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🇮🇹 Il Caso Moro: i 55 giorni che hanno cambiato l'Italia

Buongiorno! Questo è il Punto, la newsletter che ti spiega l’economia e l’attualità in modo semplice e veloce!

Ecco cosa offre il menù di oggi:

  • 🇮🇹 Il Caso Moro: i 55 giorni che hanno cambiato l'Italia

  • 🚢 Perché cechi e cinesi si contendono gli yacht italian

IN COLLABORAZIONE CON: Festival dell’Economia di Trento

💡 AI, lavoro, energia e geopolitica: 5 giorni per capire il mondo al Festival dell'Economia di Trento

Inflazione, intelligenza artificiale e transizione energetica.

Sono parole che senti ogni giorno, ma che spesso sembrano lontane - anche se non non lo sono, perché impattano sul tuo lavoro, sulle tue spese e sulle tue scelte.

E c'è un posto dove tutti questi temi vengono raccontati in modo chiaro, accessibile e aperto a chiunque.

È il Festival dell'Economia di Trento, che dal 20 al 24 maggio torna con la sua XXI edizione dedicata ai nuovi equilibri di potere globali e al futuro delle nuove generazioni.

È organizzato da Trentino Marketing e Gruppo Il Sole 24 ORE ed è un appuntamento imperdibile per chi vuole capire cosa sta succedendo nel mondo:

  • 🗣️ Premi Nobel e relatori internazionali, ma con un linguaggio che parla a tutti

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  • 🔎 Si parla di AI, lavoro, geopolitica, energia, demografia e molto altro

Che aspetti? 👇🏻

STORIA ITALIANA

🇮🇹 Il Caso Moro: i 55 giorni che hanno cambiato l'Italia

Il 16 marzo 1978, in via Fani a Roma, un commando delle Brigate Rosse sequestra Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, dopo aver sterminato la sua scorta in meno di due minuti.

55 giorni dopo, il suo corpo viene ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani, a pochi passi dalle sedi della DC e del PCI.

Quei 55 giorni hanno segnato la fine di un'epoca politica e l'inizio di uno dei casi più studiati della storia italiana. Un caso che, a quasi cinquant'anni di distanza, lascia ancora senza risposta una domanda fondamentale: cosa è successo davvero in quei giorni?

L’Italia degli anni di piombo

Negli anni '70, l'Italia viveva una "democrazia bloccata": la DC governa da 30 anni, mentre il PCI, pur con 12 milioni di voti, era escluso dall'esecutivo per veto americano.

A questo si aggiungevano la crisi petrolifera del 1973 e la strategia della tensione, inaugurata nel 1969 con la strage di Piazza Fontana e portata avanti da gruppi neofascisti coperti da pezzi dei servizi segreti.

Strage di Piazza Fontana

È proprio in questo clima che nascono le Brigate Rosse, fondate nel 1970. Dopo l'arresto dei fondatori nel 1974, la guida passa a Mario Moretti, che radicalizza l'organizzazione e inaugura la stagione dell'"attacco al cuore dello Stato".

Chi era Aldo Moro?

Pugliese, classe 1916, giurista, costituente, cinque volte Presidente del Consiglio. Moro era il rappresentante più autorevole della corrente di sinistra della DC e l'uomo che, meglio di chiunque altro, aveva capito che il sistema politico italiano andava sbloccato.

La sua intuizione si chiamava Compromesso Storico: un'intesa con il PCI di Enrico Berlinguer per portare i comunisti al governo, almeno per il tempo necessario ad affrontare la crisi.

Enrico Berlinguer e Aldo Moro

Un progetto con una lista lunghissima di nemici, dall'ala conservatrice della DC all'URSS, fino alla sinistra radicale. Ma soprattutto Washington.

Nell'autunno del 1974, Henry Kissinger glielo aveva detto chiaramente: o abbandonava la collaborazione col PCI, oppure ci sarebbero state gravi conseguenze.

Moro tirò dritto.

Via Fani: 16 marzo 1978

La mattina del 16 marzo, il Parlamento si apprestava a votare la fiducia al quarto governo Andreotti, il primo con il sostegno esterno del PCI. Il coronamento del progetto di Moro.

Quella mattina Moro esce di casa diretto in Parlamento, scortato da due auto e cinque agenti.

Alle 9, all'incrocio tra via Fani e via Stresa, una decina di brigatisti tende un agguato al convoglio: in meno di due minuti vengono sparati oltre 90 colpi, i cinque agenti della scorta vengono uccisi, Moro caricato e fatto sparire.

