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🔤 K, C o E? La lettera che divide gli economisti americani

Buongiorno! Questo è il Punto, la newsletter che ti spiega l'economia e l'attualità in modo semplice e veloce!
Il menù di oggi:
🇮🇸 L'Islanda dice no all'UE: e a decidere è stato il pesce
🇺🇸 K, C o E? Gli economisti non riescono più a capire che forma abbia l’economia americana
EUROPA
🇮🇸 L'Islanda dice "Nei": no all'Unione Europea

L’Islanda ha deciso di non riaprire i negoziati per entrare nell’Unione Europea.
Nel referendum di domenica il 52,8% degli islandesi ha votato NO, contro il 47,2% favorevole. Non si decideva ancora sull’ingresso vero e proprio nell’UE, ma su se riaprire o meno i negoziati di adesione, interrotti da diversi anni.
Ma la cosa più interessante è capire cosa abbia spinto la maggioranza a votare contro.
Non la guerra in Ucraina, non la Cina e nemmeno Trump con le sue mire sulla Groenlandia.
A far pendere la bilancia verso il NO è stato soprattutto il pesce.
Perché la pesca conta così tanto?
L’Islanda è un’isola di meno di 400.000 abitanti circondata da una gigantesca zona economica esclusiva nell’Atlantico settentrionale. E una parte importante della sua economia dipende proprio da quelle acque.
La pesca, infatti:
🐟 Vale circa l’8% del PIL e quasi il 40% delle esportazioni
🏭 È un settore fondamentale per l’occupazione, soprattutto nelle comunità costiere
🚫 Alla vigilia del voto, il 90% delle aziende del settore si è dichiarato contrario all’adesione all’UE

Ma per gli islandesi non è soltanto una questione economica. È anche una questione di sovranità.
Tra il 1958 e il 1976 Islanda e Regno Unito arrivarono più volte allo scontro nelle cosiddette Cod Wars, le “guerre del merluzzo”, proprio per il controllo delle acque e delle risorse ittiche attorno all’isola.
Entrare nell’Unione Europea significherebbe invece aderire alla Politica Comune della Pesca, attraverso cui Bruxelles stabilisce regole e quote che devono essere rispettate dai Paesi membri.
Ed è proprio qui che si è concentrata una delle principali paure degli islandesi: perdere parte del controllo su una risorsa fondamentale per il Paese.
Il governo aveva provato a rassicurare gli elettori, promettendo di chiedere a Bruxelles “piena autorità” sul sistema ittico islandese. Anche la Commissione europea si era detta disponibile a valutare soluzioni “creative”. Ma non è bastato.
Un Paese spaccato in due
Il voto ha mostrato anche una netta divisione tra città e zone rurali.
Delle sei circoscrizioni del Paese, solo due hanno votato Sì, ed entrambe si trovano nella capitale: Reykjavík nord (57,5%) e Reykjavík sud (54,5%), il centro dei servizi e della finanza.
Nel resto del Paese ha invece prevalso il No, spesso con margini superiori al 60%.
Non è un caso.
Nelle zone rurali e costiere la pesca pesa molto di più sull’occupazione e sull’economia locale. E proprio qui il timore di perdere parte del controllo sulle risorse del Paese ha avuto un peso maggiore rispetto alla capitale, dove l’economia è più legata a servizi e finanza.

