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📮 Poste Italiane telefona a TIM

Buongiorno! Questo è il Punto, la newsletter che ti spiega l’economia e l’attualità in modo semplice e veloce!

Il menù di oggi è offerto da Scalable Capital, la banca per investire in modo facile e sicuro.

  • 📮 Poste Italiane vuole comprarsi tutta TIM

  • 🇳🇬 Dangote: il miliardario che sta facendo fortuna con la crisi nel Golfo Persico

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TELECOMUNICAZIONI

📮 Poste Italiane vuole comprarsi tutta TIM

Poste Italiane ha deciso di fare il grande passo: comprare l'intero capitale di TIM.

Il consiglio di amministrazione di Poste ha annunciato domenica il lancio di un'offerta pubblica di acquisto e scambio (OPAS) totalitaria su TIM, una delle più importanti aziende di telecomunicazioni italiane.

Poste era già il primo azionista di TIM con il 27% del capitale, ma ora punta a prendersi tutto il resto. Il valore complessivo dell'operazione? Circa €10,8 miliardi.

L'obiettivo è quello di integrare TIM nelle attività di Poste e dare vita al più grande gruppo di infrastruttura connessa del Paese.

Ma come funziona esattamente questa operazione?

Poste ha scelto di procedere con un'OPAS, ovvero un'offerta pubblica di acquisto e scambio.

In pratica, Poste chiede agli azionisti di TIM di vendere le loro azioni, offrendo in cambio un mix di soldi e azioni di Poste Italiane.

Nel dettaglio, per ogni azione di TIM, Poste offre:

  • 💶 €0,167 in contanti

  • 📈 0,0218 azioni di Poste Italiane

Mettendo insieme la parte in contanti e il valore delle azioni di Poste offerte in cambio, ogni azione di TIM viene valutata €0,635, ovvero circa il 9% in più rispetto al prezzo a cui le azioni TIM venivano scambiate in borsa il 20 marzo.

In sostanza, chi oggi possiede azioni TIM e decide di aderire all'offerta ci guadagna il 9%.

L'operazione sarà considerata riuscita solo se Poste arriverà a detenere almeno i due terzi del capitale di TIM, ovvero la soglia che garantisce il controllo sostanziale della società.

Se tutto andrà secondo i piani, il completamento è previsto entro la fine del 2026.

Cosa nasce da questa fusione?

Il gruppo combinato Poste-TIM diventerebbe un colosso di dimensioni importanti:

  • 💰 Ricavi aggregati: circa €26,9 miliardi

  • 📊 EBIT aggregato: circa €4,8 miliardi

  • 👥 Oltre 150.000 dipendenti

  • 📉 Sinergie di ricavi e costi stimate in €0,7 miliardi annui

Ma al di là dei numeri, l'idea di Poste è quella di creare una piattaforma integrata che metta insieme la rete fissa e mobile di TIM, le infrastrutture cloud e data center, e il più grande network distributivo nazionale (quello di Poste, appunto).

D'altronde, Poste Italiane non si occupa solo di lettere e pacchi ma offre anche servizi finanziari, forniture di gas ed elettricità e ha persino un proprio operatore di telefonia mobile, PosteMobile. L'integrazione con TIM rappresenterebbe quindi un'evoluzione naturale della sua strategia.

La questione “Stato Italiano“

Poste Italiane è controllata dallo Stato italiano, che ne possiede le azioni attraverso due canali:

  • 🏛️ Il Ministero dell'Economia e delle Finanze (MEF), con il 29,26% del capitale

  • 🏦 Cassa Depositi e Prestiti (CDP, società controllata dallo stesso MEF), con il 35%

Se Poste dovesse acquisire il 100% di TIM, lo Stato italiano arriverebbe a detenere più del 50% del nuovo gruppo combinato.

In altre parole, lo Stato tornerebbe azionista di maggioranza di TIM, l'azienda che un tempo possedeva quando era ancora Telecom Italia.

Un ritorno che, come sottolinea la stessa Poste nel comunicato, garantirebbe "stabilità nel lungo periodo e un chiaro mandato strategico orientato alla creazione di valore".

Insomma…

Siamo davanti a un'operazione storica che potrebbe ridisegnare il panorama industriale italiano, unendo due delle più grandi realtà del Paese sotto un unico tetto a guida statale.

La strada però è ancora lunga: TIM ha già fatto sapere che il consiglio di amministrazione si riunirà per avviare il processo di valutazione dell'offerta, e solo le prossime settimane ci diranno come andrà a finire.

Cosa ne pensi dell'operazione Poste-TIM?

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GEOPOLITICA

🇳🇬 Aliko Dangote: il miliardario che sta facendo fortuna con la crisi nel Golfo Persico

La crisi dello Stretto di Hormuz sta mettendo in ginocchio i mercati globali. Ma per l'uomo più ricco d'Africa è un'opportunità d'oro. Governi e aziende di mezzo mondo vogliono il suo petrolio raffinato e i suoi fertilizzanti.

