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🇧🇷 Lula viene rieletto e la Borsa brasiliana va in tilt

Buongiorno, io sono Sara! Questo è il Punto, la newsletter che ti spiega l'economia e l'attualità in modo semplice e veloce!

Il menù di oggi è offerto da Scalable Capital, la banca per investire in modo facile e sicuro.

  • 🇧🇷 Lula viene rieletto e la Borsa brasiliana va in tilt

  • 🚗 L'Europa frena le ibride cinesi, ma non basta

IN COLLABORAZIONE CON: Scalable Capital

🇧🇷 Lula viene rieletto e la Borsa brasiliana va in tilt

Lunedì 26 ottobre, la Borsa brasiliana ha vissuto una delle giornate peggiori della sua storia recente.

In poche ore, il suo principale indice azionario, l'Ibovespa, ha perso fino al 17% del proprio valore, costringendo le autorità a sospendere temporaneamente le contrattazioni.

A fine giornata, il bilancio è stato pesantissimo: -13,88% per la Borsa, il peggior risultato quotidiano dal marzo 2020, mentre il dollaro si è apprezzato dell'8,21% rispetto al real brasiliano.

Ma cosa ha provocato un crollo di queste dimensioni?

La risposta è nelle elezioni presidenziali del giorno precedente, quando Luiz Inácio Lula da Silva è stato rieletto presidente del Brasile, sconfiggendo al ballottaggio il suo avversario Flávio Bolsonaro con il 51,79% dei voti.

Un risultato che ha sorpreso gli investitori, molti dei quali si aspettavano una vittoria di Bolsonaro.

Ma perché il risultato di un'elezione può provocare un terremoto finanziario?

Ma perché il risultato di un'elezione può provocare un terremoto finanziario?

Per capirlo dobbiamo partire da un concetto fondamentale: i mercati finanziari non reagiscono soltanto a ciò che accade, ma soprattutto a quello che si aspettano possa accadere in futuro.

Nelle settimane precedenti al voto, molti investitori avevano puntato su una vittoria di Bolsonaro, considerato più favorevole a politiche di contenimento della spesa pubblica e del debito.

Queste aspettative avevano contribuito a sostenere la Borsa brasiliana… ma domenica 25 ottobre è arrivato il risultato opposto.

La riconferma di Lula ha alimentato i timori di una prosecuzione delle politiche di spesa pubblica espansive, con possibili conseguenze sull'indebitamento del Paese.

Il problema, quindi, non è stato semplicemente chi ha vinto, ma la differenza tra il risultato atteso dagli investitori e quello effettivo.

E quando moltissimi operatori cercano contemporaneamente di vendere le proprie azioni, i prezzi possono crollare rapidamente.

Quando la borsa è costretta a fermarsi

Lunedì mattina, appena iniziata la seduta, l'Ibovespa ha registrato una perdita di oltre il 10%.

A quel punto è scattato il cosiddetto circuit breaker.

Si tratta di un meccanismo di emergenza, che sospende temporaneamente le contrattazioni quando il mercato registra ribassi particolarmente elevati.

In Brasile, le regole prevedono:

  • 📉 −10%: sospensione delle contrattazioni per 30 minuti

  • 📉 −15%: possibilità di una seconda sospensione di un'ora

  • 📉 −20%: la Borsa può stabilire un'ulteriore interruzione

L'obiettivo è limitare il rischio che il panico provochi vendite incontrollate.

L'ultima volta che questo meccanismo era stato attivato risaliva al marzo 2020, durante la pandemia… ma questa volta la crisi non ha riguardato soltanto le azioni.

Il vero problema è il debito pubblico

Uno dei principali timori degli investitori riguarda infatti la possibilità che il debito brasiliano continui ad aumentare.

Il meccanismo è relativamente semplice: quando uno Stato ha bisogno di finanziarsi, emette titoli di debito che vengono acquistati dagli investitori.

Ma se questi ultimi ritengono che il rischio associato a quel Paese sia aumentato, chiedono rendimenti più elevati per prestargli denaro.

Questo rende più costoso finanziarsi, mettendo ulteriormente sotto pressione i conti pubblici.

E questo è proprio quello che si è visto in Brasile, dove il 26 ottobre sono aumentati sensibilmente anche i rendimenti obbligazionari.