Il punto è che l’Islanda è già molto vicina all’Europa
Ed è qui che la storia diventa interessante. Perché l’Islanda è già profondamente integrata con l’Europa.
Fa parte dello Spazio Economico Europeo, insieme a Norvegia e Liechtenstein, e può quindi accedere in larga parte al mercato unico.
È anche dentro l’area Schengen, partecipa al sistema europeo per lo scambio delle emissioni ed è coinvolta in programmi come Erasmus e Horizon.
Per ottenere questo accesso, Reykjavík ha già recepito quasi 9.000 atti legislativi europei, pur non avendo diritto di voto nelle istituzioni dell’UE.
Ed è proprio questo il paradosso.
Gli islandesi accettano già buona parte delle regole europee, ma mantengono fuori dall’accordo alcuni dei settori più sensibili, soprattutto pesca e agricoltura.
In pratica, hanno già molti dei vantaggi dell’integrazione europea senza essere membri a tutti gli effetti.
E per molti elettori la domanda è stata semplice: perché cambiare?
Uno smacco per l'allargamento UE
Per Bruxelles il risultato del referendum è particolarmente significativo.
Se avesse detto Sì, l’Islanda sarebbe diventata quasi subito una candidata ideale: ricca, democratica, economicamente sviluppata e già allineata a moltissime regole europee.
Sarebbe stata anche l’occasione per dimostrare che l’Unione continua ad attrarre non soltanto Paesi che vogliono avvicinarsi economicamente all’Europa occidentale, ma anche alcune delle economie più prospere del continente.
È successo invece il contrario.
Gli altri candidati all’ingresso, tra cui Albania, Bosnia, Moldova, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia e Ucraina, partono generalmente da livelli di reddito più bassi e vedono nell’UE anche una prospettiva di crescita economica, investimenti e maggiore sicurezza.
Per l’Islanda il calcolo è diverso.
È già ricca, stabile e strettamente integrata con il mercato europeo. E per una maggioranza degli elettori, i benefici di fare l’ultimo passo non sembrano sufficienti a compensare la perdita di autonomia.
Non è la prima volta che accade. La Norvegia ha rifiutato l’ingresso nell’UE due volte, nel 1972 e nel 1994, anche per timori legati alla sovranità e alla pesca. E nel 2016 il Regno Unito ha votato per uscire dall’Unione.
Insomma…
Il "No" islandese non significa che gli islandesi siano antieuropeisti, né che i rapporti con Bruxelles si guasteranno. L’Islanda continuerà a commerciare con l’UE, a partecipare al mercato unico e a collaborare con i Ventisette.
Ma per Reykjavík il compromesso attuale sembra funzionare già abbastanza bene.
E alla fine, tra avere un posto al tavolo di Bruxelles e continuare a decidere autonomamente chi può pescare nelle proprie acque, la maggioranza degli islandesi ha scelto la seconda.
E secondo te, l'Islanda ha fatto la scelta giusta? |
STATI UNITI
🇺🇸 K, C o E? Gli economisti non riescono più a capire che forma abbia l’economia americana
Per capire come sta andando l’economia americana, negli ultimi anni gli economisti hanno iniziato a usare una lettera dell’alfabeto.
La K.
L’idea è abbastanza semplice. Dopo la pandemia, mentre una parte degli americani continuava ad arricchirsi e a spendere sempre di più, un’altra parte faceva sempre più fatica a stare dietro all’aumento del costo della vita.
Due traiettorie che partono dallo stesso punto e vanno in direzioni opposte. Esattamente come i due bracci della lettera K.
Oggi, però, qualcosa potrebbe star cambiando. E negli Stati Uniti è iniziato un curioso dibattito tra economisti, banche e amministratori delegati.
Ma perché proprio una lettera?
Da decenni si usano le lettere per riassumere l'andamento dell'economia, soprattutto dopo le grandi crisi. Abbiamo avuto riprese a "V" (crollo e rimbalzo rapido), a "L" (crollo e stagnazione lunga), a "W" (doppia recessione).
Dopo la pandemia, il consenso si era fissato sulla "K":
📈 Le famiglie più ricche hanno beneficiato della crescita dei mercati finanziari, dell’aumento del valore delle case e di patrimoni che negli ultimi anni si sono rivalutati enormemente. E soprattutto hanno continuato a spendere
📉 Le famiglie con redditi più bassi, invece, hanno dovuto fare i conti con inflazione, affitti, mutui, alimentari ed energia, che hanno assorbito una quota sempre maggiore del loro reddito

Il risultato è stato un consumo sempre più polarizzato, con una parte della popolazione che continuava a correre e un’altra che rimaneva sempre più indietro.
Secondo il governo, però, la K-shaped economy sarebbe finita
Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent sostiene però che la “fase K” sia ormai alle spalle.
Secondo lui, l’economia starebbe assumendo la forma di una C.

