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🤖 Quando un algoritmo decide chi muore

Buongiorno! Questo è il Punto, la newsletter che ti spiega l’economia e l’attualità in modo semplice e veloce!

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  • 🤖 Quando un algoritmo decide chi muore

  • ⚖️ Trump paga il conto dei suoi dazi

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DIFESA

🤖 Quando un algoritmo decide chi muore

Il 28 febbraio 2026, durante l'operazione Epic Fury, un missile Tomahawk americano colpisce un complesso militare delle Guardie Rivoluzionarie a Minab, nel sud-est dell'Iran.

Insieme al complesso militare, però, viene raso al suolo anche un edificio adiacente: una scuola elementare femminile. Dentro ci sono bambine tra i 7 e i 12 anni.

Le vittime accertate sono 168.

Il Pentagono apre un'inchiesta e parla di "errore di guerra", causato da intelligence obsoleta.

Ma nelle settimane successive emerge una versione più inquietante: l'errore non sarebbe stato fatto da un team militare, ma da un sistema di intelligenza artificiale che avrebbe identificato i bersagli, scuola compresa.

E a questo punto sorge una domanda scomodo: siamo davvero arrivati al punto di lasciare la decisione di chi vive e chi muore a un algoritmo?

Come l’AI sta cambiando la guerra?

Per capirlo, serve introdurre un concetto che i militari conoscono bene: la kill chain, cioè la sequenza operativa che scandisce ogni decisione bellica.

Per secoli ogni anello di questa catena è stato nelle mani degli uomini, e ogni grande conflitto ha spinto gli eserciti a renderla più veloce.

Sono nati così il radar, i primi computer, Internet e il GPS: tecnologie pensate per accelerare la kill chain, finite poi nelle nostre tasche.

Eppure, nonostante tutti questi salti tecnologici, nella kill chain restava un collo di bottiglia che nessuna di queste innovazioni era riuscita a risolvere: l'essere umano. Puoi trasmettere informazioni alla velocità della luce, ma se in mezzo c'è un analista che deve elaborarle e una catena di comando che deve approvarle, il limite non è più tecnologico, è biologico.

Ed è esattamente qui che entra in gioco l’AI

Su 2 fronti:

  • 💻️ sul piano dell'intelligence, un modello addestrato su milioni di immagini militari può analizzare migliaia di foto satellitari nel tempo in cui un analista umano ne guarda una sola, rilevando variazioni minime

  • 🪖 sul campo di battaglia, invece, l'impatto si vede soprattutto sui droni. Fino a pochi anni fa un drone militare era un aereo telecomandato da un pilota in una base lontana. Con l'AI, i droni più avanzati riconoscono in tempo reale cosa stanno guardando, agganciano il bersaglio e portano a termine l'attacco anche se il collegamento radio viene interrotto.

Le aziende che hanno portato l’AI in guerra

Fino a poco tempo fa, i protagonisti dell'industria della difesa erano sempre gli stessi: Lockheed Martin, Boeing, Raytheon. Ma con la rivoluzione dell'AI, accanto a questi giganti è emerso un nuovo ecosistema di aziende che arriva dalla Silicon Valley.

Due nomi su tutti:

  • 🔵 Palantir, fondata nel 2003 con finanziamenti iniziali della CIA, non costruisce armi fisiche ma i software che decidono dove puntarle. Il suo Maven Smart System aggrega in tempo reale immagini satellitari, feed di droni e segnali radio, riconosce automaticamente i bersagli e genera raccomandazioni di targeting con una velocità impossibile per qualsiasi team umano. Utilizzata dall'esercito ucraino dal 2022 e, secondo le ricostruzioni, centrale nell'operazione contro l'Iran.

  • 🟠 Anduril Industries, fondata nel 2017, produce droni autonomi e veicoli senza equipaggio. Il suo sistema Lattice aggrega dati da migliaia di sensori sul campo e suggerisce cosa fare in frazioni di secondo. A marzo 2026 l'esercito americano le ha assegnato un contratto fino a $20 miliardi per piattaforme capaci di identificare una minaccia e neutralizzarla in autonomia

A fare da infrastruttura invisibile c'è Amazon Web Services (AWS), che fornisce i server sicuri su cui gira tutta questa macchina.

Il caso Anthropic

Nel 2024, Anthropic aveva firmato un contratto da circa $200 milioni con il Pentagono per l'utilizzo di Claude, con un vincolo esplicito:

  • ❌ NO sorveglianza di massa

  • ❌ NO sistemi d'arma completamente autonomi.

Nei primi mesi del 2026, il Pentagono ha chiesto di rimuovere quelle restrizioni.

Anthropic ha rifiutato.

La risposta è stata durissima: contratto cancellato, azienda designata come "rischio per la catena di approvvigionamento" (misura normalmente riservata ai paesi nemici) e l’ordine a tutti i contractror militari di interrompere l’uso di Claude.

Anthropic ha fatto causa e ottenuto una sospensione temporanea.

CEO di Palantir, Dario Amodei

Nel frattempo, OpenAI ha firmato nuovi accordi con il Pentagono e Claude ha continuato a girare sui sistemi di Palantir attraverso una porta laterale.

Il risultato? Un'azienda prova a tracciare un confine etico, viene punita duramente, e la sua tecnologia viene usata comunque.

Ma chi risponde quando l’AI sbaglia?

Torniamo a Minab. Se un sistema di AI inserisce una scuola in una lista di bersagli, e quella scuola viene colpita facendo 168 vittime, chi è responsabile? Il generale che ha autorizzato l'operazione? I programmatori del modello? L'azienda che lo ha venduto? Il governo che ha firmato il contratto?

Oggi, a quella domanda, non esiste una risposta.

