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🔍 Google: il colosso che rischia di essere divorato dalla sua stessa creatura

Buongiorno! Questo è il Punto, la newsletter che ti spiega l’economia e l’attualità in modo semplice e veloce!
Ecco cosa offre il menù di oggi:
🔍 Google: il colosso che rischia di essere divorato dalla sua stessa creatura
🚢 Perché UE e Ucraina stanno litigando sul petrolio?
STORIE IMPRENDITORIALI
🔍 Google: il colosso che rischia di essere divorato dalla sua stessa creatura

Quando si parla di aziende che hanno cambiato il mondo, Google è in cima alla lista.
In poco più di vent'anni, due studenti di Stanford hanno trasformato un algoritmo di ricerca nato in un garage in un impero da oltre $350 miliardi di fatturato annuo.
Ma oggi, per la prima volta nella sua storia, Google si trova di fronte a una minaccia esistenziale.
E il paradosso è che la tecnologia che rischia di travolgerla, l'ha inventata Google stessa.
L’intuizione che ha cambiato internet
La storia di Google inizia nel 1998, quando Larry Page e Sergey Brin, due dottorandi di Stanford, fondano l’azienda partendo da un'intuizione: dare ordine all’immenso e caotico universo del World Wide Web.

Sergey Brin e Larry Page
All'epoca, i motori di ricerca decidevano quali risultati mostrare agli utenti in modo piuttosto rudimentale: contavano quante volte una parola compariva in una pagina.
Più una parola veniva ripetuta, più la pagina scalava la classifica. Un sistema facilmente manipolabile, perché bastava ripetere una parola tante volte per apparire tra i primi risultati, anche senza offrire contenuti di qualità.
Page e Brin rivoluzionano questo approccio. Sviluppano un nuovo algoritmo, chiamato PageRank, che non valuta solo cosa c’è scritto in una pagina, ma soprattutto quanti altri siti la citano tramite link e quanto questi siti siano autorevoli. In altre parole, una pagina è considerata rilevante se viene “raccomandata” da altre pagine autorevoli.
Il principio è simile a quello delle citazioni nel mondo accademico: più studiosi stimati citano una ricerca, più quella ricerca viene ritenuta affidabile e rilevante.
Da motore di ricerca a impero tecnologico
Da lì, Google cresce a ritmi impressionanti.
Prima arriva AdWords, il sistema pubblicitario che permette alle aziende di comprare spazi pubblicitari accanto ai risultati di ricerca, pagando quando qualcuno clicca sul loro annuncio.
Poi l'espansione a tutto campo:
📧 Gmail (2004): il servizio di posta elettronica gratuito con un gigabyte di spazio, quando la concorrenza offriva solo pochi megabyte
🤖 Android (2005): acquisito per $50 milioni, oggi il sistema operativo mobile più diffuso al mondo
🗺️ Google Maps (2005): mappe interattive e indicazioni stradali che rendono obsoleto tutto il resto
📹 YouTube (2006): acquisito per $1,65 miliardi, oggi genera oltre $45 miliardi l'anno
🌐 Chrome (2008): lanciato per togliere a Microsoft il controllo del browser e garantirsi Google come motore di ricerca predefinito. Oggi domina con oltre il 70% del mercato globale
Il fatturato di Google è passato da $3,2 miliardi nel 2004 a oltre $350 miliardi oggi. Un x100 in vent'anni, con i profitti che hanno superato i $100 miliardi nel 2024.

