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💣 Il conto della guerra in Iran

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Il menù di oggi prevede:
💣 Il conto della guerra in Iran
🤖 Google e il Pentagono: l'AI va in guerra (mentre i dipendenti protestano)
🎁 Abbiamo deciso di fare un regalo alla nostra community
Voi che ci seguite lo sapete: parliamo di economia e finanza ogni giorno, tra post, newsletter e video su YouTube.
Ma a un certo punto ci siamo resi conto che c'era ancora qualcosa che mancava, soprattutto per essere coerenti alla nostra missione aziendale: “Vogliamo risolvere il problema dell’educazione finanziaria una persona alla volta.”
Così abbiamo realizzato il nostro primo podcast interamente dedicato a smontare i falsi miti sugli investimenti.
Si chiama “NON È VERO!":
🆓 sono 8 episodi (ovviamente gratuiti)
💶 costruiti attorno alle credenze e ai falsi miti che sentiamo ogni giorno
📈 e che allontanano ancora troppe persone dal mondo degli investimenti
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GEOPOLITICA
💣 Il conto della guerra in Iran

Il Pentagono ha finalmente reso nota una stima dei costi sostenuti ad oggi per la guerra in Iran: $25 miliardi spesi in due mesi di conflitto.
Una cifra enorme, equivalente all'intero budget annuale della NASA, rivelata per la prima volta in modo ufficiale davanti al Congresso americano.
Ma da dove arrivano questi $25 miliardi?
Jules Hurst, il funzionario che ricopre il ruolo di controllore del Pentagono, ha risposto alla domanda che i legislatori chiedevano da settimane: "La maggior parte è in munizioni", ha detto alla House Armed Services Committee.

Jules Hurst
Il resto copre operazioni, manutenzione e sostituzione dei mezzi danneggiati.
C'è però un problema: i conti non tornano. A marzo, fonti governative avevano già stimato che i primi sei giorni di guerra fossero costati almeno $11,3 miliardi. Come si fa ad arrivare a soli $25 miliardi totali con tre portaerei ancora in zona e decine di migliaia di soldati schierati?
Le stime indipendenti raccontano un'altra storia:
💰 Penn Wharton Budget Model: costo diretto tra $40 e $95 miliardi e impatto economico totale fino a $210 miliardi
🏛️ Center for American Progress: già $25-30 miliardi al mese a fine marzo
🔫 La sola difesa missilistica ha bruciato circa $5 miliardi nelle prime 48 ore
Il numero del Pentagono potrebbe essere solo la punta dell'iceberg.
Il conto che pagano gli americani
Al di là delle spese militari, c'è un secondo conto da considerare: quello al distributore di benzina.
Il motivo, lo sappiamo, è lo Stretto di Hormuz. Da qui transita normalmente il 20% del petrolio mondiale: con lo stretto di fatto chiuso, il WTI ha superato $100 al barile

Il prezzo medio nazionale ha raggiunto $4,18 al gallone, il livello più alto in quattro anni. Dall'inizio della guerra, la benzina è salita del 40%; il diesel ancora di più: $5,46 al gallone, il 45% in più rispetto a febbraio.
Il problema non è solo la benzina…
✈️ Il carburante aereo è aumentato del 58% e le compagnie aeree stanno già ritoccando i prezzi dei biglietti
🌾 I fertilizzanti costano il 40% in più, il che significa che i rincari arriveranno presto anche sugli scaffali del supermercato.
Non a caso, il direttore dell'Agenzia Internazionale dell'Energia l'ha definita "la più grande sfida alla sicurezza energetica globale della storia".
Pochi temi colpiscono gli americani quanto i prezzi
E Trump lo sa bene, è stato uno dei cavalli di battaglia della sua campagna contro Biden.
Oggi la situazione si è ribaltata. Solo il 34% degli americani approva la guerra in Iran, in calo continuo dal 38% di metà marzo. Il suo indice di gradimento complessivo è al minimo storico del secondo mandato, e il 67% degli americani disapprova specificamente la sua gestione del conflitto.
Con le elezioni di metà mandato a novembre, i Repubblicani guardano a questi numeri e tremano, perché chi controllerà Camera e Senato si decide proprio su temi come inflazione e prezzi della benzina.

