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⛽ Europa a secco

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Il menù di oggi:
⛽ Trump vuole bloccare l'export di gasolio e l'Europa trema
🇪🇺 Per uno 0,1% l'Italia resta sotto osservazione dell'UE
ENERGIA
⛽ Trump vuole bloccare l'export di gasolio e l'Europa trema

A margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, Donald Trump ha pronunciato una frase che a Bruxelles (e a Roma) nessuno voleva sentire: "Ho detto di NON esportare più il nostro diesel: ne produciamo moltissimo e ho chiesto al mio staff di lavorarci".
Non è una battuta. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha confermato che l'amministrazione sta studiando un divieto, totale o parziale, alle esportazioni di gasolio statunitense.
Una decisione del genere avrebbe un impatto diretto sull’Europa, che oggi dipende in larga parte dal diesel americano per rifornire il proprio mercato. E se quei flussi si interrompessero, il rischio sarebbe una corsa ai rifornimenti, con possibili conseguenze su trasporti, logistica e prezzi dei beni di consumo.
Ma perché Trump vuole tenersi il gasolio?
Negli Stati Uniti il prezzo del diesel alla pompa ha toccato il record storico di $6,51 al gallone.
E con le elezioni di metà mandato alle porte, camionisti e agricoltori del Midwest, lo zoccolo duro dell'elettorato repubblicano, chiedono risposte.

Gli stati del Midwest
La soluzione più rapida, almeno sulla carta, è semplice: tenere in casa quello che si produce, così da far scendere i prezzi alla pompa.
Ma, come vedremo, non è detto che funzioni.
Da dove arriva il petrolio che usiamo in Europa?
Partiamo da un dato: secondo Eurostat, petrolio e derivati valgono il 37,6% dell'energia disponibile nell'UE. È di gran lunga la prima fonte del nostro mix energetico, davanti a gas e rinnovabili.
Il problema è che quasi tutto arriva da fuori. Infatti, il Vecchio Continente importa circa il 95% del petrolio che consuma.
E da chi lo compriamo? Nel secondo trimestre del 2026 i principali fornitori sono stati:
🇺🇸 Stati Uniti: 18,8%
🇳🇴 Norvegia: 13,4%
🇰🇿 Kazakistan: 9,3%
🇷🇺 Russia: appena l'1%
Ma non è sempre stato così. Fino al 2022 il primo fornitore era Mosca. Poi, con l'invasione dell'Ucraina, è arrivato l'embargo europeo su greggio e prodotti raffinati russi.
Sul gasolio, che del petrolio è uno dei principali derivati, il cambiamento è stato ancora più netto. Nel 2022 circa la metà del diesel importato in Europa arrivava dalla Russia. Dopo l'embargo, quei volumi sono stati rimpiazzati dal Medio Oriente (il 43% del nostro import di gasolio nella prima metà del 2025) e dagli Stati Uniti.
Il nodo Hormuz
Con lo Stretto di Hormuz bloccato e gli impianti russi e mediorientali colpiti da guerre e droni, la capacità mondiale di raffinare gasolio è ai minimi.
L'Europa ha quindi spostato ancora di più i suoi acquisti verso l'altra sponda dell'Atlantico.
Nei primi mesi del 2026 le esportazioni di diesel americano verso l'Europa hanno superato i 396.000 barili al giorno, contro i circa 167.000 di un anno prima.
In altre parole, abbiamo sostituito una dipendenza con un'altra.
Il problema italiano
In Italia il rischio sarebbe particolarmente rilevante perché il nostro sistema dei trasporti dipende ancora fortemente dal gasolio.
È il carburante che muove camion, furgoni, macchinari agricoli e gran parte della logistica che ogni giorno porta merci, alimenti e materie prime in tutto il Paese.
Il problema è che gli Stati Uniti oggi esportano circa un quarto del diesel che producono. Se quelle forniture venissero meno, le navi cisterna americane sparirebbero dal mercato e i Paesi europei si troverebbero a competere per gli stessi volumi disponibili.
A quel punto a spuntarla sarebbe chi è disposto a pagare di più, con un effetto diretto sui prezzi del carburante.

Il risultato? Prezzi ancora più alti alla pompa per automobilisti e autotrasportatori, che poi si scaricano sul carrello della spesa.
Nel caso peggiore, il governo potrebbe dover razionare il gasolio, dando la precedenza a camion, trasporti pubblici e servizi essenziali rispetto alle auto private.
Ma agli Stati Uniti conviene smettere di esportare diesel?
Sulla carta, se il gasolio non può più uscire dal Paese, sul mercato americano ce n'è di più e il prezzo scende. In pratica, però, l'effetto sarebbe limitato, per tre motivi:

