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🇮🇹 Il Caso Olivetti: come l'Italia ha perso la sua Apple
🏦 Unicredit punta alla Germania
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STORIE IMPRENDITORIALI
🇮🇹 Il Caso Olivetti: come l'Italia ha perso la sua Apple

Quando si parla di occasioni sprecate dall'Italia, c'è una storia che le batte tutte: quella della Olivetti.
Un’azienda che, negli anni ’50, era arrivata a competere con IBM nel settore dell’elettronica e dell’informatica. E che, nel giro di pochi anni, è stata smantellata pezzo dopo pezzo, fino a diventare l’ombra di se stessa.
Ma com’è stato possibile? E cosa si nasconde dietro la caduta della Olivetti?
Gli inizi della Olivetti
Tutto inizia nel 1908, quando l’ingegnere Camillo Olivetti, dopo aver viaggiato a lungo negli Stati Uniti, rimane colpito dalle prime macchine da scrivere americane e capisce che quello strumento ha il potenziale per cambiare il modo di lavorare negli uffici.
Decide di portare l'idea in Italia e fonda a Ivrea una piccola officina meccanica con l'obiettivo di produrre macchine da scrivere di qualità.
Nel giro di pochi anni, la sua intuizione si rivela vincente: le macchine Olivetti si impongono come sinonimo di qualità e affidabilità.
Adriano: l’industriale che voleva cambiare tutto
Nella fabbrica Olivetti di Ivrea cresce Adriano, il figlio di Camillo, che a soli 13 anni lavora già come operaio. Un’esperienza che lui stesso definirà “una tortura per lo spirito” e che pianta in lui il seme di una missione: ripensare il mondo della fabbrica, adattandolo alle esigenze umane.

Adriano Olivetti
Nel 1925, Adriano parte per un lungo viaggio negli Stati Uniti.
Durante il soggiorno americano osserva da vicino i metodi produttivi delle grandi imprese del settore. Tra queste, un punto di riferimento è la Underwood, il più grande produttore di macchine da scrivere al mondo, che Olivetti prende a modello studiandone turni, volumi e organizzazione della produzione.
Il giovane Adriano torna a Ivrea con un obiettivo chiaro, colmare il divario con l’industria americana e trasformare la Olivetti in un’impresa moderna.
E ci riesce. Tra il 1932 e il 1942 i risultati parlano da soli:
📈 Capitale sociale raddoppiato, da 15 a 30 milioni di lire
🏭 Produzione triplicata, da 20.000 a oltre 60.000 macchine da scrivere
👷 Dipendenti passati da meno di 1.000 a oltre 3.000

Ma Adriano non si limita ai numeri. Fa costruire fabbriche dall’architettura all’avanguardia, introduce mense, biblioteche, assistenza sanitaria e spazi culturali accanto alle linee di montaggio.
Per lui, l’operaio non è un ingranaggio, ma una persona che merita di crescere insieme all’azienda.
L’uomo che sfidava il regime
Parallelamente alla carriera industriale, Adriano porta avanti un impegno politico clandestino contro il fascismo.
Nel 1926 aiuta personalmente la fuga del leader socialista Filippo Turati, caricandolo sulla propria auto e guidando nella notte verso Savona.
Per proteggere sé stesso e l’azienda, però, nel 1933 è costretto a prendere la tessera del Partito Fascista. Ma sotto la superficie continua a collaborare con ambienti antifascisti, fino a diventare informatore dell’intelligence americana nel 1943.
Dopo la caduta del Duce, il governo Badoglio vede nel suo attivismo un problema e ne dispone l’arresto. Adriano trascorre due mesi in carcere a Roma, prima di riuscire a fuggire e a nascondersi per oltre un anno tra Milano e la Svizzera, fino alla fine della guerra.
La scommessa sull’elettronica
Tornato a Ivrea nel 1945, Adriano capisce che il futuro non sta più nella meccanica ma nell'elettronica.
Dall’altra parte dell’Atlantico, aziende come IBM stanno già sviluppando i primi calcolatori digitali, e Adriano non vuole che la Olivetti resti a guardare.
Per questo, nel 1955 affida a Mario Tchou, un giovane ingegnere italo-cinese formatosi alla Columbia University, la guida di un laboratorio di ricerca vicino a Pisa.

Mario Tchou
La scommessa si rivela vincente.
Nel 1959 il laboratorio realizza l’ELEA 9003, un calcolatore costruito interamente a transistor, capace di consumare meno energia, occupare meno spazio e lavorare per ore senza interruzioni.
Con l'ELEA, la Olivetti diventa l'unica azienda europea capace di competere davvero con IBM.
Due morti, un’azienda decapitata
Il 27 febbraio 1960, Adriano muore improvvisamente su un treno diretto a Losanna. Ha 58 anni. A Ivrea il Carnevale viene annullato per la prima volta da oltre un secolo e ai funerali partecipano 40mila persone.
Con la sua morte, la Olivetti perde la sua bussola.
E le cose peggiorano meno di due anni dopo, quando in un incidente stradale muore anche Mario Tchou, l’uomo che guidava la rivoluzione elettronica dell’azienda.
In piena Guerra Fredda, con l’informatica che ha un valore non solo commerciale ma anche geopolitico, le circostanze di entrambe le morti sollevano interrogativi che ancora oggi restano senza risposta.
Senza Adriano e senza Tchou, la Olivetti si ritrova alla deriva
Nel 1964 arriva un “gruppo di salvataggio” guidato da Mediobanca, FIAT e Pirelli. Sulla carta dovrebbe rimettere in piedi l’azienda. In pratica, finisce per segnarne la resa.
Il nodo vero è la divisione elettronica: la parte più avanzata, più visionaria, ma anche la più costosa e difficile da sostenere nel breve periodo. Ed è proprio lì che si consuma la rottura.
Durante le trattative, l’allora presidente della FIAT Vittorio Valletta la definisce “un neo da estirpare”. Non il futuro da difendere, ma un problema da tagliare.
Così la Olivetti cede il 75% della divisione elettronica alla General Electric. Ed è in quel momento che l’Italia rinuncia, di fatto, alla possibilità di restare protagonista nell’informatica.
L’ultimo atto di resistenza
Eppure, dentro l'azienda sopravvive un ultimo atto di resistenza.
Un gruppo di ingegneri guidato da Pier Giorgio Perotto continua a lavorare in segreto a una macchina compatta, programmabile e pensata per stare su una scrivania.
Nel 1965 il Programma 101 viene presentato alla Fiera Mondiale di New York, e il successo è immediato: persino la NASA lo userà per calcolare le traiettorie delle missioni Apollo.

