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💴 Cosa succederebbe se l'Italia tornasse alla lira?

Buongiorno! Questo è il Punto, la newsletter che ti spiega l’economia e l’attualità in modo semplice e veloce!

Ecco cosa offre il menù di oggi:

  • 💴 Cosa succederebbe se l'Italia tornasse alla lira?

  • 💻 USA e Taiwan: 500 miliardi per riportare i chip in America

SISTEMA MONETARIO

💴 Cosa succederebbe se l'Italia tornasse alla lira?

Di tanto in tanto, nel dibattito politico italiano, torna sempre la stessa suggestione: uscire dall’euro e tornare alla lira. Dichiarazioni cicliche, slogan identitari, promesse di rinascita economica.

L’idea di fondo è sempre la stessa: “con una moneta nostra staremo meglio”.

Ma cosa succederebbe davvero se domani mattina l’Italia annunciasse il ritorno alla lira? Proviamo a immaginare questo scenario non con la retorica, ma con la logica economica.

L’annuncio shock e i primi giorni di caos

Partiamo da un punto fermo: l’uscita dall’euro non è prevista dai trattati. La moneta unica è stata pensata come irreversibile, proprio per evitare precedenti pericolosi. Questo significa che un’uscita italiana non sarebbe ordinata né concordata, ma unilaterale e traumatica.

Se accadesse, il copione sarebbe più o meno questo:

  • 📣 annuncio improvviso, probabilmente di venerdì sera, a mercati chiusi

  • 🏦 chiusura temporanea delle banche

  • limiti ai prelievi e ai movimenti di capitale

  • 🔄 conversione forzata di conti e stipendi da euro a lire

Il tasso di conversione verrebbe fissato per legge, ma conterebbe poco. Il valore reale della nuova lira lo deciderebbero i mercati alla riapertura.

Ed è lì che arriverebbe il verdetto.

Il primo impatto: il crollo del potere d’acquisto

Alla riapertura di Piazza Affari, la lira inizierebbe a essere scambiata liberamente. Senza la credibilità e la protezione della Banca Centrale Europea, la nuova moneta verrebbe percepita come fragile. Le stime più realistiche parlano di una svalutazione iniziale tra il 20-40% .

Le conseguenze sarebbero immediate e molto concrete:

  • 📉 stipendi nominalmente uguali, ma molto meno potere d’acquisto

  • 👆️ aumento rapido dei prezzi di tutti i beni importati

  • ⛽️ rincari fortissimi su carburanti ed energia

  • 📈 inflazione che si propaga a tutta l’economia

Tecnologia, elettronica, elettrodomestici, farmaci, software industriali: tutto ciò che paghiamo in dollari o euro diventerebbe più caro. E visto che l’Italia importa circa il 75% dell’energia che consuma, bollette e trasporti schizzerebbero verso l’alto, con effetti a cascata su prezzi e produzione.

Viaggiare all’estero diventerebbe un lusso. Al contrario, l’Italia diventerebbe una meta super conveniente per i turisti stranieri. Hotel, ristoranti e shopping apparirebbero “in saldo permanente”.

Nel brevissimo periodo, turismo ed export ne beneficerebbero. Ma il conto arriverebbe presto.

Il nodo vero: debito pubblico, mutui e risparmi

Il problema più grosso non sarebbe la spesa al supermercato, ma il debito. Gran parte del debito pubblico italiano è denominato in euro. Con il ritorno alla lira, il governo si troverebbe davanti a due opzioni, entrambe pessime:

  • 🪙 convertire il debito in lire, distruggendo la fiducia degli investitori e facendo esplodere lo spread (la differenza di rendimento tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi (considerati più sicuri))

  • 💶 continuare a ripagare in euro, dovendo comprare valuta estera con una lira sempre più debole

In entrambi i casi, lo Stato farebbe enorme fatica a finanziarsi. A quel punto entrerebbe in gioco la Banca d’Italia, costretta a comprare titoli di Stato e di fatto a monetizzare il debito, stampando nuova moneta. Una soluzione che eviterebbe il collasso immediato, ma alimenterebbe l’inflazione, come negli anni ’80.