Un dominio che sembrava inattaccabile. Almeno fino a un mercoledì di novembre del 2022.
Il codice rosso
Quando OpenAI lancia ChatGPT, in casa Google scatta l’allarme. Il CEO Sundar Pichai convoca una riunione d’emergenza: la minaccia è evidente.
Quel nuovo modo di interagire con un chatbot, diretto, conversazionale, immediato, rischia di scardinare le fondamenta su cui Google ha costruito il proprio impero.
Il paradosso? Google non è stata colta di sorpresa dall’intelligenza artificiale. Anzi, è stata proprio Google Research a introdurre l’architettura Transformer, la stessa tecnologia su cui si basano GPT e tutti i grandi modelli linguistici moderni.
Allora perché non è stata lei a lanciare per prima qualcosa come ChatGPT?
La risposta è tanto semplice quanto amara: Google aveva troppo da perdere. Se gli utenti iniziano a ricevere risposte complete direttamente da un chatbot, smettono di cliccare sui link e, soprattutto, sugli annunci pubblicitari. E la pubblicità è il cuore di un business da oltre $300 miliardi.
In altre parole, Google aveva la tecnologia, ma non l’incentivo a rivoluzionare un modello che funzionava già alla perfezione.
OpenAI, al contrario, non aveva un impero pubblicitario da proteggere. Nessuna macchina da miliardi da difendere. Poteva permettersi di rischiare. Proprio come fece Google venticinque anni prima, quando ancora startup sfidò i giganti dell’epoca senza avere nulla da perdere.
Qualche mese dopo il lancio di ChatGPT, Google presenta Bard, il suo chatbot concorrente. Ma il lancio è un disastro: durante la demo ufficiale, Bard fornisce informazioni sbagliate. I mercati reagiscono male, il titolo perde valore e i meme si moltiplicano.

A dicembre 2023 Bard viene ribattezzato Gemini, dopo investimenti di decine di miliardi, Google riesce a colmare il gap tecnologico.
Ma il vero problema, ormai, non è più solo tecnologico. È strategico.
Il paradosso che nessuno sa risolvere
Google si trova intrappolata in una situazione in cui non può vincere senza fare del male a se stessa.
Per vent’anni il suo modello di business ha seguito una sequenza precisa:
l'utente cerca qualcosa
Google mostra risultati con annunci
l'utente clicca
Google guadagna.
Ma con i chatbot AI e sistemi come Google AI Overviews, che mostrano risposte generate dall'AI direttamente nei risultati, questa catena si spezza.

L'utente ottiene quello che cerca senza cliccare su nulla.
E se non clicca, l’intero ingranaggio economico si inceppa.
Per due decenni milioni di editori, blogger e giornalisti hanno costruito il proprio lavoro sul traffico proveniente da Google. Il patto era chiaro: tu produci contenuti, io li indicizzo e ti porto lettori. Un ecosistema che, pur con tutti i suoi limiti, ha creato valore per entrambe le parti.
Con l'AI, questo equilibrio si è rotto. Se la risposta arriva direttamente dalla piattaforma, chi ha scritto quell’articolo non riceve più visite, né ricavi pubblicitari. E il paradosso è ancora più amaro: quegli stessi contenuti sono serviti ad addestrare i modelli che ora rischiano di renderli superflui.
Google si trova così davanti a scelte enormi: rivoluzionare il proprio modello di business, integrare l'AI senza cannibalizzare i ricavi pubblicitari e mantenere in vita un ecosistema di creatori senza appropriarsi del loro lavoro.
Le risorse per fare tutto questo non mancano. Ma la domanda non è se Google sia in grado di competere tecnologicamente. La domanda è se può cambiare abbastanza velocemente senza distruggere ciò che ha costruito in 25 anni.
La risposta, oggi, non ce l'ha nessuno. E come andrà a finire lo scopriremo solo tra qualche anno.
Se vuoi scoprire tutti i dettagli di questa storia, con retroscena e curiosità, non perderti il video sul nostro canale YouTube! 👇️
GEOPOLITICA
🚢 Perché UE e Ucraina stanno litigando sul petrolio?

