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🏴‍☠️ Il corsaro della finanza italiana: l’ascesa (e la caduta) di Raul Gardini

Buongiorno! Questo è il Punto, la newsletter che ti spiega l’economia e l’attualità in modo semplice e veloce!

Il menù di oggi prevede:

  • 🏴‍☠️ Il corsaro della finanza italiana: l’ascesa (e la caduta) di Raul Gardini

  • 🎬 L’Odissea di Nolan è costata $250 milioni. Ma il vero investimento è stato girarla come un film di altri tempi

GRANDI IMPRENDITORI ITALIANI

🏴‍☠️ Il corsaro della finanza italiana: l’ascesa (e la caduta) di Raul Gardini

È venerdì 23 luglio 1993.

In pieno centro a Milano, in Piazza Belgioioso, un botto spezza il silenzio. Pochi minuti dopo, uno degli industriali più potenti d'Italia viene ritrovato nel suo letto con una pistola accanto e un foglio con una sola parola scritta a mano: "Grazie".

Quell'uomo si chiama Raul Gardini.

E quando la notizia si diffonde, l'Italia si ferma.

Ma com'è finito così uno degli imprenditori più ambiziosi della storia italiana?

E cosa si nasconde davvero dietro la sua caduta?

Per capirlo, dobbiamo fare un passo indietro…

Gardini con la moglie Idina

Tutto inizia nel 1933, nell'entroterra di Ravenna, dove Raul cresce tra i campi e gli allevamenti di famiglia. Fin da giovane capisce di amare più il mare e la vela che la terra, una passione che si porterà dietro per tutta la vita.

Ma è all'università che la sua storia cambia direzione.

In una giornata al mare, attira l'attenzione di Idina Ferruzzi, figlia di Serafino Ferruzzi, uno degli imprenditori agricoli più potenti d'Europa.

Un uomo che controlla il commercio di cereali tra America ed Europa, possiede terreni immensi in Argentina e Brasile, gestisce una flotta di navi mercantili e viene rispettato e temuto alla Borsa di Chicago.

Nel 1957 Raul e Idina si sposano. Serafino lo prende sotto la sua ala e gli insegna i segreti del business agricolo internazionale.

Gardini osserva, impara. E aspetta il suo momento.

L’opportunità di mettersi in mostra, per Gardini, arriva dopo una tragedia

Il 10 dicembre 1979 l'aereo privato di Serafino Ferruzzi precipita. In un istante, uno dei più grandi gruppi agricoli d'Europa rimane senza guida.

E Serafino non aveva designato un successore: la famiglia litiga, le banche incalzano, i clienti iniziano a guardarsi intorno.

A fare la mossa decisiva è Idina, che detta le proprie condizioni: o Raul prende i pieni poteri operativi, oppure lei e suo marito chiedono la liquidazione della loro quota.

La votazione finisce tre a uno. A 46 anni, Raul Gardini diventa ufficialmente il nuovo Amministratore Delegato del Gruppo Ferruzzi.

E Raul si dà subito da fare

Mentre il suocero aveva costruito il suo potere nell'ombra, Gardini vuole i riflettori. Vuole che il nome Ferruzzi risuoni sui giornali, nelle televisioni, nei salotti della finanza internazionale.

E di mosse ne fa tante, e in fretta:

  • 🌍 Conquista Béghin-Say, il primo produttore di zucchero in Europa

  • 📈 Nel 1985 porta Ferruzzi Finanziaria in Borsa

  • 📰 Acquista Il Messaggero e una quota del 20% di RCS (Corriere della Sera)

Ma il vero colpo arriva nel 1986, quando mette nel mirino la Montedison, il più grande gruppo privato italiano dopo la Fiat degli Agnelli. L'azienda operava principalmente nella chimica (fertilizzanti, materie plastiche, farmaceutica) e nella produzione di energia elettrica.

In un solo giorno, dà ordine al suo broker Umberto Maiocchi di comprare azioni Montedison sul mercato e si porta a casa il 14% della società, diventandone così il primo azionista.

Da lì in poi i giornali inizieranno a chiamarlo "il corsaro della Borsa italiana".