Le aziende tech scaricano ogni responsabilità sull'utilizzo finale, i militari la attribuiscono sempre più spesso agli algoritmi. Il risultato è che la responsabilità si diluisce lungo una catena dove nessuno si sente responsabile fino in fondo.

Il diritto internazionale aveva anticipato il problema con il principio del "meaningful human control": un'azione di guerra è legittima solo se può essere ricondotta a una decisione umana reale.

Ma quando un sistema come Maven genera migliaia di bersagli in poche ore, nessun essere umano ha il tempo di esaminarli uno per uno. Il generale non esercita un controllo reale: approva in blocco quello che l'algoritmo ha già deciso.

Così, il “meaningful human control” diventa una finzione giuridica più che una realtà operativa.

Dove stiamo andando?

I teorici militari la chiamano hyperwar: conflitti in cui sono le macchine e gli algoritmi a gestire la maggior parte del ciclo di combattimento, con sciami di droni autonomi che osservano, decidono e agiscono con poca o nessuna supervisione umana.

In questo scenario, quello che è successo a Minab potrebbe diventare solo un incidente di percorso, un'eccezione a cui dare poco conto mentre il sistema accelera e il diritto arranca.

Il tempo per rispondere si sta esaurendo. E il costo di non trovare una soluzione, alla fine, rischiamo di pagarlo tutti noi.

Se vuoi capire come funziona davvero la guerra guidata dall'AI e perché tutto questo ci riguarda non puoi perderti il nostro ultimo video su YouTube 👇️ 

DAZI

⚖️ Trump paga il conto dei suoi dazi

Per oltre un anno, le aziende americane hanno pagato dazi sulle loro importazioni dall'estero. Miliardi di dollari finiti nelle casse del governo, giustificati da una presunta condizione di “emergenza nazionale”, a cui Trump si è appellato per arrogarsi il diritto di imporre tariffe senza passare dal Congresso.

Poi, il 20 febbraio 2026, la Corte Suprema ha dichiarato che quei dazi erano illegali.

E adesso qualcuno deve restituire i soldi.

Cosa ha deciso la Corte Suprema?

Tutto ruota attorno all'International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), una legge del 1977 pensata per dare al Presidente poteri straordinari in situazioni di emergenza nazionale, compresa la possibilità di intervenire sulle importazioni di beni stranieri. Ma non menziona esplicitamente i dazi.

Nonostante questo, Trump ha usato proprio la IEEPA per imporre:

  • 🌍 I famosissimi dazi "reciproci", annunciati lo scorso aprile durante il cosiddetto "Liberation Day" alla Casa Bianca

  • 💊 I dazi su Messico, Canada e Cina legati al traffico di fentanyl verso gli Stati Uniti

I giudici della Corte Suprema hanno stabilito con una maggioranza di 6 a 3, che l'IEEPA non autorizza il presidente a imporre dazi: quel potere appartiene al Congresso, e una legge emergenziale non può trasferirlo all'esecutivo senza limiti chiari.

Di quanti soldi stiamo parlando?

La cifra è enorme: il governo dovrà restituire circa $166 miliardi a 330.000 aziende, per un totale di 53 milioni di spedizioni:

  • 🏭 Le aziende coinvolte spaziano da grandi multinazionali a piccoli importatori

  • 🚢 I dazi riguardano merci importate a partire dall'aprile 2025

  • 💵 Agli importi si aggiungono gli interessi maturati, per una stima totale di $3 miliardi aggiuntivi

Come funzionano i rimborsi?

La Corte Suprema ha dichiarato i dazi illegali, ma non ha stabilito le modalità di restituzione dei fondi già incassati. A colmare questo vuoto è intervenuto il Tribunale del Commercio Internazionale, che il 4 marzo ha ordinato alla dogana americana (CBP) di procedere con i rimborsi.

La CBP ha risposto costruendo un portale ad hoc: il CAPE (Consolidated Administration and Processing of Entries), attivato il 20 aprile 2026.

Ma i rimborsi non sono automatici. Per ricevere i propri soldi, ogni azienda deve:

  • 📋 Avere un account attivo sul portale doganale ACE

  • 🏦 Registrarsi per i pagamenti elettronici ACH

  • 📁 Caricare una "CAPE Declaration": un file CSV con tutte le spedizioni per cui si chiede il rimborso

  • ⏳ Attendere tra i 60 e i 90 giorni per ricevere effettivamente i soldi

Il rischio più grande: il governo potrebbe fare appello

Anche chi completa tutto correttamente si trova davanti a un'incognita enorme.

Infatti, il governo ha tempo fino a giugno per impugnare l'ordinanza di rimborso. Se lo facesse, l'intero processo dei rimborsi potrebbe rallentarsi ulteriormente. E finora nessun rappresentante dell'amministrazione ha dichiarato pubblicamente l'intenzione di pagare. Trump stesso aveva liquidato la questione definendola una materia destinata a "restare impantanata in tribunale per anni".

A tutto questo si aggiunge una questione che nessuno sta affrontando: i consumatori finali. Sono stati loro, in fondo, a pagare davvero il conto dei dazi, attraverso prezzi più alti su qualsiasi prodotto importato. Eppure non possono presentare alcuna richiesta di rimborso. Alcune associazioni stanno organizzando class action per ottenere un risarcimento, ma si tratta di un percorso separato e ancora tutto da costruire.

Insomma, sulla carta il governo americano deve restituire $166 miliardi. Ma tra burocrazia complicata, silenzio dell'amministrazione e il rischio concreto di un appello, tra il diritto al rimborso e i soldi in tasca c'è ancora molta strada.

Pensi che le aziende riusciranno davvero a ottenere i rimborsi dai dazi IEEPA?

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