🗺️ La geografia: raffinerie e depositi sono sulle coste, soprattutto nel Golfo del Messico, mentre la domanda che preoccupa Trump è nel Midwest. Il gasolio "trattenuto" non arriverebbe subito dove serve, e spostarlo via mare verso la costa Est costa caro
🏭 Le raffinerie produrrebbero meno: senza i guadagni dell'export, avrebbero meno interesse a lavorare quasi al 100% della capacità. L'offerta interna, quindi, crescerebbe meno del previsto
🌍 Il prezzo resta globale: il gasolio si compra e si vende su un mercato mondiale. Se l'offerta globale cala, i prezzi internazionali salgono e il vantaggio per gli americani si riduce
Il risultato più probabile sarebbe un piccolo calo dei prezzi negli USA, ma con grande probabilità solo temporaneo.
Per Washington, insomma, si tratta più di una mossa elettorale che di una scelta economica.
Insomma…
Dopo il 2022 l'Europa si è convinta di aver risolto il problema energetico sostituendo la Russia con gli alleati. Ma una dipendenza resta una dipendenza, anche quando il fornitore è un amico.
E questa volta basta una frase detta a margine di un vertice per far tremare un intero continente.
Secondo te, cosa dovrebbe fare l'Europa? |
ITALIA
🇪🇺 Per uno 0,1% l'Italia resta sotto osservazione dell'UE

0,1 punti percentuali. È la distanza che separa l'Italia dall'uscita anticipata dalla procedura europea per deficit eccessivo.
L'Istat ha confermato che nel 2025 il deficit si è fermato al 3,1% del PIL, appena sopra la soglia europea del 3%.
Il ministro Giancarlo Giorgetti ha preso atto dei dati "non senza rammarico": niente uscita quest'anno, se ne riparla nel 2027.
Cosa dicono i numeri dell'Istat
Ecco i conti pubblici italiani nel 2025:
📉 Deficit: 3,1% del PIL, in calo dal 3,4% del 2024
🏦 Debito: 136,7% del PIL, in salita dal 134,2%
💰 Pressione fiscale: 42,9%, +0,7 punti in un anno
📈 Crescita: +0,6%
In altre parole, i conti migliorano, ma non abbastanza in fretta.
Ma cos'è la procedura d'infrazione?
È il meccanismo con cui l'UE controlla i bilanci dei Paesi membri. I trattati fissano due soglie:
📊 deficit non oltre il 3% del PIL
🏛️ debito non oltre il 60% del PIL
Se un Paese le supera, la Commissione europea propone al Consiglio di aprire la procedura. Il Consiglio fissa un percorso di rientro con obiettivi e scadenze, e il governo ha sei mesi per adottare le misure necessarie.

E se non lo fa? Può scattare una multa fino allo 0,05% del PIL, da pagare ogni sei mesi finché i conti non tornano in ordine.
In realtà, finora nessun Paese ha mai pagato davvero una multa per deficit eccessivo. Il prezzo vero di una procedura è avere meno libertà di spesa e scrivere ogni manovra con Bruxelles che controlla da vicino.
Perché ci siamo finiti?
Per capirlo bisogna distinguere due problemi, uno recente e uno molto più vecchio:
🏠 Il Superbonus: i bonus edilizi introdotti durante la pandemia sono costati allo Stato molto più del previsto e nel 2023 hanno fatto schizzare il deficit al 7,4% del PIL, più del doppio della soglia europea
🏦 Il debito: con un debito pari al 136,7% del PIL, lo Stato spende ogni anno circa il 4% del PIL solo in interessi. Senza questa voce i conti sarebbero in attivo, con un avanzo primario dello 0,8% nel 2025. In pratica lo Stato incassa più di quanto spende per stipendi, pensioni e servizi, ma gli interessi lo riportano in rosso.
Così, il 26 luglio 2024, il Consiglio europeo ha aperto la procedura e ha chiesto all'Italia di tornare sotto il 3% entro il 2026.
Per rientrare, il governo ha:
🚫 bloccato la cessione dei crediti dei bonus edilizi, frenando l'avvio di nuovi cantieri
✂️ ridotto l'aliquota del Superbonus dal 110% al 65%
🔒 tenuto la spesa sotto stretto controllo, con manovre dai margini ridotti
Il risultato c'è, perché in due anni il deficit è sceso dal 7,4% al 3,1%. Ma i crediti già maturati continuano a pesare sui conti, e senza di loro saremmo già sotto il 3%.
Cosa cambia in pratica?
Rimanere in procedura non significa avere necessariamente le mani legate, ma avere meno spazio di manovra. L’Italia ha chiesto di poter utilizzare le clausole di flessibilità europee per difesa ed energia, ma il via libera definitivo della Commissione non è ancora arrivato.
Anche nel caso in cui venissero concesse, queste deroghe non eliminerebbero l’impatto della spesa sui conti pubblici: servirebbero solo a permettere un margine aggiuntivo senza compromettere il percorso di rientro.
Per tutte le altre misure della manovra, invece, ogni euro aggiuntivo dovrà essere coperto con nuove entrate o tagli alla spesa. Altrimenti l’uscita dalla procedura per deficit eccessivo prevista nel 2027 rischierebbe di allontanarsi.
Insomma…
Lo zero virgola che oggi ci tiene dentro è piccolo, ma pesa. Uscire nel 2027 è possibile, a patto di continuare a tenere i conti in ordine anche quando la tentazione di spendere sarà più forte.
Secondo te, le regole europee sui conti pubblici sono… |

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