Negli ultimi giorni, le notizie sull'energia si sono concentrate quasi tutte su un posto solo: lo Stretto di Hormuz.
La guerra tra USA, Israele e Iran ha fatto schizzare il prezzo del petrolio, bloccato le navi e fatto tremare i mercati globali.
Ma c'è un secondo fronte aperto, molto più vicino a casa nostra, che sta complicando ulteriormente la situazione energetica europea.
Il Druzhba: l'oleodotto che fa litigare
Il Druzhba è un oleodotto di epoca sovietica che parte dalla Russia, attraversa l'Ucraina e rifornisce di greggio Ungheria e Slovacchia.
Per Budapest e Bratislava è petrolio economico, contrattato da decenni, con un'esenzione speciale dalle sanzioni europee alla Russia.

Fonte: Euronews
Le cose si sono però complicate di recente…
Il 27 gennaio, un attacco aereo russo ha colpito un'infrastruttura chiave lungo il percorso ucraino e da quel momento, le forniture si sono interrotte.
E con loro, si è aperto un caso diplomatico che oggi sta bloccando miliardi di euro di aiuti all'Ucraina e complicando la risposta europea alla crisi energetica globale.
Ma perché si sta litigando?
Dopo l’attacco sono iniziati ad emergere dubbi sulla natura dei danni.
L'Ucraina afferma che l'attacco è stato devastante:
🔥 Incendio a un serbatoio da 75.000 metri cubi di petrolio, spento dopo dieci giorni
⚡ Distruzione di cavi, trasformatori e sistemi di rilevamento perdite
💥 Danni al "più grande giacimento di petrolio d'Europa", secondo Naftogaz (principale azienda statale di petrolio e gas dell'Ucraina)
Ungheria e Slovacchia sostengono invece il contrario.
Kiev starebbe usando i danni come pretesto per chiudere i rubinetti verso Paesi a lei poco simpatici.
Orbán afferma addirittura di avere prove satellitari che il Druzhba è ancora funzionante, ma la verità è che, al momento, tutte queste dichiarazioni non sono verificabili.
Ed è qui che sta il problema…

Il veto di Orbán e l'imbarazzo di Bruxelles
Orbán ha trasformato la disputa in un'arma politica: finché l'Ucraina non apre le porte agli ispettori per verificare i danni, Budapest bloccherà il prestito UE da €90 miliardi di euro a Kiev e il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia.
Ma la parte più scomoda è un'altra: non è solo Orbán a chiedere l'accesso degli ispettori.
Lo hanno chiesto anche governi filo-ucraini e la stessa Ursula von der Leyen, durante la visita a Kiev per il quarto anniversario dell'invasione.
La risposta è stata però un secco NO.
Un alto diplomatico UE ha parlato di "autogol": rifiutando qualsiasi verifica indipendente, Kiev ha dato a Orbán la scusa perfetta per bloccare tutto.
Zelensky nel frattempo risponde che quei 90 miliardi servono per le armi e per sopravvivere e che quindi servirebbe sbloccarli il prima possibile.
E nel frattempo, il petrolio vola
Tutto questo avviene mentre i mercati energetici globali sono già in fiamme.
Il conflitto tra USA, Israele e Iran ha trasformato lo Stretto di Hormuz in una zona di guerra: le compagnie assicurative hanno cancellato la copertura per le navi in transito e i tanker hanno smesso di passare.
I prezzi hanno reagito di conseguenza:
🛢️ Brent: fino a $84 al barile, ai massimi da luglio 2024
🇺🇸 WTI: oltre $76 al barile, ai massimi da giugno
⛽ GNL europeo: +64% in pochi giorni
🏭 Qatar, Arabia Saudita e Iraq hanno ridotto o sospeso produzioni e raffinazioni
Insomma, la crisi iraniana ha reso la “questione Druzhba” molto più urgente, perché quando i prezzi dell'energia salgono ovunque, l'ultima cosa di cui l'Europa ha bisogno è uno scontro politico che blocchi ulteriori forniture.
Secondo te, chi sta dicendo la verità sull'oleodotto Druzhba? |

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Il 5 marzo 1868, una corte per l'impeachment viene organizzata nel Senato degli Stati Uniti per ascoltare le accuse contro il presidente Andrew Johnson
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