I dati che preoccupano di più:
🗳️ Affordability (il costo della vita)→ i Democratici stanno martellando su un messaggio semplice: è Trump che ha portato la benzina a $4
📊 Economia e inflazione → i temi su cui Trump vince le elezioni sono gli stessi su cui oggi segna il peggior gradimento: il suo net approval (approvazione meno disapprovazione) sull'economia è -21, sull'inflazione -33
“Quanto paghereste per fermare la bomba atomica?“
Di fronte alle critiche, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth non ha battuto ciglio: "Quanto paghereste per garantire che l'Iran non abbia un'arma nucleare?" accusando i Democratici di essere "sconsiderati, irresponsabili e disfattisti".
La posizione dell'amministrazione è chiara: il costo è giustificato dall'obiettivo.
Ma il quadro sul campo rimane complicato: 13 soldati americani morti, centinaia feriti, un cessate il fuoco fragile e negoziati sullo Stretto di Hormuz completamente in stallo. L'esercito è pronto a riprendere gli attacchi se Trump lo ordinerà.
Insomma…
$25 miliardi è il prezzo ufficiale. Ma tra le stime indipendenti, il costo energetico e il conto politico in vista delle midterm, la cifra reale è probabilmente molto più alta.
Hegseth chiede agli americani quanto siano disposti a pagare per fermare la bomba nucleare iraniana. La risposta che arriva dai sondaggi è sempre più chiara: meno di quanto stanno pagando adesso.
A novembre si vota. La guerra in Iran affosserà Trump e i Repubblicani? |
COMMERCIO INTERNAZIONALE
🚗 Trump alza i dazi sulle auto europee al 25%
Un post su Truth Social. Poche righe, nessuna spiegazione dettagliata. È così che Donald Trump ha annunciato di voler portare i dazi sulle auto europee dal 15% al 25%, a partire dalla prossima settimana.
Il motivo? L'Unione Europea non starebbe rispettando «il nostro accordo commerciale pienamente concordato». Quale parte dell'accordo sia stata violata, però, Trump non l'ha detto.
L’accordo che Trump dice di non rispettare

Il riferimento è al deal commerciale USA-UE siglato nell'estate del 2025, dopo la stretta di mano tra Trump e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen.
L'intesa prevedeva un tetto del 15% sui dazi per la maggior parte dei beni europei esportati negli Stati Uniti, auto comprese.
In cambio, l'Europa si era impegnata su più fronti: abbassare le proprie tariffe sui prodotti industriali americani, aprire di più il mercato agroalimentare, acquistare energia USA per $750 miliardi entro il 2028 e portare nuovi investimenti europei negli Stati Uniti per $600 miliardi.
Un accordo sbilanciato, che però Bruxelles aveva accettato pur di evitare dazi ancora più alti.
Era già fragile allora, lo è ancora di più oggi:
📆 A gennaio 2026 l'UE ne aveva sospeso l'approvazione per protesta: Trump aveva imposto dazi ai paesi che avevano mandato soldati in Groenlandia, e Bruxelles aveva risposto bloccando la ratifica
📆 E a febbraio la Corte Suprema americana aveva dichiarato illegale la maggior parte dei dazi imposti dall'amministrazione, riducendo di fatto il tetto tariffario al 10%. I dazi sulle auto, però, restano fuori dalla sentenza.
La scelta di colpire proprio le auto non è casuale
Il settore automotive è il cuore dell'industria europea, soprattutto tedesca, e arriva in un momento in cui i rapporti tra Washington e Bruxelles si sono deteriorati su più fronti.

Trump si è lamentato più volte di non ricevere sostegno dai paesi europei sulla guerra in Medio Oriente contro l'Iran, e negli ultimi giorni ha minacciato di ridurre la presenza militare statunitense in Italia, Spagna e Germania.
Le tensioni con Berlino sono particolarmente acute: il cancelliere Friedrich Merz ha criticato apertamente la strategia americana in Medio Oriente, dicendo che l'Iran sta «umiliando» gli Stati Uniti.
Con l'Italia, il peggioramento è più recente — dopo mesi di sintonia, Trump ha cominciato ad attaccare Meloni a metà aprile, prima per aver difeso Papa Leone XIV, poi per il mancato sostegno sulla guerra.
Cosa cambia per l’industria?
Un salto dal 15% (o 10%) al 25% è un colpo durissimo per i costruttori europei. Tra i marchi più esposti:
🚘 Volkswagen, BMW, Mercedes-Benz: i tre gruppi tedeschi esportano volumi significativi di modelli premium direttamente dall'Europa
🏭 Stellantis: colpita su diversi segmenti, con stabilimenti europei che servono il mercato USA
⚡ Produttori di auto elettriche: già sotto pressione per concorrenza cinese e costi elevati
Le opzioni per le aziende sono due: assorbire il costo, riducendo i margini, oppure scaricarlo sui consumatori americani alzando i prezzi. In entrambi i casi, la competitività si riduce.
I dati lo confermano già: nel 2025 l'export automobilistico europeo verso gli USA è calato del 21,4%, effetto diretto dei dazi introdotti l'anno precedente.
Trump ha aggiunto un messaggio esplicito ai costruttori stranieri: chi produce negli Stati Uniti NON pagherà dazi. Un invito (o una pressione) a spostare la produzione oltreoceano. Il problema è che riconvertire catene produttive, fornitori e linee di assemblaggio richiede anni, non settimane.
La risposta dell’UE
La Commissione europea non ha commentato direttamente, ma il messaggio è chiaro.
Un portavoce ha dichiarato che «l'UE sta attuando gli impegni assunti» e ha aggiunto che, se gli Stati Uniti adotteranno misure incompatibili con la dichiarazione congiunta, Bruxelles «manterrà aperte tutte le opzioni per proteggere gli interessi dell'Unione».

Traduzione: potrebbe partire una nuova fase di contromisure tariffarie, con ritorsioni che andrebbero oltre l'auto, coinvolgendo acciaio, agroalimentare e tecnologia. Esattamente lo scenario che l'accordo del 2025 avrebbe dovuto evitare.
I dazi al 25% spingono davvero le case auto europee a produrre negli USA? |

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