Gli effetti non si fermerebbero allo Stato:

  • 🏠️ mutui e prestiti in euro diventerebbero molto più pesanti per le famiglie

  • 🏭️ molte imprese indebitate in euro rischierebbero il fallimento

  • 🇮🇹 le PMI, ossatura del sistema produttivo, sarebbero le più colpite

Gli effetti nel medio termine

A distanza di qualche mese, il quadro sarebbe chiaro: inflazione alta, conti pubblici fragili, incertezza cronica. Ma soprattutto partirebbe un’altra emorragia: quella dei talenti.

Con una lira svalutata, lavorare all’estero diventerebbe ancora più conveniente. Ingegneri, medici, ricercatori, informatici avrebbero un incentivo enorme a emigrare. Paradossalmente, mentre l’Italia diventerebbe “economica” per le aziende straniere, rischierebbe di non avere le competenze per attrarle davvero.

Perché oggi svalutare non funziona più?

Ecco questo rimane uno degli equivoci storici più grandi quando si parla di ritorno alla lira: l’idea che svalutare la moneta sia, di per sé, una buona notizia.

Il punto è che la svalutazione funzionava negli anni ’70 perché l’Italia era molto più autosufficiente. Oggi no. Il nostro sistema produttivo è profondamente integrato nelle catene globali del valore:

  • 💻️ importiamo microchip, macchinari, software

  • 🔋 importiamo energia e materie prime

  • 🇮🇹 trasformiamo beni intermedi in prodotti finiti

In questo contesto, una moneta debole non abbassa solo i prezzi all’estero, ma fa esplodere i costi di produzione. Il vantaggio competitivo della svalutazione viene rapidamente mangiato dall’aumento dei costi, trasformando quella che una volta era una leva di crescita in un boomerang.

Svalutare funzionava in un’economia nazionale e chiusa.
Non funziona in un’economia globale, interconnessa e tecnologica.

E allora perché l’idea della lira torna sempre?

Perché promette sovranità. L’illusione di “riprendere il controllo” della politica monetaria.

Ma la moneta non risolve i problemi strutturali dell’Italia

  • 🏭️ produttività ferma da decenni

  • 🗞️ burocrazia che soffoca le imprese

  • 🗺️ evasione fiscale

  • 🏫 pochi investimenti in ricerca e innovazione

  • ⚖️ giustizia civile lenta

Sono problemi che esistevano prima dell’euro. L’euro, al massimo, ha tolto la possibilità di nasconderli sotto il tappeto svalutando.

La verità è semplice e scomoda: il futuro dell’Italia non si stampa. Non passa da una nuova moneta, ma da riforme, investimenti e capacità di creare valore reale.

Pensare che basti cambiare valuta per stare meglio è come credere che basti cambiare il contachilometri per far correre di più un’auto con il motore rotto. La vera sovranità non è monetaria: è economica, produttiva e culturale. E richiede scelte difficili, non scorciatoie.

Di questo ne abbiamo parlato nel nostro ultimo video Youtube 👇️ 

DAZI

💻 USA e Taiwan: 500 miliardi per riportare i chip in America

Gli Stati Uniti e Taiwan hanno raggiunto un accordo commerciale che potrebbe cambiare gli equilibri globali nel settore dei semiconduttori.

L’intesa prevede che Washington riduca i dazi sulle importazioni taiwanesi, mentre Taipei investirà ingenti somme per costruire nuovi stabilimenti di produzione di microchip sul suolo americano.

Come da copione, la Cina ha reagito con “ferma opposizione”, definendo l’accordo un’ingerenza nelle sue questioni interne.

Ma cosa prevede l’accordo?

