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  • 🧾 Perché in Italia così pochi pagano l'IRPEF?

🧾 Perché in Italia così pochi pagano l'IRPEF?

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Il menù di oggi:

  • 🧾 Non è (solo) colpa degli evasori

  • 🧠 L'AI ci sta facendo pensare tutti allo stesso modo?

ITALIA

🧾 Non è (solo) colpa degli evasori

Il 24 settembre il centro studi Itinerari Previdenziali ha presentato la sua indagine annuale sulle dichiarazioni dei redditi degli italiani.

Come ogni anno, il dato che ha fatto più rumore è quanto siano pochi a pagare davvero l'IRPEF, la principale tassa sul reddito.

A prima vista sembra la conferma di un luogo comune, quello dell'Italia come Paese di evasori. Ma, come fa notare Pagella Politica, dietro quei numeri c'è anche altro.

Per capirlo bisogna partire da come funziona l'imposta.

Cos'è l'IRPEF?

L'IRPEF è l'imposta sul reddito delle persone fisiche, ed è la principale tassa che paghiamo in Italia. È un'imposta "progressiva", divisa in tre scaglioni con aliquote crescenti.

  • 🟢 23% sulla parte di reddito fino a €28.000

  • 🟡 33% sulla parte tra €28.000 e €50.000, scesa dal 35% con la legge di Bilancio 2026

  • 🔴 43% sulla parte oltre €50.000

Ogni aliquota si applica solo alla quota di reddito che ricade nel suo scaglione. Chi guadagna €35.000, per esempio, non paga il 33% su tutto, ma il 23% sui primi €28.000 e il 33% solo sui €7.000 restanti.

Grazie alle detrazioni, poi, chi guadagna poco paga pochissimo. Per lavoratori dipendenti e pensionati che restano sotto gli €8.500 l'anno, la cosiddetta no tax area, l'imposta si azzera del tutto.

Cosa dicono i numeri?

Nel 2024 gli oltre 42,8 milioni di contribuenti italiani hanno dichiarato redditi per €1.076,3 miliardi, su cui hanno versato €197,4 miliardi di IRPEF netta:

  • 🔹 Quasi 8 milioni di contribuenti dichiarano meno di €7.500 l'anno e la maggior parte di questi non paga nulla

  • 🔹 Circa 7,4 milioni dichiarano tra €7.500 e €15.000 e pagano in media €204 l'anno

  • 🔹 Circa 19 milioni dichiarano tra €15.000 e €35.000 e insieme pagano circa un terzo dell'IRPEF

  • 🔸 Circa 8 milioni dichiarano più di €35.000. Sono meno di un contribuente su cinque, ma pagano quasi due terzi di tutta l'IRPEF

Il giudizio del centro studi è molto netto. Nel rapporto si parla di una maggioranza che "vive alle spalle di altri cittadini".

Quindi sono tutti evasori?

L'evasione, in effetti, in Italia è molto alta. Secondo l'ultima relazione del ministero dell'Economia sull'economia sommersa, ogni anno sfuggono al fisco circa €43 miliardi di IRPEF, e quasi €40 miliardi vengono dai lavoratori autonomi.

Il motivo sta nel modo in cui si pagano le tasse:

  • 👷 Ai lavoratori dipendenti l'IRPEF viene trattenuta direttamente in busta paga, con la cosiddetta ritenuta alla fonte, e quindi è difficile evaderla

  • 📰 Chi ha una partita IVA, invece, deve dichiarare da solo quanto guadagna. Per questo il 92% dell'IRPEF evasa non viene dai dipendenti

Eppure l'evasione spiega solo una parte del problema.

Il vero problema è che lavorano in pochi

Dietro chi non dichiara nulla, spiega Pagella Politica, ci sono spesso persone molto comuni. Donne rimaste a casa per occuparsi della famiglia, giovani che vivono con i genitori senza un lavoro o con uno sottopagato, anziani con una pensione minima su cui si pagano pochissime tasse.

Il confronto con il resto d'Europa lo mostra bene.

  • 👩 Donne: in Italia lavora il 58% delle donne, contro il 71,3% della media europea. Colmare la distanza vorrebbe dire oltre 2 milioni di lavoratrici e contribuenti, in più

  • 🎓 Giovani: il 13,3% degli under 35 non studia e non lavora

Insomma, i dati sulle dichiarazioni raccontano un Paese in cui si evade molto, ma soprattutto un Paese in cui si lavora poco. Per tenere in piedi i servizi pubblici, combattere l'evasione non basterà. Servirà anche portare più persone nel mondo del lavoro.