In pratica, invece di allontanarsi sempre di più, le diverse fasce di reddito starebbero iniziando lentamente ad avvicinarsi.
A sostegno di questa tesi, Bessent cita la crescita dei salari tra i lavoratori con redditi più bassi e i tagli fiscali introdotti dall’amministrazione Trump, in particolare le misure “no tax on tips”, che eliminano le tasse sulle mance, e “no tax on overtime”, sugli straordinari.
Anche Bank of America vede qualche segnale in questa direzione: da maggio il divario nella crescita della spesa tra le diverse fasce di reddito ha iniziato a ridursi.
In altre parole, la classe media potrebbe lentamente tornare a spendere.
Il problema è che molti americani continuano ad essere in difficoltà
Non tutti, però, sono convinti che sia davvero arrivato il momento di abbandonare la K.
E la guerra tra Stati Uniti e Iran rischia di rendere questo recupero ancora più difficile.
Le famiglie con redditi più bassi destinano infatti una quota maggiore del proprio stipendio a energia, carburanti e beni essenziali. Sono quindi le prime a soffrire quando i prezzi aumentano.
Se il conflitto continuerà a mantenere alta l’inflazione, una parte dei benefici ottenuti con i tagli fiscali potrebbe essere rapidamente assorbita dall’aumento del costo della vita.
E per ora diversi indicatori sembrano dare ragione ai più pessimisti:
📉 La fiducia dei consumatori è calata dell'11% ad agosto rispetto a un anno prima, vicino ai minimi storici
💳 I debiti sulle carte di credito hanno toccato quota $1.260 miliardi nel secondo trimestre, vicino al record
🛒 I big del largo consumo confermano: da Colgate a Lowe's fino a Constellation Brands (la birra Modelo), sostengono che la K sia ancora perfettamente visibile nei comportamenti dei propri clienti
E se invece fosse una E?
Ed è qui che entra in gioco una terza interpretazione.
Secondo alcuni economisti, il problema è che oggi la società americana non può più essere divisa semplicemente tra chi sta bene e chi sta male.
Esisterebbero ormai tre Americhe economiche differenti.
🤑 In alto ci sono le famiglie più ricche, che continuano a spendere grazie a redditi e patrimoni elevati
😔 In basso quelle più fragili, che devono destinare gran parte del proprio stipendio ai beni essenziali
🙂 E nel mezzo c'è una classe media che non sta necessariamente precipitando, ma nemmeno prosperando
Le tre fasce non si stanno quindi né allontanando drasticamente né riavvicinando davvero. Stanno semplicemente viaggiando su tre binari diversi.
E da qui nasce la lettera E.
Heather Long, capo economista della Navy Federal Credit Union, sostiene che questa rappresentazione descriva meglio una classe media che sostanzialmente sta cercando di rimanere a galla.
Quindi qual è la lettera giusta?
Probabilmente nessuna.
K, C ed E sono solo modi semplici per raccontare un’economia molto più complessa. Perché il punto non è tanto trovare la lettera perfetta, quanto capire chi sta davvero beneficiando della crescita americana.
Il PIL può crescere, l’occupazione può reggere e Wall Street può continuare a salire. Ma questo non significa che tutti gli americani stiano vivendo la stessa economia.
C’è chi continua ad accumulare ricchezza, chi sta lentamente recuperando terreno e chi invece resta schiacciato dal costo della vita.
La vera questione allora non è definire la forma dell’economia americana, ma capire quanto siano ormai diverse le realtà economiche in cui vivono i suoi cittadini.

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