Programma 101
Il primo personal computer della storia è italiano. Ma ormai è troppo tardi. La Olivetti non investe più nell'elettronica e altre aziende, come Hewlett-Packard, osservano, copiano e costruiscono il proprio impero su quelle stesse idee.
Con la caduta della Olivetti non è scomparsa solo un’azienda. È scomparsa anche l’idea di un’Italia capace di innovare e guidare il futuro.
Insomma, quella che era iniziata come la scommessa visionaria di un imprenditore cresciuto in fabbrica si è trasformata, nel giro di pochi anni, in una delle più grandi occasioni sprecate della storia industriale italiana.
Se vuoi scoprire tutti i dettagli di questa storia incredibile, non perdere il video sul nostro canale YouTube! 👇️
BANCHE
🏦 Unicredit vuole prendersi Commerzbank

Unicredit ha lanciato un'offerta pubblica di scambio (Ops) sulla tedesca Commerzbank, con l'obiettivo di superare la soglia del 30% del capitale della quarta banca della Germania.
Un'operazione da circa €35 miliardi che segna un'escalation importante nella lunga marcia avviata dal CEO Andrea Orcel nel settembre 2024.
Ma come funziona l’offerta?
In pratica, Unicredit sta proponendo agli azionisti di Commerzbank uno scambio: "dateci le vostre azioni Commerzbank e in cambio vi diamo azioni Unicredit".
Il rapporto indicato da Unicredit è di 0,485 azioni Unicredit per ogni azione Commerzbank. Questo implica una valutazione di circa €30,8 per azione, cioè un premio di circa il 4% rispetto alle quotazioni più recenti.
L’offerta formale dovrebbe partire a inizio maggio.
Ma come siamo arrivati fin qui?
La storia parte dal settembre 2024, quando Unicredit acquistò circa il 9% di Commerzbank, entrando nel capitale della banca tedesca e sorprendendo sia Berlino sia il management del gruppo.

Andrea Orcel
Da lì in avanti, Orcel ha costruito la sua posizione passo dopo passo:
📈 A fine 2024 la quota era salita al ~21%
✅ A marzo 2025 è arrivato il via libera della BCE per salire ulteriormente
📊 Oggi Unicredit detiene circa il 26% di Commerzbank direttamente, più circa il 4% tramite strumenti finanziari indiretti
Nel complesso, quindi, è già arrivata a ridosso del 30%.
Il nodo del 30%
Ed è proprio qui che entra in gioco il nodo regolamentare.
In Germania, superare il 30% fa scattare l’obbligo di lanciare un’offerta sull’intera società.
Nel frattempo, però, il buyback di Commerzbank riduce il numero di azioni in circolazione e questo, automaticamente, fa salire il peso percentuale della quota di Unicredit. Tradotto: restare appena sotto il 30% stava diventando sempre più scomodo.
Per questo Orcel ha scelto di muoversi in anticipo con un’offerta volontaria, così da gestire il passaggio oltre soglia e, una volta superato il 30%, avere anche maggiore libertà per aumentare eventualmente la partecipazione sul mercato in seguito.
E in Germania come l’hanno presa?
Male, per usare un eufemismo.
Il governo tedesco ha definito inaccettabile un’acquisizione ostile di Commerzbank. Berlino mantiene ancora una quota di circa il 12%-13% nella banca, eredità del salvataggio pubblico del 2008, e continua a vedere con forte freddezza l’avanzata di Unicredit.
Anche il vertice di Commerzbank ha reagito duramente. La CEO Bettina Orlopp ha ribadito che l’operazione non è stata concordata, ha definito il prezzo offerto “molto basso” e ha criticato il fatto che UniCredit non abbia ancora presentato un vero piano industriale dettagliato su integrazione, sinergie, costi e governance.
Anche i sindacati, come prevedibile, si sono schierati contro.
Ma perché Orcel punta sulla Germania?
Perché in Italia gli spazi di espansione si sono chiusi.
Nel 2025, il Governo Meloni ha bloccato con il golden power la scalata di Unicredit su Banco BPM, ridimensionando di fatto le ambizioni domestiche del gruppo.
A quel punto, la via europea è diventata la priorità. E un'operazione di questa portata tra banche di Paesi diversi non si vedeva da tempo.
Non a caso, la BCE spinge da anni per un consolidamento bancario transfrontaliero, e la Commissione Europea ha ricordato che le banche europee "non hanno ancora raggiunto una scala sufficiente per competere a livello internazionale".
Cosa pensi della mossa di Unicredit su Commerzbank? |

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