Via Fani

Secondo le dichiarazioni dei brigatisti, la sua destinazione è una cella di 3 metri quadri in un appartamento di via Montalcini, ribattezzata "il carcere del popolo".

Perché proprio Moro?

Ufficialmente, i brigatisti dicono di averlo scelto per ragioni logistiche: viveva in periferia, aveva abitudini regolari e — come dirà lui stesso — "se la scorta non fosse stata, per ragioni amministrative, del tutto al di sotto delle esigenze della situazione, io forse non sarei qui".

Ma è difficile non notare che Moro era anche il politico più scomodo per tutti i nemici del Compromesso Storico.

I 55 giorni

Mentre Moro è prigioniero delle BR, il Paese si spacca in due:

  • 🔒 Il fronte della fermezza: DC e PCI escludono ogni trattativa in nome della "ragion di Stato"

  • 🤝 Il fronte della trattativa: il PSI di Bettino Craxi, che giudica inaccettabile sacrificare Moro

Dalla prigionia, Moro scrive decine di lettere ai vertici dello Stato. Lettere lucide e dure, in cui supplica i suoi colleghi di trattare. Ma DC e PCI rispondono delegittimandolo, dipingendolo come un uomo non più lucido.

Il 15 aprile, dopo un mese di prigionia, le Brigate Rosse annunciano di aver "condannato a morte" Moro. Da quel momento le sue lettere cambiano tono: non sono più appelli, ma atti d'accusa. "Il mio sangue ricadrà su voi, sul partito, sul Paese", scrive ai colleghi di partito.

Il 9 maggio, Moro viene ucciso. Il corpo viene abbandonato in via Caetani.

Ma il Caso Moro non finisce in via Caetani

Da quel 9 maggio parte, infatti, una vicenda parallela, fatta di domande senza risposta e di almeno cinque grandi misteri:

  • 🔫 L'agguato di via Fani: 91 colpi sparati con precisione chirurgica, quasi tutti letali per la scorta ma nessuno per Moro

  • 🏚️ Il luogo della prigionia: la versione ufficiale di via Montalcini si basa solo sulle parole dei brigatisti, senza un testimone oculare

  • 🚪 Il covo di via Gradoli: il nascondiglio di Mario Moretti, scoperto per caso da un'infiltrazione d'acqua, in un palazzo pieno di uomini dei servizi segreti dove la polizia era già passata senza trovare nulla. Tutto, troppo, troppo casuale.

  • 📄 Il memoriale di via Monte Nevoso: trovato in due tranche a 12 anni di distanza, con la parte più scottante riemersa solo nel 1990. Nel mezzo, una scia di morti sospette tra chi lo aveva letto per primo.

  • 🇺🇸 Le ingerenze americane e la P2: i comitati di crisi creati da Cossiga per coordinare la ricerca di Moro erano popolati interamente da uomini della Loggia P2. E Steve Pieczenik, esperto americano di crisi inviato a Roma, ammise anni dopo che il "sacrificio" di Moro era necessario per la stabilità del Paese

Cosa resta del Caso Moro

Alla fine, ad uccidere Moro non sono solo i proiettili di Moretti.

A condannarlo è stata anche l'inerzia di una classe politica che, in 55 giorni, non ha mai davvero provato a salvarlo.

Quello che resta è un "delitto d'abbandono": una vicenda in cui troppi soggetti, per ragioni diverse, non vollero mai davvero salvarlo.

Cosa sarebbe successo se Moro fosse stato liberato? Come sarebbe cambiata l'Italia se il Compromesso Storico si fosse materializzato?

Forse sarebbe cambiato tutto, forse nulla. Ma una cosa è certa: quei 55 giorni hanno chiuso un'epoca della Prima Repubblica.

Vuoi conoscere tutti i dettagli e i misteri ancora irrisolti del Caso Moro? Non perderti il nostro ultimo video su YouTube 👇️

ITALIA

🚢 Ferretti, lo scontro tra Cina e Repubblica Ceca per il gioiello della nautica italiana

Riva, Pershing, Wally.

Nel mondo della nautica di lusso sono nomi che non hanno bisogno di presentazioni. Dietro a tutti e tre c'è Ferretti Group, storico gruppo italiano: €1,23 miliardi di ricavi, sei cantieri in Italia, yacht che navigano da Monaco a Miami.

