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🌍 Lo scudo di silicio di Taiwan sta per crollare?

Buongiorno! Questo è il Punto, la newsletter che ti spiega l’economia e l’attualità in modo semplice e veloce!

Ecco cosa offre il menù di oggi:

  • 🌍 Lo scudo di silicio di Taiwan sta per crollare?

  • 🇮🇹 Meloni chiede all'UE di sforare i conti. Bruxelles dice no

IN COLLABORAZIONE CON Baker Hughes

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Trasformare un’idea innovativa nel settore dell’energia in un business realmente scalabile non è semplice: servono validazione concreta, il supporto di mentor esperti e un accesso diretto al mondo industriale.

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Solo 5 startup all'anno entrano in questo programma. La prossima potrebbe essere la tua.

Che aspetti? Le candidature chiudono il 5 giugno 2026.

GEOPOLITICA

🌍 Lo scudo di silicio di Taiwan sta per crollare?

Taiwan è un'isola grande più o meno quanto la Sicilia, ma ha un ruolo enorme nell'economia mondiale.

Il motivo? È lì che si produce la quasi totalità dei microchip più avanzati del pianeta — quelli che alimentano iPhone, server di intelligenza artificiale e i sistemi militari più sofisticati.

Proprio la centralità di Taiwan ha creato, negli anni, una sorta di protezione indiretta chiamata “scudo di silicio”.

Il concetto alla base è semplice: ddato che quasi tutta la tecnologia mondiale dipende dai chip prodotti a Taiwan, qualsiasi attacco all’isola avrebbe conseguenze così gravi da colpire anche chi lo compie.

Ma oggi quello scudo sembra essersi incrinato…

Cosa sta succedendo?

Durante il recente incontro a Pechino tra Trump e Xi Jinping, il tema Taiwan è stato centrale

  • 🇨🇳 Da una parte Xi ha ribadito che Taiwan è una questione cruciale per la Cina, che rivendica l’isola e minaccia da tempo di annetterla. Ha avvertito che una cattiva gestione della situazione potrebbe causare un conflitto con gli USA

  • 🇺🇸 Dall’altra, Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti non hanno intenzione di “mandare soldati a combattere a 9.500 miglia da casa”

In altre parole, gli USA non vogliono correre il rischio di una guerra con la Cina per difendere Taiwan, e i fatti sembrano confermarlo:

  • 🛡️ Un pacchetto di armi da $11 miliardi per Taiwan, approvato a dicembre, è ancora fermo

  • 🛡️ Un altro da $14 miliardi, approvato dal Congresso a gennaio, non è mai partito

Nel frattempo, al vertice di Pechino, la Cina ha promesso di non vendere armi all'Iran — segno che al tavolo si è trattato, e la minore protezione di Taiwan potrebbe essere stata parte dello scambio.

Insomma, sembra proprio che Washington stia abbassando i toni con Pechino, e l'isola rischia di trovarsi con meno protezione di prima.

Cos’è lo scudo di silicio?

Il cuore del problema è la posizione dominante di Taiwan nella produzione di chip avanzati, soprattutto grazie a TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) che:

  • 🏭 Controlla circa il 90% della produzione mondiale dei chip più avanzati

  • 🔬 Realizza microchip 50.000 volte più piccoli di un capello umano

  • 🌍 Ha clienti come Apple, Nvidia, AMD e Qualcomm

Questa situazione ha reso Taiwan praticamente intoccabile — ed è quello che gli esperti chiamano "scudo di silicio". Funziona così:

  • ▶️ la Cina vorrebbe riprendersi l'isola, ma invaderla significherebbe distruggere le stesse fabbriche da cui dipende anche Pechino

  • ◀️ dall'altra parte, gli Stati Uniti hanno tutto l'interesse a difendere Taiwan, perché se quelle fabbriche si fermano, si ferma anche la loro economia

Risultato: nessuno tocca Taiwan. Non per simpatia, ma per convenienza.

Un equilibrio perfetto. Finché qualcuno non decide di costruire quelle fabbriche altrove.

Il tentativo di diversificare la produzione

Negli ultimi anni però questo equilibrio si sta lentamente trasformando.

TSMC sta investendo $165 miliardi per costruire fino a 12 fabbriche di chip in Arizona. La prima è già operativa, la seconda — prevista per il 2028 — è stata anticipata al 2027.

La fabbrica TSMC in Arizona

L’idea di alcuni osservatori è che, se la produzione avanzata si spostasse gradualmente fuori da Taiwan, il suo ruolo strategico potrebbe ridursi.

Ma è davvero così facile replicare Taiwan?

No, non è così semplice.

TSMC applica una regola non scritta: le fabbriche all'estero ricevono sempre tecnologia con due generazioni di ritardo. Oggi l'Arizona produce chip a 4 nanometri. Taiwan è già a 2 nanometri — cioè due passi avanti. Quando l'Arizona arriverà a 3nm, Taiwan sarà già oltre.

In pratica, Taiwan concede abbastanza da accontentare Washington, ma tiene per sé il meglio.

