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🛰️ Chi ha spento Starlink in Ucraina?

Buongiorno, io sono Sara! Questo è il Punto, la newsletter che ti spiega l'economia e l'attualità in modo semplice e veloce!

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  • 🛰️ Chi ha spento Starlink in Ucraina?

  • 🌍 Il sorpasso africano

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GEOPOLITICA

🛰️  Chi ha spento Starlink in Ucraina?

Da giorni, molti droni ucraini non riescono più a utilizzare Starlink, la rete satellitare di Elon Musk da cui dipendono per comunicare con gli operatori a distanza.

Non si tratterebbe però di un guasto, ma di una limitazione imposta deliberatamente.

Secondo il Wall Street Journal, a ordinare il blocco sarebbe stato proprio Musk, anche se non è ancora chiaro se abbia agito autonomamente o su indicazione della Casa Bianca.

Cosa è successo?

Starlink è il servizio di internet satellitare di SpaceX, l'azienda spaziale di Musk, ed è diventato uno strumento fondamentale per l'esercito ucraino, che utilizza anche la sua versione militare, Starshield.

Dal 14 ottobre, però, i dispositivi collegati alla rete perdono il segnale quando superano i 160 km/h. Una limitazione che ha messo fuori gioco molti droni ucraini, utilizzati sia per colpire le forze russe sia per difendersi dagli attacchi di Mosca.

I primi problemi di connessione sono stati parzialmente risolti, ma il limite di velocità resta in vigore.

Musk o Trump?

Secondo il WSJ, sarebbe stato Musk ad autorizzare personalmente il blocco. Sul coinvolgimento di Trump, invece, le testimonianze sono contrastanti.

Alcune fonti sostengono che i due ne abbiano discusso al telefono, anche prima che la notizia diventasse pubblica. Altre affermano che Musk abbia agito di propria iniziativa.

Nemmeno i diretti interessati hanno chiarito la situazione.

  • 🚀 Musk sostiene che le decisioni su Starshield spettino esclusivamente all'esercito americano e al presidente

  • 🇺🇸 Trump nega di aver ordinato le limitazioni e dice di non credere che sia stato Musk

Già la scorsa settimana, Reuters aveva attribuito l'ordine alla Casa Bianca, senza riuscire a identificare chi lo avesse impartito.

Il gasolio dietro lo scontro

La vicenda si inserisce in un momento di forte tensione tra Trump e Zelensky, soprattutto per gli attacchi ucraini alle raffinerie russe.

Trump ha più volte chiesto a Kiev di interromperli, sostenendo che contribuiscano all'aumento del prezzo del gasolio. Un problema particolarmente sentito negli Stati Uniti, dove a fine settembre il diesel ha raggiunto il record di circa $6,53 al gallone.

Il 9 ottobre, Trump ha annunciato un accordo con Putin per importare gasolio russo, mentre il Tesoro americano ha sospeso le relative sanzioni fino ad aprile 2027.

Una decisione duramente criticata da Zelensky, che l'ha definita un segnale di debolezza da parte degli alleati.

Negli stessi giorni, il presidente ucraino ha denunciato anche l'interruzione della condivisione dell'intelligence americana sugli attacchi missilistici russi, ripresa soltanto di recente.

Le elezioni di midterm in vista

Secondo diversi osservatori, dietro queste decisioni potrebbero esserci anche le elezioni di midterm del 3 novembre, quando gli americani rinnoveranno il loro voto al Congresso.

Molti ritengono che Trump stia cercando ogni soluzione possibile per ridurre il prezzo del gasolio prima del voto.

L'accordo con Mosca, però, potrebbe avere effetti limitati. Secondo gli analisti, le quantità di diesel russo in arrivo sono troppo ridotte per incidere significativamente sull'offerta globale.

Inoltre, per diversi esperti, il rincaro dei carburanti dipende soprattutto dalla guerra con l'Iran, più che dagli attacchi ucraini alle raffinerie russe.

Insomma…

Non sappiamo ancora con certezza chi abbia ordinato le limitazioni di Starlink, né quanto siano legate alle tensioni tra Washington e Kiev.

La vicenda, però, mette in evidenza due aspetti fondamentali: quanto l'esercito ucraino dipenda dalle infrastrutture di un'azienda privata e quanto gli equilibri della guerra possano essere influenzati dalla politica interna americana.

Con le elezioni di midterm sempre più vicine, resta da capire quali conseguenze avranno queste tensioni sul fronte ucraino.

Un'azienda privata dovrebbe poter decidere su strumenti utilizzati in guerra?

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ECONOMIA

🌍 L’Africa crescerà più della Cina

Mappa del mondo in stile wireframe con Africa e Cina in rilievo

Per la prima volta dopo decenni, l’economia africana potrebbe crescere più velocemente di quella cinese.

Secondo le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale, presentate durante la riunione annuale di Bangkok, quest’anno il PIL africano crescerà del 4,6%, appena 0,1 punti percentuali in più rispetto a quello cinese.

Un margine minimo, ma dal valore simbolico enorme.

Il tutto in un anno in cui la guerra con l’Iran ha mandato in tilt le forniture di carburanti e fertilizzanti, e in cui molti si aspettavano il peggio proprio per le economie più fragili.

Come ha fatto l’Africa a reggere così bene?