Eppure, da oltre dieci anni, la rotta dell’azienda è decisa da un gruppo cinese.

Ora, però, qualcuno ha deciso che è il momento di cambiarla.

Ma facciamo un passo indietro: come la Cina è arrivata a Ferretti

Nel 2012 Ferretti era in ginocchio: troppi debiti, un mercato della nautica devastato dalla crisi e nessun investitore europeo disposto a scommetterci.

A farsi avanti fu Weichai Group, colosso industriale dello Shandong specializzato in trattori e macchinari pesanti. Di barche di lusso non sapeva nulla, ma aveva €374 milioni da mettere sul tavolo. Si prese il 75% del capitale, e da quel momento uno dei simboli del Made in Italy passò, di fatto, sotto controllo cinese.

Negli anni successivi i conti sono lentamente tornati in ordine, l'azienda è cresciuta ed è sbarcata in Borsa: prima a Hong Kong nel 2022, poi a Milano nel 2023.

Con l’ingresso in Borsa, la quota di Weichai è progressivamente scesa fino al 39,5%.

Insomma, il controllo restava cinese, ma non era più assoluto.

Ed è proprio lì che si apre uno spazio

A fiutare l'occasione, nel 2024, è stato Karel Komárek — miliardario ceco a capo di KKCG, holding con interessi che vanno dall'energia al gaming. Ha studiato Ferretti e ha iniziato a comprare azioni senza fare rumore. Fino a marzo 2026, quando è uscito allo scoperto con un'OPA parziale.

Karel Komárek

Weichai ha rifiutato di vendere, ma ormai era tardi: il ceco era già salito al 23,2%. E non era solo. Attorno a Komárek si è costruito un vero blocco di azionisti pronti a sfidare Pechino:

  • 🇰🇼 Bader Al-Kharafi, imprenditore kuwaitiano → 5%

  • 🏎️ Piero Ferrari → 4,63%

  • 🇮🇹 Iervolino → ~5%, famiglia Bombassei → 2%

Tutto il fronte Komárek messo insieme arriva al 38,5%. Weichai è al 39,5%. Un solo punto di distacco.

Il voto che decide tutto

Il 14 maggio, l'assemblea degli azionisti voterà il nuovo CdA. Sul tavolo ci sono due liste con due visioni opposte:

  • Komárek punta sulla continuità: sé stesso presidente, l'attuale AD Alberto Galassi confermato, e nomi di peso come Stefano Domenicali (AD di Formula 1) e Piero Ferrari. La strategia? Far crescere Ferretti con acquisizioni e puntare forte sulla divisione difesa

Alberto Galassi

  • Weichai vuole cambiare tutto: Tan Ning presidente, nessun candidato esplicito come AD — il che, tradotto, significa far fuori Galassi

A questo punto, la partita è completamente aperta. E si decide tutta sui rapporti di forza tra gli azionisti.

Ma in gioco non ci sono solo yacht di lusso

Accanto ai marchi iconici, Ferretti Group ha sviluppato anche una divisione strategica: la Ferretti Security Division.

Questa divisione produce pattugliatori veloci per i Carabinieri, le guardie costiere e marine militari. Parliamo di imbarcazioni da oltre 50 nodi, con sistemi di comunicazione satellitare e tecnologie che possono servire sia in ambito civile che militare.

Ed è proprio questo il punto. Il sospetto è che Weichai voglia portarsi tutto in Cina:

  • 🏗️ Ha costruito un hub nautico a Qingdao che produce anche mezzi per le forze dell'ordine cinesi

  • 🔧 Alcuni manager avrebbero proposto di trasferire il know-how Ferretti nello Shandong

Il punto è che se un'azienda di Stato cinese ha le mani su queste competenze, nessuna marina NATO comprerà mai una barca da Ferretti.

A questo punto potrebbe entrare in gioco anche lo Stato italiano

Attraverso il Golden Power, il governo può intervenire per bloccare o condizionare operazioni che riguardano aziende strategiche. E Ferretti, con la sua componente militare, rientra pienamente in questa categoria.

Il tema è già arrivato in Parlamento e con le nuove norme del 2026, i margini di intervento sono ancora più ampi.

Per ora non ci sono decisioni ufficiali.
Ma dopo il voto, la situazione potrebbe evolvere rapidamente. Non ci resta che aspettare

Secondo te, il governo dovrebbe intervenire?

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