futures sull'alluminio al London Metal Exchange (LME, la principale borsa mondiale per i metalli industriali) hanno sfondato quota $3.560 per tonnellata. Un livello che non si vedeva dalla primavera del 2022.

Il motivo? La guerra nel Golfo Persico e il blocco dello Stretto di Hormuz stanno colpendo direttamente la produzione di uno dei metalli più utilizzati al mondo.

Ma cosa c’entra il Golfo Persico con l’alluminio?

Quando si pensa al Golfo Persico, si pensa al petrolio. Ma la regione è anche uno dei maggiori poli mondiali per la produzione di alluminio.

I paesi del CCG (il Consiglio di Cooperazione del Golfo, che riunisce le monarchie dell'area come Emirati, Bahrain, Arabia Saudita e Qatar) producono circa il 9% dell'alluminio mondiale, oltre 6 milioni di tonnellate all'anno.

Il motivo è semplice: l'alluminio è un metallo estremamente energivoro. Per produrlo servono tra i 13 e i 17 KWh per ogni chilo di metallo, tanto che in gergo viene spesso chiamato "elettricità solida". E il Golfo, con la sua abbondanza di energia a basso costo, era il luogo ideale per ospitare impianti di fusione di queste dimensioni.

Era, appunto.

Gli attacchi iraniani del 28 marzo

Il 28 marzo l'Iran ha colpito due dei più grandi complessi di produzione di alluminio del Medio Oriente:

  • 🇦🇪 Emirates Global Aluminium (EGA), il colosso emiratino, ha comunicato "danni significativi" al sito di Al Taweelah, ad Abu Dhabi. L'impianto comprende uno smelter (un impianto di fusione) da 1,5 milioni di tonnellate/anno e una raffineria di allumina da 2,4 milioni di tonnellate

Impianto EGA ad Al Taweelah

  • 🇧🇭 Aluminium Bahrain (Alba), l'altro grande produttore della regione, ha confermato di essere stato colpito. L'impianto aveva già tagliato il 19% della propria capacità a metà marzo, circa 300 mila tonnellate/anno, per le difficoltà di approvvigionamento attraverso Hormuz

Per capire la portata dell'evento bastano i numeri: il 4% della produzione mondiale di alluminio è stato colpito in un solo fine settimana. E se si esclude la Cina, che consuma quasi tutto il proprio alluminio internamente, la cifra sale al 10% dell'offerta globale.

Perché il danno durerà mesi

Il problema più grave non è il danno fisico in sé, ma la perdita di alimentazione elettrica.

Sì, perché l'alluminio si produce con un processo chiamato elettrolisi: il minerale viene fuso ad altissime temperature all'interno di celle alimentate da corrente elettrica continua. Se la corrente si interrompe, il metallo fuso inizia a solidificarsi nel giro di poche ore, bloccando le celle dall'interno.

E a quel punto non basta riaccendere l’interruttore. Le celle congelate non si possono riparare, ma vanno ricostruite da zero. E per impianti di queste dimensioni, i tempi di riavvio vanno dai 9 ai 12 mesi, a volte di più.

Questo significa che anche se Hormuz dovesse riaprirsi domani, gli effetti sulla produzione di alluminio dureranno ben oltre la fine del conflitto.

Dove possono arrivare i prezzi?

In questo scenario di scarsità, le principali banche d'affari hanno rivisto al rialzo le proprie previsioni. I target parlano chiaro:

  • 📈 ING vede i prezzi fino a 4.000 $/tonnellata nello scenario peggiore

  • 📈 Citi li colloca tra i $3.600 e i $4.000

  • 📈 Goldman Sachs punta a $3.600, parlando di "interruzioni strutturali e durature"

  • 📈 Morgan Stanley arriva a $3.700 nel suo scenario rialzista per il 2026

Il problema è che a quota $4.000 scatta quello che gli analisti chiamano "distruzione della domanda": prezzi così alti diventano insostenibili per le industrie a valle.

Automotive, edilizia, packaging e molti altri settori non potranno semplicemente assorbire i costi. Saranno costretti a ridurre la produzione, tagliare i margini o cercare materiali alternativi.

Insomma…

L'alluminio racconta una guerra che va ben oltre il petrolio. Il blocco di Hormuz e gli attacchi agli impianti del Golfo non stanno solo facendo salire i prezzi dell'energia, ma stanno colpendo fisicamente la capacità produttiva di un metallo che è alla base di migliaia di prodotti industriali.

Secondo gli analisti, non esistono impianti pronti altrove nel mondo capaci di compensare quella perdita nel breve periodo. E a pagare il conto, come sempre, saranno l'industria trasformatrice e, in ultima battuta, i consumatori.

Secondo te, come reagirà l'industria all'esplosione dei prezzi dell'alluminio?

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GEOPOLITICA

⛽ L’Europa rivuole il gas russo?

La guerra nel Golfo Persico ha aperto una voragine nelle forniture energetiche europee. E per riempirla, l'UE sta valutando di fare esattamente ciò che aveva promesso di non fare più: tornare a comprare gas dalla Russia.

