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📶 Connessione lenta, Paese lento

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  • 🐸 Finiremo tutti come delle “rane bollite“ per colpa dell’AI

TELECOMUNICAZIONI

📶 Connessione lenta, Paese lento

Negli ultimi 10 anni, il traffico dati sui nostri telefoni e computer è esploso - e non è un caso, visto che tra video in streaming, smart working, intelligenza artificiale, auto connesse e sensori ovunque, la domanda di connessione continua a crescere senza sosta.

Questo trend lo stiamo vedendo tutti e i dati lo confermano: pensate che secondo l’Ericsson Mobility Report, le reti mobili trasportano oggi 137 volte più dati di quanti ne trasportassero nel 2010.

Ora, il “come i dati viaggiano” è una di quelle cose che diamo tutti per scontate, ma la realtà è che i dati non viaggiano per magia…

Anzi, viaggiano su un’infrastruttura che pochi conoscono, ma che è ogni giorno sempre più importante per far funzionare il mondo moderno.

Le frequenze sono le “corsie invisibili“ che permettono ai nostri dispositivi di comunicare

Quando mandiamo un messaggio, facciamo una chiamata, guardiamo un video o inviamo un file dal telefono, il nostro dispositivo comunica con le antenne della rete mobile attraverso segnali radio.

Questi segnali viaggiano su porzioni dello spettro radio chiamate bande di frequenza. Possiamo immaginarle come delle “corsie invisibili” che permettono ai dati di spostarsi tra il telefono e la rete.

Più queste corsie sono ampie, disponibili e gestite in modo efficiente, più la connessione può essere veloce e stabile. Se invece sono poche, congestionate o usate male, anche il traffico dei dati rallenta. Un po’ come succede su una strada.

In Italia, le frequenze sono una risorsa pubblica. Appartengono allo Stato, che le dà in concessione agli operatori telefonici per un certo periodo di tempo.

Negli ultimi anni l’assegnazione delle frequenze è avvenuta tramite aste: gli operatori hanno pagato per ottenere il diritto di usare le frequenze e offrire i propri servizi.

Ma questo ha creato delle distorsioni.

Perché le nostre reti fanno ancora fatica

  • 🤑 La prima distorsione è economica

    Le aste per le frequenze hanno portato entrate importanti allo Stato. Ma il modo in cui vengono progettate può avere conseguenze molto rilevanti. In alcuni casi, come nell’asta 5G del 2018, l’assegnazione delle licenze ha assorbito una parte consistente delle risorse, lasciando meno spazio agli investimenti successivi sulle infrastrutture

  • 📡 La seconda distorsione è tecnica

    In Italia, le antenne possono trasmettere con una potenza massima di 15 V/m (innalzata ad aprile 2024 dalla precedente soglia di 6 V/m), mentre in Europa lo standard di riferimento è 61 V/m, quattro volte tanto. Pur avendo accesso a tutte le frequenze disponibili, se manca la potenza il segnale farà fatica ad arrivare.


Se vogliamo guardare al bicchiere mezzo pieno, la buona notizia è che da qui a poco potremmo avere un’occasione per risolvere questi problemi e migliorare la qualità delle nostre reti mobili.

Nel 2029 c’è una scadenza che potrebbe cambiare le cose

Nel 2029 scadrà la concessione del 73% delle frequenze oggi in uso in Italia (il restante 27% nel 2037).

Si tratta di un momento decisivo: poiché le frequenze non vengono riassegnate spesso, la scelta che verrà presa nel 2029 avrà conseguenze per molti anni sulla qualità delle reti, sulla copertura del territorio e sugli investimenti che gli operatori potranno fare nei decenni a seguire.

Tradotto: se si ripete il modello del passato, rischiamo di portarci dietro gli stessi limiti ancora a lungo.

Se invece si cambia approccio, questa scadenza può diventare l’occasione per costruire connessioni più veloci, stabili e diffuse.

Di questa cosa si parla poco, ma si tratta di una delle decisioni infrastrutturali più importanti che l’Italia si troverà ad affrontare nel prossimo futuro.

Per un Paese che vuole competere nell’economia digitale, sarebbe un’occasione difficile da recuperare.

Si può cambiare il sistema?

In realtà sì.

La scadenza del 2029 potrebbe essere l’occasione per cambiare approccio.

Invece di assegnare le frequenze guardando soprattutto a chi offre di più, lo Stato potrebbe legare una parte del loro valore a piani di investimento ad alto impatto pubblico e sociale.

Gli obblighi di copertura per gli operatori, in parte, esistono già.

Il punto però è fare un passo in più: lo Stato potrebbe non solo chiedere agli operatori di raggiungere determinate aree, ma anche definire le priorità di intervento e indirizzare i loro investimenti verso obiettivi di interesse pubblico.