Ma chi è Aliko Dangote e come è arrivato fin qui?

Il miliardario nigeriano Aliko Dangote, 68 anni, è il proprietario della più grande raffineria di petrolio dell'Africa, situata a Lekki, vicino a Lagos, in Nigeria.

Raffineria a Lekki

L'impianto è un colosso industriale che sforna 650mila barili al giorno, a cui si aggiungono:

  • 🛢️ Polipropilene, un tipo di plastica usata per gli imballaggi

  • 🌾 Circa 3 milioni di tonnellate di fertilizzanti all'anno, più di qualsiasi altro impianto in Africa

  • 🧴 In futuro, anche un prodotto chimico fondamentale per i detersivi

E in un momento in cui il blocco dello Stretto di Hormuz (da cui, ricordiamo, passa il 20% del greggio mondiale e un terzo del commercio mondiale via mare di fertilizzanti) sta facendo impennare i prezzi del petrolio e creando il caos nelle catene di approvvigionamento globali, avere una raffineria di queste dimensioni fuori dal Golfo Persico è un vantaggio competitivo enorme.

Infatti, i governi africani (e non solo) si stanno rivolgendo a Dangote per comprare il suo prodotto, disposti a pagare qualsiasi cifra.

Ma come ha fatto Dangote a diventare l’uomo più ricco d’Africa?

Con un patrimonio di $28,7 miliardi, Dangote è l'unico africano tra i cento più ricchi del mondo, secondo Forbes.

E, contrariamente a quanto si pensi, la sua fortuna non nasce dal petrolio.

Negli anni '70 aveva cominciato commerciando prodotti di base come sale e zucchero, passando poi a cemento e riso.

Intorno al 2000, incoraggiato dalle autorità dell'epoca, ha iniziato a produrre cemento, un'attività che si è rivelata estremamente redditizia.

Aliko Dangote

La vera svolta è arrivata però con la mega-raffineria di Lekki, inaugurata quasi tre anni fa dopo un investimento complessivo di $20 miliardi. 

L'idea di fondo? Garantire alla Nigeria nuovi guadagni derivanti dall'esportazione di un prodotto lavorato, anziché vendere il greggio così com'è.

Una scommessa che si sta rivelando vincente.

Non mancano però le critiche…

In Nigeria, molti si lamentano che Dangote abbia quasi il monopolio su beni di prima necessità, come cemento, farina e zucchero. I cantieri edili del Paese sono disseminati di sacchi a marchio Dangote, e gli scaffali dei negozi pure.

I critici sostengono che la sua ricchezza sia stata costruita anche grazie a sussidi governativi e agevolazioni fiscali.

Dangote si difende dicendo di aver semplicemente approfittato di ciò che i funzionari governativi gli hanno offerto, sottolineando il suo contributo allo sviluppo del Paese. E qualche numero a suo favore c'è: la raffineria di Lekki dà lavoro a 30.000 persone (l'80% nigeriane), con l'obiettivo di arrivare a 65.000.

Numeri importanti, soprattutto in un Paese in pieno boom demografico dove, secondo la Banca mondiale, entro il 2030 serviranno 40-50 milioni di nuovi posti di lavoro.

E i piani per il futuro non si fermano alla Nigeria

Il gruppo Dangote è attivo in 16 Paesi africani e i progetti di espansione sono ambiziosi.

Il più importante è in Etiopia, dove Dangote ha annunciato una joint venture da $2,5 miliardi (60% Dangote, 40% Etiopia) per costruire un impianto di fertilizzanti nella zona rurale sud-orientale del Paese. L'obiettivo è una capacità produttiva di 3 milioni di tonnellate di urea all'anno, che lo renderebbe uno dei cinque più grandi al mondo.

Per l'Etiopia, un Paese di 132 milioni di abitanti dove l'agricoltura impiega il 60% della popolazione, sarebbe un cambiamento enorme: oggi i fertilizzanti vengono importati a costi elevati e la mancanza di accesso è uno dei principali ostacoli per gli agricoltori.

Ma non finisce qui. Dangote ha piani anche per:

  • 🇿🇼 Zimbabwe (cemento, energie)

  • 🇿🇲 Zambia (fosfati, rame)

  • 🇬🇭 Ghana e 🇨🇮 Costa d'Avorio (cacao)

  • 🛢️ Un oleodotto dalla Namibia all'Africa centrale

Insomma…

Che lo si ami o lo si critichi, Dangote sta portando avanti un progetto di industrializzazione africana che non ha precedenti e la crisi nel Golfo Persico non sta facendo altro che accelerarne la crescita.

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