L’acquisizione di Montedison non è casuale…

Gardini ha infatti in testa un progetto che considera rivoluzionario: produrre bio-etanolo e bioplastiche dagli scarti agricoli, per rendere l'Italia indipendente dal petrolio.

Per realizzarlo, nel 1989 convince l'ENI (tramite la sua controllata Enichem) a unire le forze e nasce Enimont: un colosso da 55.000 dipendenti e 16.000 miliardi di lire di fatturato, con il 40% a testa per Montedison e Enichem e il restante 20% quotato in Borsa.

Sulla carta, un capolavoro industriale.

Nella pratica, però, i problemi non mancano.

Enichem era un'azienda statale, e questo voleva dire che ogni decisione era politica.

Nomine, strategie, investimenti: tutto passava per i partiti, che in Enimont vedevano non un'azienda da far crescere, ma un serbatoio di posti, appalti e consenso elettorale da gestire.

Gardini, abituato a decidere in fretta e a rispondere solo ai mercati, si ritrova impantanato in una macchina che ragionava con tempi e logiche completamente diverse dalle sue.

Nel 1990 prova quindi a forzare la mano, rastrellando azioni in segreto fino a ottenere la maggioranza. Si presenta al management e pronuncia la frase che passerà alla storia: «Da oggi la chimica italiana sono io».

La reazione è durissima. I partiti, le banche e l'ENI si coalizzano contro di lui. Il giudice che dispone il sequestro delle azioni, si scoprirà anni dopo, aveva ricevuto denaro dall'ENI per bloccarlo.

Tredici giorni dopo il corsaro deve cedere: vende la sua quota per 2.805 miliardi di lire.

Un successo finanziario, ma la fine definitiva del suo progetto industriale.

E i problemi iniziano ad arrivare tutti assieme…

Il 17 febbraio 1992 Antonio Di Pietro arresta Mario Chiesa, dando il via all’inchiesta di Mani Pulite.

Risalendo la catena della corruzione vengono trovati circa 150 miliardi di lire di fondi nascosti nei bilanci della Montedison: tangenti pagate ai partiti per gestire l'affare Enimont.

Di Pietro la chiamerà "la madre di tutte le tangenti".

Il cerchio inizia a stringersi: a luglio 1993, il direttore amministrativo di Ferruzzi e l'ex presidente di Montedison confessano.

Il 22 luglio l'ordine di arresto per Gardini è pronto. Il suo avvocato tratta con Di Pietro: si sarebbe presentato spontaneamente il mattino dopo, alle 8:30, con la massima discrezione.

Il 23 luglio Gardini legge i giornali, rimane seduto in silenzio, prende un foglio e scrive una sola parola ai suoi figli.

Poi va in camera, apre un cassetto e si spara.

Sulla sua morte però, rimangono molti dubbi…

Sulla morte di Raul Gardini circolano ancora oggi dubbi: la distanza dell'arma, la scena del crimine compromessa prima dell'arrivo degli inquirenti, il tempismo sospetto.

Quello che è certo è che con lui scompare un personaggio che incarna tutte le contraddizioni del capitalismo italiano: visionario nella chimica verde, spietato nella finanza, incapace di capire i limiti di un'Italia che i campioni industriali li tollerava, purché non disturbassero troppo il sistema che li aveva fatti crescere.

Se vuoi scoprire tutti i dettagli di questa storia, non perdere il video sul nostro canale YouTube! 👇

CINEMA

🎬 L’Odissea di Nolan è costata $250 milioni. Ma il vero investimento è stato girarla come un film di altri tempi

Christopher Nolan ha incassato $264,1 milioni nel primo weekend globale con The Odyssey, il suo adattamento del poema di Omero con Matt Damon nei panni di Odisseo.

È il miglior debutto mondiale della sua carriera e, considerando un budget da $250 milioni, il risultato ha già un peso enorme.

Ma il dato più interessante non riguarda gli incassi. Riguarda il modo in cui il film è stato realizzato: interamente con cineprese IMAX, su pellicola 70mm, tra location reali, scenografie a grandezza naturale e pochissima computer grafica.

In pratica, Nolan ha realizzato uno dei film più costosi di sempre scegliendo il metodo più complesso e costoso disponibile.