In altre parole, le frequenze non servirebbero solo a generare un incasso immediato per lo Stato, ma diventerebbero anche uno strumento per promuovere investimenti utili al Paese.

Più risorse, quindi, potrebbero andare verso ciò che conta davvero: antenne, fibra, 5G Standalone e copertura più capillare sul territorio.

È esattamente in questa direzione che si muove la proposta Più Velocipresentata da iliad il 28 aprile 2026, in vista della scadenza del 2029.

Benedetto Levi, CEO di Iliad

Il piano è concreto e si articola su quattro pilastri:

  • 📡 Più frequenze: mappare e liberare tutto lo spettro inutilizzato

    L’idea è fare il punto sulle frequenze disponibili e capire come sfruttare al meglio le porzioni di spettro ancora poco utilizzate, considerando anche forme di “utilizzo duale” (in condivisione tra soggetti diversi affiancando uso pubblico e commerciale).

  • Più potenza: adeguare progressivvamente i limiti elettromagnetici fino ai 61 V/m degli standard europei

    Più frequenze disponibili possono tradursi in reti più potenti ed efficienti. Perché questo potenziale diventi realtà, però, servono limiti elettromagnetici adeguati, capaci di accompagnare la crescita delle infrastrutture e dell’intero settore.

  • 🏗️ Più investimenti: collegare parte del valore delle frequenze a investimenti ad impatto pubblico, addizionali e pienamente misurabili

    Come primo impegno concreto, iliad ha proposto di accelerare lo sviluppo del 5G Standalone in tutta Italia, per arrivare in tutti i capoluoghi di Regione entro 2 anni, nei capoluoghi di Provincia entro 3 anni e mezzo e a una copertura del 99% della popolazione entro 6 anni.

  • ⚖️ Più qualità: ridistribuzione delle frequenze tra operatori in modo più equilibrato

    iliad propone di ridistribuire alcune frequenze oggi usate dagli operatori mobili, così da usare meglio lo spettro disponibile, aumentare la concorrenza e sostenere nuovi investimenti nelle reti mobili.

Insomma…

La scadenza del 2029 non è un problema tecnico per gli addetti ai lavori: è la scelta che definirà il volto digitale dell'Italia del 2040.

Continuare con il modello attuale significa incassare oggi, ma pagare domani in competitività persa, contratti mancati e imprese che faticano.

Cambiare modello significa rinunciare a una parte dell’incasso immediato, ma costruire reti che nei prossimi vent’anni potrebbero valere molto di più.

Pensi che le scelte fatte oggi sulle frequenze decideranno l'Italia digitale dei prossimi vent'anni?

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🤔 "Investire? Sì, magari un giorno…"

Le chiacchiere stanno a 0: ora non hai più scuse per non investire

Quante volte te lo sei detto?

E quante volte, dietro a quel "magari un giorno", si nascondeva in realtà tutt'altro: "non ci capisco niente", "ho paura di sbagliare", "non saprei nemmeno da dove iniziare".

Tranquillo, non sei l'unico.

Anzi, sono proprio i dubbi che ci sentiamo ripetere ogni giorno, ed è esattamente per rispondere a questi che è nato "NON È VERO!", il nostro primo podcast, interamente dedicato a smontare i falsi miti sugli investimenti:

  • 🆓 8 episodi, ovviamente gratuiti

  • 🗣️ zero gergo tecnico, solo risposte chiare

  • 💡 pensato per chi vuole capirci qualcosa davvero, senza sentirsi a una lezione universitaria

Quel "magari un giorno" può diventare oggi. Lo trovi gratis su Spotify, Apple Podcasts e le altre piattaforme streaming.

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TECH
🐸 Finiremo tutti come delle “rane bollite“ per colpa dell’AI

Un gruppo di ricercatori di UCLA, MIT, e Oxford ha pubblicato uno studio che mette in discussione il modo in cui usiamo l'AI nella vita di tutti i giorni (e i risultati non sono particolarmente rassicuranti).

A 1.200 partecipanti è stato chiesto di risolvere una serie di problemi di matematica e di comprensione del testo, e a metà del gruppo è stato concesso di usare GPT-4 durante la prova.

A un certo punto, senza alcun preavviso, l'accesso allo strumento veniva tolto.

Chi aveva fatto affidamento sull'AI non si limitava a commettere più errori una volta rimasto da solo, ma smetteva proprio di provarci. Come spiega Rachit Dubey di UCLA, la perseveranza crolla in modo netto e le persone rinunciano prima ancora di tentare una seconda volta.

I ricercatori hanno battezzato questo meccanismo "effetto rana bollita", riprendendo la celebre metafora della rana che non percepisce il pericolo perché l'acqua si scalda gradualmente.

Allo stesso modo, delegare all'AI compiti via via più complessi sembra una scelta naturale nell'immediato, ma a lungo andare erode la capacità del cervello di affrontare quei problemi in autonomia.

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