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🛢️ Gli Emirati lasciano l'OPEC

Buongiorno! Questo è il Punto, la newsletter che ti spiega l’economia e l’attualità in modo semplice e veloce!
Il menù di oggi prevede:
🛢️ Gli Emirati lasciano l'OPEC: la fine di un'alleanza petrolifera
🤖 Google e il Pentagono: l'AI va in guerra (mentre i dipendenti protestano)
📢 “Ci siamo rotti le p***e dei soliti falsi miti sugli investimenti”
“Investire è troppo complicato”, “troppo rischioso”, “troppo costoso”.
Ormai le abbiamo sentite tutte: nei commenti sotto ai nostri post, in DM, nelle risposte alla newsletter…
…e ci siamo resi conto che dietro ognuna di queste frasi si nasconde un dubbio legittimo che non ha mai trovato una risposta semplice.
Per questo abbiamo deciso di realizzare "NON È VERO!", il nostro primo podcast interamente dedicato a smontare i falsi miti sugli investimenti:
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GEOPOLITICA
🛢️ Gli Emirati lasciano l'OPEC: la fine di un'alleanza petrolifera

Il 28 aprile gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno annunciato che dal 1° maggio usciranno dall'OPEC e dall'OPEC+, chiudendo 60 anni di membership.
Nel frattempo, il prezzo del petrolio WTI ha superato i $100 al barile (+4,5%) e il Brent ha toccato $112 (+3,3%).
Uscire dall'alleanza petrolifera globale mentre il Golfo è in fiamme? Sembra paradossale. Ma c'è una logica precisa.
Un addio annunciato
L'OPEC è stata fondata nel 1960 da cinque paesi: Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela, con l'obiettivo di coordinare le politiche di produzione e stabilizzare i prezzi del petrolio globale.
Gli Emirati ci sono entrati nel 1967 e sono diventati il terzo esportatore dell'organizzazione.
La decisione di uscire non è arrivata all’improvviso: negli ultimi anni gli EAU avevano già minacciato il ritiro almeno due volte, nel 2021 e nel 2023, senza mai compiere il passo definitivo.
Stavolta sì.
Il ministro dell'Energia emiratino Suhail al-Mazrouei è stato diretto: "È una decisione di politica nazionale, presa dopo un'attenta analisi delle nostre strategie energetiche".

Il ministro dell’Energia, Suhail al-Mazrouei
Alla domanda se l'Arabia Saudita fosse stata consultata, la risposta è stata altrettanto netta: no.
Quote troppo strette per ambizioni troppo grandi
Arabia Saudita ed Emirati hanno interessi economici opposti, e all'interno dell'OPEC questo ha creato una tensione crescente:
💰 Breakeven degli EAU: ~$50/barile (il prezzo minimo del petrolio per coprire le spese dello stato). Abu Dhabi può permettersi prezzi più bassi. La sua strategia è produrre tanto e guadagnare quote di mercato.
💸 Breakeven dell'Arabia Saudita: ~$90/barile. Riyadh ha bisogno di prezzi alti per finanziare NEOM — la megalopoli futuristica da $500 miliardi voluta dal principe Mohammed bin Salman nel deserto saudita — e i suoi megaprogetti. Vuole produrre poco e vendere caro.
🏭 Costo delle quote: ADNOC (la compagnia di stato emiratina) ha investito $62 miliardi per espandere la capacità produttiva fino a 5 milioni di barili al giorno, ma le quote OPEC la bloccavano a 2,9 milioni, oltre $3 miliardi al mese di mancati ricavi.
In pratica, gli Emirati stavano sacrificando i propri profitti per sostenere una politica dei prezzi che serviva soprattutto ai sauditi. E la risposta era già arrivata nei fatti: l'IEA stimava che gli EAU producessero già 3,3–3,4 milioni di barili al giorno, mezzo milione oltre il limite concordato.
Il timing
La mossa arriva in un momento complicatissimo per il mercato energetico. Lo Stretto di Hormuz (attraverso cui transita normalmente un quinto del petrolio mondiale) è bloccato dall'Iran. Alcune infrastrutture petrolifere della regione sono state bombardate nelle ultime settimane.
Perché uscire proprio adesso?
Il ministro emiratino ha dato una risposta diretta: "Le riserve strategiche mondiali di greggio vengono drenate a livelli allarmanti. I consumatori richiedono la nostra attenzione."
In un momento di shock energetico globale, gli EAU vogliono avere mano libera per produrre di più, senza dover chiedere permesso a Riyadh.
Chi vince e chi perde?
L'uscita degli Emirati è un colpo durissimo per l'Arabia Saudita, da sempre il paese più influente all'interno dell'organizzazione. Perdere il terzo esportatore, senza nemmeno essere stati consultati, è uno schiaffo diplomatico oltre che un danno strutturale al cartello.
Sul fronte opposto, la notizia è stata accolta con favore dal presidente Donald Trump, che negli anni ha accusato più volte l'OPEC di "rapinare il resto del mondo" alzando artificialmente i prezzi.

Sede dell’OPEC a Vienna
Un'OPEC più debole e frammentata è esattamente ciò che Washington preferisce.
Insomma…
L'uscita degli Emirati non è solo una questione di barili. È il segnale che l'asse Abu Dhabi–Riyadh, pilastro dell'equilibrio del Golfo Persico per decenni, si è rotto.
In un contesto in cui la guerra in Iran ha già stravolto le rotte energetiche globali, avere il terzo esportatore mondiale che agisce in autonomia è una variabile in più in un sistema già fuori controllo.