La situazione è diventata così turbolenta che il Tesoro brasiliano ha cancellato alcune aste di titoli di Stato e riacquistato obbligazioni sul mercato per contribuire a stabilizzarlo.

Nonostante il crollo generale, alcune società brasiliane sono riuscite addirittura a guadagnare terreno

È il caso di esportatrici come Suzano e Vale, favorite dal forte deprezzamento del real.

Questo perché, quando una valuta perde valore, le imprese che vendono all'estero e incassano in dollari possono beneficiarne.

Al contrario, quelle più dipendenti dai consumi interni e dai finanziamenti possono soffrire maggiormente.

Persino durante un crollo così violento, quindi, aziende differenti possono reagire in modi completamente opposti.

Cosa significa tutto questo per chi investe?

La vicenda brasiliana ci ricorda che anche un evento politico può modificare improvvisamente il valore degli investimenti.

Ed è praticamente impossibile prevedere con certezza sia l'esito di un'elezione sia la reazione dei mercati.

Per questo uno dei principi fondamentali degli investimenti è la diversificazione.

Anziché concentrare tutto il capitale in poche aziende o in un singolo Paese, è possibile distribuirlo tra mercati, settori e strumenti differenti.

Un modo per farlo è attraverso gli ETF, fondi negoziati in Borsa che permettono di investire contemporaneamente in numerosi titoli.

Naturalmente, anche gli ETF comportano rischi, ma quelli sufficientemente diversificati possono ridurre la dipendenza dall'andamento di una singola azienda o economia.

E per costruire un portafoglio diversificato c’è Scalable Capital

Con Scalable Capital puoi costruire e gestire il tuo portafoglio direttamente dall'app, scegliendo tra migliaia di strumenti finanziari:

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Inoltre, grazie al regime amministrato, Scalable Capital si occupa del calcolo e del versamento delle imposte sugli investimenti per i clienti italiani che scelgono il servizio.

Perché, come dimostra il crollo della Borsa brasiliana, i mercati possono cambiare direzione molto più rapidamente di quanto immaginiamo.

E avere una strategia diversificata può aiutare ad affrontare anche gli imprevisti.

Investire comporta dei rischi

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AUTOMOTIVE

🚗 L'Europa frena le ibride cinesi, ma non basta

Porto trasformato in parcheggio di auto importate, stile wireframe blu

Nell'ottobre 2024 l'Europa aveva imposto dazi sulle auto elettriche cinesi per limitarne l’invasione sul mercato europeo.

Due anni dopo, però, le importazioni dalla Cina sono aumentate anziché diminuire: 877mila auto nei primi sette mesi del 2026, contro le 556mila dello stesso periodo del 2025. Un aumento del 58%.

Com'è possibile? Il motivo è semplice. I dazi colpivano solo le auto completamente elettriche, così i produttori cinesi hanno puntato sulle ibride e sulle plug-in, le cui importazioni sono quasi triplicate in un anno.

Ora Bruxelles ha deciso di intervenire anche su queste auto, raggiungendo un nuovo accordo con Pechino. Ma basterà a proteggere l'industria europea?

Cosa prevede il nuovo accordo?

Un tetto alle importazioni.

Durante gli incontri dell'8 e 9 ottobre a Pechino, il commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič e il ministro cinese Wang Wentao hanno concordato di ridurre le importazioni di ibride e plug-in cinesi da circa 800mila a 350mila vetture l'anno, a partire dal 2027.

Il limite, però, potrà aumentare del 6% ogni anno. Più che una chiusura del mercato europeo, quindi, si tratta di una frenata concordata.

Una frenata che arriva, peraltro, mentre le esportazioni automobilistiche cinesi continuano a crescere a ritmi impressionanti…

La corsa cinese all'export

  • 📈 Circa 1 milione di veicoli esportati nel 2020

  • 🚢 8,3 milioni nel 2025

  • 🌍 7,2 milioni di sole autovetture nei primi nove mesi del 2026, il 71% in più sullo stesso periodo dell'anno prima

E l'associazione dei costruttori cinesi prevede di superare i 10 milioni entro fine anno.

Dietro a questa accelerazione c'è, però, anche un problema interno: le fabbriche cinesi producono molte più auto di quante il paese riesca ad assorbire, e negli ultimi mesi anche la domanda interna si è ridotta.

