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🛢️ Quando il petrolio è diventato un’arma geopolitica

Buongiorno, io sono Sara! Questo è il Punto, la newsletter che ti spiega l'economia e l'attualità in modo semplice e veloce!

Il menù di oggi è offerto dalla Rappresentanza della Commissione europea in Italia:

  • 🛢️ Quando il petrolio è diventato un’arma geopolitica

  • 🌊 La guerra silenziosa sul fondo del mare

IN COLLABORAZIONE CON: Rappresentanza della Commissione europea in Italia

🎧 Dal 5 ottobre la storia d’Europa… si ascolta!

Sapevi che una parte importante della storia dell’Unione europea è passata dall’Italia e da figure italiane che l’hanno immaginata e costruita?

"Fare l'Europa" è la nuova serie podcast in cinque episodi di Lorenzo Pregliasco e Lorenzo Baravalle, gli autori di Qui si fa l'Italia.

Racconta di come l'Italia ha contribuito a costruire l'Europa, dai Trattati di Roma all'Erasmus, dal mercato unico alla democrazia.

  • 🗓️ Quando: il primo episodio è uscito ieri il 5 ottobre, poi una puntata ogni due settimane

  • 📍Dove: Spotify, Apple Podcasts e Amazon Music

  • 👤 Per chi: vuole capire l'Europa senza lezioni noiose

E se vuoi ascoltarlo dal vivo, puoi iscriverti alle due tappe gratuite previste a Bologna l'11 ottobre e a Lecce il 18 novembre.

Scopri il podcast: “Fare l’Europa”👇

STORIA ECONOMICA

🛢️ Quando il petrolio è diventato un’arma geopolitica

Oggi, 6 ottobre, ricorrono 53 anni dall’inizio di una guerra durata appena diciannove giorni, ma che è stata in grado di cambiare l’economia mondiale per decenni.

Il 6 ottobre 1973 Egitto e Siria attaccano Israele durante lo Yom Kippur, la ricorrenza più solenne del calendario ebraico, nel tentativo di riconquistare i territori persi sei anni prima.

Ma quella guerra non rimane confinata ai campi di battaglia. Nel giro di pochi giorni, il conflitto si sposta anche sul terreno economico, quando alcuni Paesi arabi decidono di fare pressione sull’Occidente utilizzando la leva più potente che hanno a disposizione: il petrolio.

Ed è esattamente in quel momento che il petrolio smette di essere soltanto una fonte di energia e diventa, a tutti gli effetti, un’arma geopolitica.

Dalla guerra all’embargo

Durante il conflitto del 1973 gli Stati Uniti sostengono Israele, mentre Egitto e Siria ricevono l’appoggio dell’Unione Sovietica, inserendo il conflitto nella più ampia partita della Guerra Fredda.

Ma i Paesi arabi hanno anche un’altra leva da utilizzare.

In quegli anni le economie occidentali dipendono fortemente dal greggio mediorientale e il petrolio a basso costo è ormai uno dei pilastri della crescita economica del dopoguerra. I Paesi arabi produttori capiscono quindi di poter sfruttare proprio questa dipendenza a loro favore per aumentare la pressione sui Paesi che sostengono Israele.

Nel giro di pochi giorni:

  • 📈 aumentano del 70% il prezzo ufficiale del petrolio

  • 🛢️ riducono del 5% la produzione, prevedendo nuovi tagli progressivi finché Israele non si ritirerà dai territori occupati

  • 🛂 impongono poi un embargo sulle esportazioni verso gli Stati Uniti e altri Paesi considerati troppo vicini a Israele

La guerra termina il 25 ottobre, appena diciannove giorni dopo il suo inizio.

La crisi petrolifera, invece, è appena iniziata.

Il prezzo del petrolio quadruplica

Entro la fine del 1973 i tagli diventano sempre più pesanti, fino a togliere dal mercato mondiale circa 4 milioni di barili al giorno rispetto a prima della crisi.

Il prezzo del petrolio passa così da circa $3 al barile a oltre $11 all’inizio del 1974.

E le conseguenze entrano rapidamente nella vita quotidiana di milioni di persone.