Il paradosso è evidente. Dopo anni di sforzi per sganciarsi da Mosca, sono bastate poche settimane di crisi nel Golfo per rimescolare le carte.

Ma oggi quanto gas russo importa ancora l’Europa?

Prima dell'invasione dell'Ucraina, l'Unione Europea dipendeva dalla Russia per oltre il 40% delle sue importazioni di gas naturale.

Oggi quella quota è scesa al 13%: dai 150 miliardi di metri cubi del 2021 ai circa 40,9 miliardi del 2025.

Un calo enorme, ma Mosca resta comunque un fornitore tutt'altro che marginale.

Questi acquisti, però, dovrebbero azzerarsi entro il 2027, grazie al ban europeo che entrerà in vigore a tappe:

  • 📅 25 aprile 2026: divieto sui contratti a breve termine per il Gnl

  • 📅 17 giugno 2026: divieto sui contratti a breve termine per il gas via tubo

  • 📅 1° gennaio 2027: divieto sui contratti a lungo termine per il Gnl

  • 📅 30 settembre 2027: divieto sui contratti a lungo termine per il gas via tubo

La crisi energetica sta mettendo sotto pressione questo piano

A riaprire il dibattito è stato Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, che ha proposto di sospendere almeno temporaneamente il divieto sul GNL russo previsto dal 1° gennaio 2027.

Claudio Descalzi

"Penso sia necessario sospendere il ban che scatterà l'1 gennaio 2027 su 20 miliardi di metri cubi di gas che vengono dalla Russia”

Claudio Descalzi, Ad di Eni

Secondo Descalzi, il problema è semplice: se il blocco dello Stretto di Hormuz dovesse durare a lungo e i produttori del Golfo non riuscissero a ripristinare rapidamente le esportazioni, l’Europa si troverebbe ad affrontare un deficit di circa 20 miliardi di metri cubi di gas.

A quel punto, la domanda diventa inevitabile: chi coprirà questo vuoto?

In realtà, alcuni segnali si vedono già oggi

Nei primi mesi del 2026, diversi Paesi europei hanno aumentato gli acquisti di gas naturale liquefatto dalla Russia, in particolare dall’impianto artico di Yamal LNG. Le importazioni sono cresciute del 17%, per un totale di circa 5 milioni di tonnellate.

Questo significa che, mentre a livello politico il divieto resta confermato, nella pratica alcuni Stati stanno già cercando alternative immediate per garantire le forniture.

Per l’Italia la situazione è particolarmente delicata

Il nostro Paese è il principale importatore europeo di gas dal Qatar, da cui arriva circa il 10% delle forniture.

Tuttavia, gli attacchi iraniani all’impianto di Ras Laffan hanno ridotto significativamente la capacità produttiva del Paese, aggravando ulteriormente la situazione.

Impianto di Ras Laffan

A questo si aggiunge proprio il blocco dello Stretto di Hormuz, che secondo le stime potrebbe causare un deficit di circa 6,5 miliardi di metri cubi di GNL per l’Italia.

Per compensare queste perdite, le possibili soluzioni non sono molte:

  • 🇦🇴 Aumentare le importazioni dall’Africa (Nigeria, Congo e Angola)

  • 🚢 Investire in nuovi impianti di rigassificazione per il GNL (gas naturale liquefatto)

  • 🇺🇸 Acquistare di più dagli Stati Uniti

Nessuna di queste opzioni, però, è immediata o priva di costi.

E il problema non riguarda solo il gas

La crisi del Golfo sta infatti colpendo anche altri settori energetici cruciali.

  • ✈️ Jet fuel: l'UE dipende dal Golfo Persico per oltre il 40% degli approvvigionamenti di carburante per aerei e non ha capacità di raffinazione sufficiente per produrlo in autonomia.

    In 4 aeroporti italiani (Milano Linate, Bologna, Venezia e Treviso) ci sono già state limitazioni ai rifornimenti dei velivoli

  • Gasolio: il carburante più utilizzato per agricoltura e trasporto merci è a rischio. Descalzi ha rivelato che nel weekend scorso 600 stazioni Eni sono rimaste senza gasolio

Per questo il numero uno di Eni ha definito il blocco di Hormuz come “l’evento più importante degli ultimi 40 anni per il settore energetico”. Una definizione che riflette bene la portata della crisi.

Insomma…

La proposta di Descalzi segna la caduta di un tabù, geopolitico e culturale, nel rapporto tra Europa e Russia. Dopo l'invasione dell'Ucraina, il distacco energetico da Mosca era diventato un pilastro della politica europea.

Ma la realtà della crisi di Hormuz costringe a fare i conti con una domanda scomoda: l’Europa può davvero permettersi di chiudere definitivamente anche il canale russo proprio mentre una delle sue principali fonti alternative è in crisi?

Secondo te, l'Italia dovrebbe tornare a comprare gas dalla Russia per affrontare la crisi?

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