Vendere all'estero, per molti produttori cinesi, è diventato quasi una questione di sopravvivenza.

Ma limitare l'arrivo delle auto finite non significa necessariamente ridurre la dipendenza dell'Europa dalla Cina. Perché c'è un altro mercato, meno visibile, in cui Pechino è già diventata dominante…

Mentre contiamo le auto, le batterie le compriamo già da loro

Pacco batteria per auto elettrica su linea di produzione, stile wireframe blu

L'accordo con Pechino riguarda le auto che arrivano in Europa già assemblate. Ma dentro un'auto elettrica c'è un componente particolarmente costoso e strategico: la batteria.

E su questo fronte l'Europa dipende già fortemente dalla Cina.

Pensate che, nel 2025 l'UE ha importato €25,7 miliardi di batterie cinesi, contro i €13,8 miliardi spesi per le auto complete. Quasi il doppio.

La nostra dipendenza dal Paese del Dragone riguarda anche i materiali utilizzati per produrre catodi e anodi, la componentistica e persino la raffinazione delle materie prime.

Questo cambiamento è evidente anche nella bilancia commerciale dei componenti automobilistici:

  • 📦 Nel 2020 l'Europa registrava un surplus di €7 miliardi nei confronti della Cina: vendeva, cioè, più componenti di quanti ne acquistasse

  • 📉 Nel 2026, invece, si prevede un deficit di quasi €4 miliardi.

Per questo i fornitori europei chiedono interventi che vadano oltre i dazi sulle auto. Perché proteggere chi assembla le auto serve a poco se una parte così importante della produzione e del valore rimane in Cina.

Ma come siamo arrivati a questo punto?

Per oltre un secolo l'Europa è stata uno dei grandi centri dell'industria automobilistica mondiale. Con il passaggio all'elettrico, però, ha perso terreno rapidamente.

La ragione principale sta negli investimenti.

La produzione di batterie e componenti elettrici richiede nuovi stabilimenti, tecnologie e filiere industriali. La Cina ha investito per costruirli nell'arco di vent'anni, mentre i produttori europei hanno destinato una quota molto più contenuta delle proprie risorse all'espansione della capacità produttiva.

Tra il 2006 e il 2023, infatti, gli utili dei costruttori europei sono aumentati di quasi sette volte, mentre gli investimenti sono cresciuti soltanto del 18%.

Una parte consistente dei profitti è stata distribuita agli azionisti attraverso dividendi e riacquisti di azioni proprie, anziché essere reinvestita in nuovi impianti.

Il risultato è che oggi la Cina dispone di una filiera delle batterie molto più sviluppata, mentre l'Europa deve ancora costruire buona parte della propria.

Ed è proprio qui che emerge il limite dei dazi: possono ridurre la concorrenza estera, ma non colmano automaticamente il ritardo industriale.

Proteggere sì, ma a quali condizioni?

Limitare le importazioni può dare alle aziende europee il tempo necessario per recuperare terreno. Ma questa protezione dovrebbe avere delle condizioni:

  • 🏭 Più investimenti in Europa, per sviluppare nuovi stabilimenti e tecnologie

  • 👷 Tutela di lavoratori e fornitori locali, attraverso impegni concreti e verificabili

  • ⏳ Una scadenza alle misure, per evitare che la protezione diventi permanente

C'è poi un altro aspetto da considerare, quello dei consumatori.

Le auto cinesi sono spesso tra le elettriche più accessibili sul mercato. Ridurne la presenza significa anche limitare la concorrenza sui prezzi, con il rischio di rendere più costoso il passaggio all'elettrico.

Il paradosso, quindi, è che l'Europa vuole accelerare la transizione elettrica, ma per proteggere la propria industria rischia di renderla meno conveniente.

Insomma…

I dazi possono concedere tempo all'industria europea, ma da soli non bastano a renderla più competitiva.

La Cina ha costruito il proprio vantaggio attraverso vent'anni di investimenti e politica industriale. Per recuperare terreno, l'Europa deve fare altrettanto, sviluppando una filiera capace di produrre batterie, componenti e tecnologie sul proprio territorio.

Altrimenti, come sottolinea un'analisi de la Voce, il rischio è che queste misure finiscano per proteggere soprattutto i margini dei costruttori, senza risolvere i problemi strutturali del settore. E con il conto pagato da lavoratori e consumatori.

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