In pochi mesi:

  • 📆 negli Stati Uniti si formano code chilometriche ai distributori

  • 👇🏻 Germania Ovest e Paesi Bassi introducono limiti di velocità e misure per ridurre i consumi

  • 🇮🇹 in Italia vengono ridotti illuminazione pubblica e orari televisivi

  • 👣 arrivano le famose “domeniche a piedi”, durante le quali viene vietata la circolazione delle automobili private

Ma la conseguenza più importante è economica.

Quando il prezzo del petrolio esplode, l’aumento si scarica prima sui trasporti, poi sulla produzione e, alla fine, sui prezzi pagati dai consumatori.

Arriva la stagflazione

Negli Stati Uniti l’inflazione passa così dal 3,2% del 1972 a oltre l’11% nel 1974. In Italia supera il 17%.

Contemporaneamente, però, l’economia rallenta e aumenta la disoccupazione.

Nasce così uno dei termini simbolo degli anni ’70: stagflazione.

Una combinazione di stagnazione economica e inflazione elevata che mette in difficoltà anche le politiche economiche tradizionali.

E proprio quando l’Occidente sembra riuscire lentamente a stabilizzarsi, arriva un secondo shock.

La seconda crisi petrolifera

Alla fine degli anni ’70 l’Iran è uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo ed è governato dallo Scià Mohammad Reza Pahlavi, alleato dell’Occidente ma alla guida di un regime sempre più autoritario e repressivo.

Il crescente malcontento sfocia nel 1978 in proteste e scioperi di massa, che coinvolgono anche i lavoratori del settore petrolifero e finiscono per paralizzare una parte fondamentale dell’economia iraniana. Nel 1979 lo Scià è costretto a lasciare il Paese e, pochi mesi dopo, nasce la Repubblica islamica guidata da Ruhollah Khomeini.

La produzione iraniana di petrolio passa da quasi 6 milioni di barili al giorno a meno di un milione.

Poco dopo arriva anche la guerra tra Iran e Iraq.

Il risultato è un nuovo shock energetico: in circa un anno il petrolio passa da $15 a quasi $40 al barile.

Negli Stati Uniti l’inflazione raggiunge il 13,5% nel 1980, mentre in Italia supera il 20%.

A quel punto, per fermare la spirale dei prezzi, le banche centrali scelgono una strada molto aggressiva.

Il presidente della Federal Reserve Paul Volcker porta i tassi di interesse fino al 20%. Anche le banche centrali europee seguono una strada simile.

La stretta provoca recessione e disoccupazione, ma alla fine riesce a spezzare la spirale inflazionistica.

Una lezione ancora attuale

Dopo le due crisi petrolifere degli anni ‘70, i Paesi occidentali hanno iniziato a cercare nuovi fornitori e nuove fonti di energia per ridurre la propria vulnerabilità.

  • 🇺🇸 Gli Stati Uniti hanno sviluppato nuovi giacimenti in Alaska e, decenni dopo, il fracking, una tecnica che permette di estrarre petrolio e gas da rocce

  • 🇪🇺 L’Europa ha puntato sul Mare del Nord, diversificando le importazioni e investendo in altre fonti energetiche e la Francia ha accelerato sul nucleare

Ma il problema non è scomparso. Il petrolio resta difficile da sostituire rapidamente e buona parte delle riserve continua a essere concentrata in poche aree del pianeta.

Le ragioni principali sono tre:

🔹 La domanda non può crollare dall’oggi al domani, perché il petrolio resta fondamentale per trasporti, industria, agricoltura e chimica

🔹 L’offerta è lenta ad aumentare, perché sviluppare un nuovo giacimento può richiedere anni

🔹 Le riserve sono distribuite in modo asimmetrico, spesso in aree caratterizzate da forti tensioni geopolitiche

Ed è forse questa l’eredità più importante di quel 6 ottobre di 53 anni fa.

La guerra del Kippur durò meno di tre settimane. Le sue conseguenze economiche durarono anni. E mostrò all’Occidente una realtà ancora attuale: quando una risorsa indispensabile è controllata da pochi, il suo prezzo non dipende soltanto dal mercato. Dipende anche dalla geopolitica.

Vuoi la storia completa delle crisi petrolifere degli anni ‘70, con tutti i retroscena? Non perderti l'ultimo video sul nostro canale YouTube 👇️

INTERNAZIONALE

🇺🇸 Gli Stati Uniti stanno diventando come l'Italia?