Dai “leoni in movimento” alla stagnazione

All’inizio degli anni 2000 il boom delle materie prime e i miliardi di prestiti cinesi per strade, ferrovie e porti avevano acceso un enorme ottimismo sull’«ascesa dell’Africa». Nel 2010 un rapporto di McKinsey, intitolato Lions on the move, celebrava una nuova era di vivacità commerciale per il continente.

Gran parte di quelle aspettative, però, è andata delusa.

In molti Paesi africani i proventi del boom e i prestiti contratti in quegli anni sono serviti soprattutto a finanziare importazioni, sussidi e spesa pubblica corrente, più che a costruire industrie e infrastrutture capaci di generare crescita nel tempo.

Quando i prezzi delle materie prime sono crollati, a partire dal 2014, le economie più grandi, come Nigeria e Sudafrica, si sono ritrovate cariche di debiti e sono scivolate nella stagnazione

Oggi, però, la situazione si è in parte ribaltata. L’Africa si sta lasciando alle spalle quel decennio difficile, mentre la Cina, che all’epoca ne aveva alimentato il boom, sta rallentando. E messe una accanto all’altra, le due traiettorie mostrano bene perché i rapporti di forza stanno cambiando:

  • 🇨🇳 La Cina ha una popolazione che invecchia sempre di più e un modello basato sulle esportazioni che mostra i suoi limiti

  • 🌍 L’Africa ha un’età media di appena 19 anni e una popolazione destinata a crescere ancora per decenni

Chi corre di più (e chi meno)

Il FMI prevede che quest’anno più di una decina di economie africane crescano di almeno il 6%. Ecco alcune delle più veloci:

  • 🇬🇳 Guinea

  • 🇷🇼 Ruanda

  • 🇺🇬 Uganda

  • 🇨🇮 Costa d’Avorio

  • 🇹🇿 Tanzania

  • 🇪🇹 Etiopia, secondo Paese più popoloso del continente con 138 milioni di abitanti, che dovrebbe crescere del 9,2% nonostante la ripresa dei combattimenti nel Tigray

  • 🇳🇬 Nigeria, dopo le riforme del 2023, è attesa al 4,2%, e alcuni economisti prevedono un’accelerazione verso il 5% nel 2027.

Più indietro il 🇿🇦 Sudafrica, l’economia più sviluppata del continente, per cui il FMI ha tagliato le stime dall’1,3% all’1%.

Perché la guerra con l’Iran non ha affondato l’Africa

Le economie africane hanno gestito le interruzioni nelle forniture di carburanti e fertilizzanti meglio di quanto molti si aspettassero.

Una parte del merito, secondo diversi economisti, va alle riforme degli ultimi anni. Oggi molte economie africane sarebbero abbastanza diversificate da crescere anche in un contesto difficile come quello della guerra. Paesi come Nigeria, Etiopia, Angola ed Egitto hanno lasciato fluttuare le proprie valute e adottato politiche orientate alla crescita, e questo li avrebbe resi meno vulnerabili agli shock esterni.

A questo si aggiungono altri fattori:

  • 🤝 Nuovi partner commerciali e d’investimento, a partire dalle potenze del Golfo

  • 🏗️ Megaprogetti sbloccati, come la miniera di ferro di Simandou in Guinea da $23 miliardi e il gas naturale liquefatto in Mozambico

Miniera di ferro di Simandou in Guinea in stile wireframe

  • ⛽ Prezzi delle materie prime elevati, che hanno aiutato sia i produttori di petrolio come Nigeria e Angola sia gli esportatori di oro e rame come Tanzania e Zambia

  • ☀️ Pannelli solari cinesi sempre più economici, che stanno portando elettricità in città e villaggi

Secondo Standard Chartered, da inizio anno l’Africa subsahariana (Sudafrica escluso) ha attirato $14 miliardi di afflussi netti di capitali.

Installazione di un pannello solare in un villaggio africano in stile wireframe

Dietro i numeri della crescita resta un dato difficile da ignorare

L’Africa è ancora, di gran lunga, il continente più povero del mondo.

Secondo la Banca Mondiale, entro la fine del 2025 l’Africa subsahariana ospita circa il 73% delle persone che nel mondo vivono in povertà estrema, cioè con meno di $3 al giorno. E un rapporto della stessa Banca Mondiale con l’UNICEF segnala che nella regione più della metà dei bambini vive ancora sotto la soglia di povertà, senza miglioramenti nell’ultimo decennio.

Il punto è che la crescita, soprattutto se misurata per abitante, resta troppo lenta per cambiare davvero le condizioni di vita delle persone. Le economie asiatiche che ce l’hanno fatta hanno avuto bisogno di una generazione intera di crescita a doppia cifra, un ritmo che oggi nessun Paese africano riesce a sostenere stabilmente.

A rendere la strada ancora più in salita ci sono poi la guerra civile in Sudan, l’avanzata jihadista nel Sahel e i tagli agli aiuti internazionali, che colpiscono proprio i Paesi dove la povertà è più diffusa.

Insomma…

Quella di oggi non è l’euforia di vent’anni fa. È il ritratto di un continente che, secondo molti analisti, ha imparato a reggere meglio gli shock, tra riforme, diversificazione e grandi progetti finalmente avviati.

Resta da capire se questa crescita riuscirà, finalmente, a tradursi in una vita migliore per chi ci vive.

L’Africa sarà il prossimo motore della crescita mondiale?

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🇺🇦 Zelensky incontra Witkoff a Oslo, ora l’inviato Usa vola da Putin (ANSA)

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🛰️ Il rallentamento di Starshield blocca i droni ucraini (Techy)

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