Ma quanto a lungo un sistema può reggersi sulle spalle di pochi contribuenti?

Ti sembra giusto che meno di un contribuente su cinque paghi due terzi dell'IRPEF?

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INTELLIGENZA ARTIFICIALE

🧠 L'AI ci sta facendo pensare tutti allo stesso modo?

Una ricetta per cena, l'email da mandare al capo, il motivo per cui salgono i tassi. Ormai, per qualsiasi dubbio, la prima cosa che facciamo è chiedere a un chatbot.

Secondo un nuovo studio dell'Università di Copenaghen, però, c'è un prezzo che non vediamo. I chatbot ci mostrano una fetta di conoscenza molto più limitata di una semplice ricerca su Google, e tendono a ripetere a tutti le stesse cose.

Lo studio

I ricercatori hanno interrogato 27 modelli di intelligenza artificiale, tra cui quelli di OpenAI, Google e Meta, su oltre 150 argomenti diversi. Poi hanno confrontato la varietà delle informazioni contenute nelle risposte con quella dei risultati di Google.

Il risultato è che tutti i modelli si sono dimostrati più ripetitivi del motore di ricerca. Anche il migliore, GPT-5 di OpenAI, offre almeno il 18,7% di varietà in meno.

In altre parole, cambiano le domande ma le risposte si somigliano, e riportano quasi sempre lo stesso punto di vista.

Perché i chatbot si ripetono?

I modelli linguistici vengono addestrati su enormi quantità di testi, li comprimono e imparano gli schemi che ricorrono più spesso. Durante il processo, le informazioni meno comuni vengono filtrate.

Lo studio ha fatto emergere anche altri due aspetti.

  • 📏 I modelli più potenti non sono i più vari: può sembrare strano, ma i modelli più grandi danno risposte meno varie di quelli più piccoli

  • 🌍 Prevale il punto di vista anglosassone: anche quando si chiede di temi legati a un Paese specifico, come la politica francese o il K-pop coreano, le risposte si basano soprattutto su fonti in inglese e molto meno su quelle scritte nella lingua di quel Paese. Così la prospettiva locale rischia di restare in secondo piano.

Cos'è il "knowledge collapse"?

Internet si sta riempiendo di testi scritti dall'AI, e secondo i ricercatori è molto probabile che i modelli futuri vengano addestrati anche su questi contenuti.

Il meccanismo funziona un po' come la fotocopia di una fotocopia, dove a ogni passaggio si perde qualche dettaglio.

  • 📚 Il primo modello impara da testi scritti da persone, ricchi di punti di vista diversi, e ne trattiene soprattutto quelli più comuni

  • 🔁 Il modello successivo impara anche dalle risposte del primo, che sono già meno varie

  • 📉 Generazione dopo generazione, le informazioni meno diffuse si perdono e la gamma di conoscenze disponibili si restringe sempre di più

È questo che i ricercatori chiamano knowledge collapse.

Isabelle Augenstein, professoressa all'Università di Copenaghen e tra le autrici dello studio, lo paragona alla globalizzazione. Oggi si trovano gli stessi prodotti e le stesse catene di caffè quasi ovunque nel mondo, "con molti vantaggi, ma anche meno diversità".

Quanti si informano tramite chatbot?

Sempre di più. Secondo il Reuters Institute, il 10% delle persone nel mondo usa un chatbot per informarsi ogni settimana, e tra i più giovani (tra i 18 e i 24 anni) si sale al 17%.

Per quasi tutti, però, resta ancora una fonte in più e non quella principale.

Ma il collasso è già in corso?

Non ancora, secondo gli stessi autori.

I chatbot collegati alla ricerca online, per esempio, danno risposte più varie degli altri. Il meccanismo che potrebbe innescare il collasso però esiste già, e per questo i ricercatori invitano le aziende a tenerlo sotto controllo.

Il consiglio degli studiosi è di usare i chatbot senza smettere di consultare fonti diverse.

Insomma, il rischio segnalato dallo studio non è che l'AI sbagli, ma che dia a tutti la stessa risposta.

E se milioni di persone si informano allo stesso modo, finiranno anche per pensarla allo stesso modo?

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