Il petrolio ha superato $100 al barile. Ma la vera instabilità potrebbe essere appena cominciata.
E tu cosa pensi? |
INTELLIGENZA ARTIFICIALE
🤖 Google e il Pentagono: l'AI va in guerra (mentre i dipendenti protestano)

Google ha firmato un accordo con il Pentagono che consente al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti di utilizzare i suoi modelli di intelligenza artificiale per "qualsiasi scopo governativo lecito". La notizia l'ha rivelata The Information, e ha fatto il giro del mondo.
Il timing è quello che rende tutto più paradossale: la firma è arrivata meno di ventiquattr'ore dopo che oltre 560 dipendenti di Google avevano inviato una lettera aperta a Sundar Pichai per chiedergli esattamente il contrario.
Ma cosa ha firmato esattamente Google?
Il contratto stabilisce che il Pentagono può usare i sistemi AI di Google senza che l'azienda possa esercitare un controllo diretto sulle modalità operative.
Google non avrebbe alcun diritto di controllo o di veto sulle decisioni operative legittime del governo e le uniche tutele previste non sono giuridicamente vincolanti. Sono, per così dire, raccomandazioni.
Nel dettaglio, l'accordo include alcune indicazioni di principio:
🚫 L'AI non dovrebbe essere usata per sorveglianza di massa interna
🤖 Niente armi autonome senza un'adeguata supervisione umana
🔧 Google può collaborare all'adeguamento delle impostazioni di sicurezza su richiesta del governo
In altre parole, Google cede le chiavi dell'auto con qualche consiglio sul limite di velocità. Niente di più.
Un’industria che si allinea al Pentagono
Google non è sola. Una volta firmato l'accordo, il colosso di Mountain View si unirà a OpenAI e xAI, la società di Elon Musk, che hanno già siglato intese classificate con il governo americano sull'uso militare dell'IA.

Il caso più istruttivo, però, è quello di chi ha detto NO.
Anthropic aveva anch'essa raggiunto un accordo con il Pentagono, prima di essere inserita nella lista nera del Dipartimento della Difesa. Il motivo? Si è rifiutata di rimuovere i vincoli del suo chatbot Claude relativi ad armi autonome e sorveglianza. Risultato: lo scontro legale con il DoD e l'etichetta di "rischio della catena di approvvigionamento".
La morale è chiara:
🟢 OpenAI — accordo classificato (riservato) col Pentagono, dentro
🟢 xAI (Musk) — accordo classificato col Pentagono, dentro
🟢 Google — accordo classificato col Pentagono, dentro
🔴 Anthropic — ha detto no alle armi, fuori (e in causa)
Il mercato delle commesse militari AI è enorme e le big tech stanno scegliendo da che parte stare.
I dipendenti contro Pichai
Mentre i contratti venivano firmati, dentro Google montava la protesta.
Più di 560 dipendenti hanno sottoscritto una lettera aperta a Sundar Pichai con un messaggio diretto: "Vogliamo che l'AI vada a beneficio dell'umanità, anziché essere impiegata in modi disumani o estremamente dannosi. Ciò include le armi autonome letali e la sorveglianza di massa, ma si estende oltre."
La richiesta era chiara: rifiutare qualsiasi contratto che riguardi operazioni militari segrete, quelle "classificate", coperte da segreto di Stato e sottratte a qualsiasi controllo pubblico.
Google ha risposto attraverso un portavoce, dichiarandosi "orgogliosa di far parte di un ampio consorzio di laboratori di AI" a supporto della sicurezza nazionale.
La lettera, insomma, è stata ignorata.
E non è nemmeno la prima volta che Google si trova in questa posizione
Nel 2018, Google fu costretta ad abbandonare il Progetto Maven del Pentagono (un programma che usava la visione artificiale per analizzare filmati di droni militari) proprio a causa delle proteste dei suoi dipendenti.

Quello stesso anno, sempre i dipendenti firmarono una lettera aperta contro il Progetto Dragonfly: il piano segreto di Google per lanciare in Cina un motore di ricerca con i risultati censurati su richiesta del governo di Pechino.
All'epoca Google cedette. Questa volta no.
E non è un caso: negli ultimi anni il colosso ha progressivamente riaperto alla collaborazione con il settore militare, rimuovendo alcune restrizioni sull'uso della tecnologia e firmando a dicembre scorso un accordo con il Dipartimento della Difesa per l'impiego del sistema di intelligenza artificiale Gemini.
La direzione di marcia è ormai definita
Ciò che sta accadendo nel settore AI va ben oltre Google. Stiamo assistendo a una corsa delle grandi tech per posizionarsi come fornitori chiave dell'esercito americano, in un momento in cui il Pentagono ha esplicitato la necessità di usare l'IA commerciale per "tutti gli usi leciti".
Chi accetta le condizioni entra nel mercato. Chi pone limiti etici viene escluso e trascinato in causa.
La domanda vera non è cosa farà Google con questa tecnologia. È chi rimane a fare da contrappeso.
E tu cosa ne pensi? |

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