Ci sono poi altri problemi concreti:

  • 💰 Produrre chip in Arizona costa il doppio rispetto a Taiwan

  • 👷 In Arizona mancano gli ingegneri specializzati — Taiwan ha decenni di vantaggio nella formazione

  • 🏭 A Taiwan c'è un intero ecosistema di fornitori, laboratori e centri di ricerca concentrato in pochi chilometri — impossibile da replicare in fretta

  • 🌡️ Il caldo dell'Arizona richiede enormi quantità di energia solo per raffreddare gli impianti

Insomma…

Lo “scudo di silicio” non è (ancora) crollato, ma potrebbe indebolirsi nel tempo.

Se gli Stati Uniti riuscissero davvero a produrre abbastanza chip in casa propria, il valore strategico di Taiwan potrebbe ridursi.

E questo cambia il calcolo geopolitico: meno dipendenza economica può significare anche meno incentivo a rischiare un conflitto per difenderla.

Taiwan non è meno importante oggi di ieri. Ma la sua centralità assoluta potrebbe non essere garantita per sempre.

Vuoi capire perché Taiwan è così cruciale nello scacchiere internazionale e perché il mondo intero tiene gli occhi puntati su quest’isola? Guarda il nostro video YouTube dedicato al tema 👇️

ITALIA

🇮🇹 Meloni chiede all'UE di sforare i conti

Dallo scoppio della crisi energetica legata alla guerra in Iran, i prezzi dell’energia in Italia sono aumentati enormemente:

  • Gasolio alla pompa: +20,3%, con prezzi stabilmente sopra i €2 al litro

  • 🔥 Gas all'ingrosso: +39% rispetto a febbraio, con bollette per i clienti vulnerabili in aumento del 19,2%

  • 💡 Elettricità: +8,1% nel trimestre aprile-giugno per i clienti in maggior tutela

E il caro energia si sta scaricando su tutto il resto:

  • 🛒 Prezzi al consumo: pomodori +28,5%, voli intercontinentali +20%, finocchi +23,5%

Il governo ha già tagliato le accise sui carburanti tre volte, spendendo quasi un miliardo di euro. Ma la proroga scade il 22 maggio e senza nuove risorse non è chiaro come proseguire.

Meloni scrive a Von der Leyen

Perciò, domenica, la presidente del Consiglio Meloni ha scritto una lettera a Von der Leyen per chiedere il permesso di spendere di più — indebitandosi — senza che Bruxelles glielo conti come violazione delle regole.

Ma come funziona la deroga?

Il Patto di stabilità impone a tutti i Paesi UE di tenere il deficit sotto il 3% del PIL e il debito pubblico sotto il 60%.

Ma a marzo 2025 la Commissione ha introdotto un'eccezione per le spese militari: la National Escape Clause. In pratica, ogni Stato può spendere fino all'1,5% del PIL in più per la difesa, per quattro anni, senza che Bruxelles lo consideri una violazione. Già 17 Paesi l'hanno attivata.

Meloni chiede di applicare la stessa deroga anche alle spese per la crisi energetica — taglio accise, aiuti a famiglie e imprese, interventi d'emergenza.

Se per le armi si può sforare, ragiona la premier, si deve poter sforare anche per le bollette.

Parliamo di poco più di €30 miliardi che l'Italia spenderebbe indebitandosi, ma senza che quel debito venga conteggiato nei parametri europei. L'indebitamento sarebbe reale, ma per un po' la Commissione farebbe finta di non vederlo.

La minaccia sul programma Safe

Nella lettera Meloni aggiunge un avvertimento esplicito. L'Italia ha appena concordato con Bruxelles un piano militare da €14,9 miliardi tramite il programma Safe — un fondo europeo che offre ai Paesi membri prestiti a tassi più bassi di quelli di mercato. Per un Paese indebitato come l'Italia, è un affare.

Ma la premier avverte che, senza flessibilità sull'energia, sarà "molto difficile spiegare agli italiani" perché il governo spende miliardi in armi mentre le bollette raddoppiano. In pratica: o ci fate spendere di più sulle bollette, oppure non spendiamo sulla difesa.

Ma Bruxelles dice no

La risposta della Commissione è arrivata in poche ore, ed è stata un NO.

Il portavoce Olof Gill: "La nostra posizione non è cambiata. La National Escape Clause non è tra le opzioni per la crisi energetica."

Le ragioni sono due:

  1. 💶 dei €300 miliardi stanziati dall'UE per la sicurezza energetica tramite NextGenerationEU e altri fondi, restano circa €95 miliardi non spesi.

    Il messaggio è chiaro: prima usate quelli

  2. 🗄️ aprire la clausola anche per l'energia creerebbe un precedente. Con 17 Paesi che già sforano per la difesa, aggiungere un'altra deroga rischierebbe di svuotare il Patto di stabilità di qualsiasi significato

Insomma…

Bruxelles per ora resiste. Ma la crisi di Hormuz non accenna a rientrare, e se i prezzi continuano a salire, il muro della Commissione potrebbe diventare sempre più difficile da difendere.

L'UE dovrebbe concedere la deroga sull'energia?

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