Per anni l'Italia è stata l'esempio da non seguire, tra corruzione, populismo e giovani costretti a emigrare per trovare lavoro.

Ora, secondo il Financial Times, c'è un Paese che le somiglia sempre di più. E non è un Paese qualunque: sono gli Stati Uniti.

A sostenerlo è Rana Foroohar, editorialista del giornale, che individua tre segnali precisi a sostegno di questa tesi.

Ma perché questa somiglianza?

1. La corruzione

Nell'ultimo indice di Transparency International, sulla corruzione percepita nel settore pubblico, gli Stati Uniti hanno preso 64 punti su 100. È il risultato più basso della loro storia.

L'Italia fa peggio, con 53 punti e il 52° posto su 182 Paesi, ma per Foroohar conta soprattutto la direzione presa da entrambi.

Il rapporto critica entrambi i governi per aver allentato i controlli. Da noi è stato cancellato il reato di abuso d'ufficio, mentre a Washington l'amministrazione Trump ha indebolito la legge che punisce le tangenti pagate all'estero.

E gli americani se ne sono accorti. Secondo Gallup, nel 2006 il 60% di loro pensava che la corruzione nel governo fosse diffusa; oggi la pensa così l'89%.

Negli Usa, scrive Foroohar, si sta diffondendo quella rassegnazione da "che ci vuoi fare?" che in Italia conosciamo fin troppo bene.

2. La democrazia che arretra

Secondo V-Dem, un progetto accademico che misura lo stato di salute delle democrazie, Italia e Stati Uniti sono tra i Paesi occidentali che hanno fatto più passi indietro negli ultimi anni.

Una conclusione simile arriva da Freedom House. E in entrambi i Paesi il populismo si manifesta in modi molto simili.

3. I giovani

Il mercato del lavoro americano sta prendendo la forma di quello italiano, dove chi ha già un buon posto se lo tiene stretto e chi cerca il primo lavoro resta indietro.

Tra i 20 e i 24 anni la disoccupazione negli Usa è al 7,1%, più del doppio rispetto al 3,6% di chi ha tra i 25 e i 54 anni e al 3% degli over 55.

In Italia i numeri sono molto più pesanti, con una disoccupazione giovanile intorno al 20%, più del triplo del tasso complessivo, fermo al 6,2%. La struttura a due velocità è la stessa, ma da noi il divario tra giovani e resto della popolazione è molto più ampio.

E il divario non dipende solo dall'età. Conta anche la famiglia di provenienza, perché chi parte da una posizione di vantaggio trova le porte aperte e chi non ce l'ha resta fuori. Gli studi dell'economista Raj Chetty mostrano che in America la mobilità sociale ricorda ormai quella della vecchia Europa, dove il luogo e la famiglia in cui nasci pesano moltissimo sul tuo futuro.

Un circolo vizioso che l’Italia conosce bene…

Per Foroohar il vero pericolo è che questi tre problemi si alimentino a vicenda:

  • 🎓 I giovani fanno sempre più fatica a costruirsi una carriera, mentre chi è già dentro il sistema mantiene lavoro, reddito e opportunità

  • 🔒 Cresce così la sensazione di vivere in un Paese bloccato, dove conta più da dove parti che quanto vali

  • 😤 Questa frustrazione si trasforma in sfiducia verso le istituzioni

  • 📣 La sfiducia apre la strada ai movimenti populisti e più radicali

  • 🏛️ Più instabilità politica significa istituzioni più deboli e una crescita economica più lenta

  • 🔁 E una crescita più lenta colpisce soprattutto chi deve ancora farsi strada, cioè di nuovo i giovani

L'Italia questo ciclo lo ha vissuto molte volte, tra stagnazione, lavori precari, scarsa mobilità sociale e ondate populiste. Eppure oggi attraversa una fase migliore, con occupazione ed export in crescita.

Per gli Stati Uniti, invece, è una novità. Il sogno americano si è sempre basato su una promessa, cioè che il punto di partenza contasse meno di quello di arrivo. Se quella promessa smette di valere, l'America perde ciò che la rendeva diversa dal resto dell'Occidente. E per Foroohar è proprio quello che sta succedendo.

Secondo te gli Stati Uniti stanno davvero diventando come l'Italia?

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