Quanto è costato davvero

Il budget di produzione di The Odyssey è di circa $250 milioni, una cifra paragonabile a quella dei più grandi kolossal hollywoodiani ma senza gli effetti digitali che di solito giustificano quelle cifre.

A gonfiare i costi qui è stato tutto ciò che sta davanti alla cinepresa: location reali sparse tra Europa e Africa, set fisici ricostruiti a grandezza naturale, effetti pratici invece che al computer. Nolan è noto per far esplodere cose vere e costruire ambienti veri piuttosto che affidarli a un green screen.

A rendere tutto ancora più complicato è stata la scelta di girare l’intero film su pellicola IMAX.

Perché girare in IMAX costa così tanto

Nolan ha girato The Odyssey con cineprese a marchio IMAX e pellicola in formato 70mm, la più grande e costosa in circolazione. Una scelta che pochissimi registi possono permettersi, per diversi motivi:

  • 🎞️ La pellicola fisica costa: ogni metro di 70mm ha un prezzo elevatissimo, e va sviluppato in laboratorio

  • 📷 Le cineprese IMAX sono rare, pesanti e rumorose: esistono in pochissimi esemplari al mondo, il che complica ogni giornata di riprese

  • 🎬 Serve un maestro per gestirle: sono macchine difficili, e questo allunga i tempi (e i costi) sul set

Il risultato, però, è un'immagine con una nitidezza che il digitale fatica a eguagliare, pensata per essere vista sugli schermi cinematografici più grandi.

Ed è qui che la scommessa di Nolan sembra aver funzionato.

I numeri raccontano una scommessa vinta

Negli Stati Uniti e in Canada, circa la metà degli spettatori ha scelto un formato premium e il 23% ha acquistato un biglietto IMAX.

E qui i conti tornano:

  • 🍿 Sono stati venduti circa 7,5 milioni di biglietti solo nel mercato nordamericano

  • 🎫 Le proiezioni in grande formato hanno pesato per il 45% dei biglietti, a un prezzo medio di $19

  • 🎞️ Le rarissime proiezioni in 70mm (il 5% dei biglietti) sono state vendute in media a $22,50 l'una, spesso esaurite da mesi

  • 💰 Il solo IMAX aveva già in cassa $50 milioni di prevendite, il suo record assoluto

Pensate che la richiesta è stata così ampia che 42 sale hanno organizzato proiezioni tra mezzanotte e le tre del mattino.

Il fattore Nolan

Considerando l’inflazione, quello di The Odyssey è il terzo miglior debutto mondiale della carriera di Nolan, dietro soltanto a Il cavaliere oscuro e Il cavaliere oscuro – Il ritorno.

Il regista è ormai uno dei pochi autori capaci di attirare il pubblico semplicemente con il proprio nome.

Metà degli spettatori ha tra i 18 e i 34 anni, proprio la fascia che le sale stanno cercando di riconquistare dopo la pandemia e la crescita dello streaming.

La stessa formula aveva già funzionato nel 2023 con Oppenheimer, trasformato in un evento globale nonostante le tre ore di durata e un tema apparentemente poco commerciale.

E la corsa non è finita. Il film deve ancora uscire in Cina, Giappone e Corea del Sud, manterrà l’esclusiva IMAX per tre settimane e la sua permanenza nelle sale è già stata estesa fino alla quinta.

Insomma…

Nolan ha trasformato un poema scritto quasi tremila anni fa in un evento mondiale utilizzando una delle tecnologie cinematografiche più antiche e costose disponibili.

Mentre molti studios puntano sulla CGI, riducono la permanenza dei film in sala e accelerano l’arrivo sulle piattaforme, Nolan fa l’opposto: spende di più, costruisce set reali, gira su pellicola e chiede al pubblico di pagare un biglietto più costoso.

E il pubblico, almeno per ora, continua a rispondere.

La vera domanda è un’altra: Nolan è un’eccezione in un’industria cinematografica in difficoltà, oppure dimostra che le persone sono ancora disposte a pagare di più, purché il cinema offra qualcosa che non possono vedere sullo schermo di casa?

Il cinema come lo fa Nolan ha ancora senso?

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