L'intesa, arrivata dopo mesi di negoziati, tocca principalmente due aspetti:

  • 📉 Riduzione dei dazi: gli USA abbasseranno le tariffe sui beni provenienti da Taiwan dal 20% al 15%. La misura riguarda settori strategici come:

    • 🚗 Componentistica automotive

    • 🪵 Legname e prodotti in legno

    • 👨‍💻 Prodotti tecnologici

  • 💰 Investimenti massicci: le aziende taiwanesi del settore dei chip e della tecnologia investiranno almeno $250 miliardi negli USA, ampliando la capacità produttiva in ambiti cruciali come semiconduttori e intelligenza artificiale.
    In aggiunta, il governo di Taipei fornirà garanzie di credito per altri 250 miliardi, incentivando ulteriori investimenti nella filiera americana dei semiconduttori.

Perché questo accordo è così importante?

  • 🇺🇸 Per gli USA
    L’intento è riportare parte della produzione di semiconduttori sul territorio nazionale, riducendo la dipendenza dall’Asia.

    La quota americana nella produzione globale è infatti scesa dal 37% nel 1990 al 10% nel 2024. Produrre chip in patria significa garantire sicurezza tecnologica e protezione da possibili shock geopolitici.

  • 🇹🇼 Per Taiwan
    L’accordo offre diversi vantaggi strategici:

    • 📑 Accesso privilegiato al mercato USA: i prodotti taiwanesi potranno entrare senza subire dazi punitivi, a differenza dei concorrenti.

    • 🌍️ Protezione geopolitica: rafforza il legame politico e militare con Washington in un periodo di tensioni con la Cina.

    • 💵 Reciprocità negli investimenti: gli Stati Uniti investiranno a Taiwan in settori strategici come intelligenza artificiale, tecnologia della difesa, telecomunicazioni e biotecnologie.

    Collegare l’industria taiwanese a quella americana crea un legame reciproco: più gli USA dipendono dalla tecnologia taiwanese (e viceversa), maggiore sarà la motivazione a proteggere l’isola.

Il cuore pulsante di questo accordo è TSMC

La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) è la più grande azienda mondiale nella produzione di semiconduttori su commissione, collaborando con colossi come Nvidia e detenendo tecnologie all’avanguardia.

Da sola, TSMC investirà $100 miliardi negli Stati Uniti per costruire almeno 4 nuove fabbriche, che si aggiungeranno alle 6 già pianificate in precedenza.

Gli altri 150 miliardi arriveranno da altre aziende taiwanesi, supportate da garanzie di credito del governo taiwanese per stimolare ulteriori investimenti.

Come funzioneranno questi dazi “scontati“?

Il meccanismo è studiato per incentivare la produzione americana senza bloccare le importazioni taiwanesi:

  • 🚗 Settori tradizionali: tetto massimo del 15% sui dazi per ricambi auto, legname e derivati del legno provenienti da Taiwan

  • 🏗️ Durante la costruzione degli impianti di semiconduttori negli USA: le aziende taiwanesi potranno importare semiconduttori fino a 2,5 volte la capacità produttiva prevista senza pagare dazi

  • ⚙️ Dopo il completamento degli impianti: il limite scende a 1,5 volte la capacità produttiva

  • 🚫 Se le aziende decidessero di non costruire in America, il dazio schizzerebbe al 100%,

In sostanza: più si produce in America, più si può esportare liberamente da Taiwan. Un approccio “America First” che non esclude, ma integra.

Insomma…

L’accordo tra Stati Uniti e Taiwan segna un punto di svolta nella strategia americana di reshoring dei semiconduttori, un settore fondamentale per economia e sicurezza nazionale.

Allo stesso tempo, rischia di intensificare le tensioni con la Cina, che considera Taiwan parte della propria sovranità e vede con sfavore ogni avvicinamento commerciale o politico tra l’isola e altre potenze.

Secondo te, questo accordo USA-Taiwan...

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