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🇬🇧 Brexit, 10 anni dopo: il conto è salato

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Il menù di oggi prevede:

  •  🇬🇧 Brexit, 10 anni dopo: il conto è salato

  • 🌡️ Il caldo che brucia il PIL

REGNO UNITO
 🇬🇧 Brexit, 10 anni dopo: il conto è salato

A Downing Street si apre un nuovo capitolo di instabilità politica. Il premier laburista Keir Starmer si è dimesso dopo una forte crisi interna al suo partito. È il settimo Primo Ministro a lasciare l’incarico in soli dieci anni.

La data delle sue dimissioni, inoltre, arriva in un momento simbolico: a dieci anni esatti dal referendum sulla Brexit.

Ma cosa sta succedendo nel Regno Unito?

Dopo un weekend passato a Chequers (la residenza di campagna del Primo Ministro britannico) nel tentativo di resistere alla pressione, Starmer ha annunciato la sua decisione.

Nel discorso di addio davanti a Downing Street ha spiegato: “La domanda che il mio partito si pone è se io sia la persona giusta per guidarlo alle prossime elezioni. Ho deciso di mettere al primo posto il Paese”.

Ha poi confermato di aver informato re Carlo III, che ha accettato le sue dimissioni.

Starmer è stato indebolito soprattutto dal calo dei consensi e dalla crescente opposizione interna al partito, guidata da Andy Burnham, sindaco di Manchester. La recente vittoria di Burnham in un’elezione suppletiva gli ha infatti permesso di ottenere il seggio necessario per candidarsi alla guida del Labour.

Le candidature ufficiali si apriranno il 9 luglio e il nuovo segretario del partito dovrebbe essere eletto entro settembre.

Dieci anni di instabilità politica

La crisi di Starmer non è un episodio isolato. Dal 2016 a oggi, il Regno Unito ha visto alternarsi sette primi ministri a Downing Street.

Non è un caso che proprio il 2016 sia anche l’anno del referendum sulla Brexit, un evento che ha avuto un forte impatto sulla politica e sull’economia britannica, contribuendo a un lungo periodo di instabilità.

Il costo economico della Brexit

Uno studio del National Bureau of Economic Research (NBER), basato sui dati di fine 2025, mette nero su bianco il prezzo della scelta. Rispetto allo scenario in cui il Regno Unito fosse rimasto nell'UE:

  • 📉 PIL più basso del 6-8%

  • 🏗️ investimenti crollati del 12-13%

  • 💼 occupazione ridotta del 3-4%

  • ⚙️ produttività giù del 3-4%

Uno scenario già negativo a cui si sono sommati il Covid, la guerra in Ucraina e i conflitti in Medio Oriente.

Ma perché la Brexit ha avuto questo impatto?

La ricerca individua quattro canali attraverso cui la Brexit ha pesato sull'economia britannica:

  • ❓ un aumento persistente dell'incertezza, che ha frenato soprattutto gli investimenti

  • 🛒 una minore domanda di beni e servizi e aumento dei costi commerciali

  • 💡 il taglio degli investimenti in innovazione e IT

  • 🌍 il danno maggiore lo hanno subito le aziende più produttive e più esposte ai mercati internazionali. Questo ha portato a una riallocazione verso imprese meno produttive, riducendo la produttività aggregata.

C'è poi il fattore tempo: l'iter di uscita è stato lunghissimo con un periodo di transizione fino al 31 dicembre 2020, negoziati sull'Irlanda del Nord trascinati fino al 2023, processo concluso davvero solo nel 2024.

Otto anni di limbo che hanno pesato tantissimo sull’economia brittanica.

Cosa pensano i cittadini?

Anche l’opinione pubblica è in gran parte negativa. Un sondaggio dell’European Council on Foreign Relations evidenzia che la maggioranza degli intervistati ritiene peggiorati:

  • 💷 costo della vita (66%)

  • 📊 economia (65%)

  • 🎓 opportunità per i giovani (57%)

Inoltre, il 58% di chi aveva votato Leave ritiene oggi che la Brexit non abbia migliorato la gestione dell’immigrazione, tema centrale della campagna referendaria.

Alla domanda sui benefici della Brexit, molti rispondono “nessuno” o dichiarano di non saperne individuare.

Non stupisce che cresca il movimento Rejoin EU per rientrare. Ma la strada è in salita: l'élite di Bruxelles resta diffidente e un'eventuale riadesione sarebbe estremamente complessa. Nel frattempo Nigel Farage, l'artefice della Brexit, continua a volare nei sondaggi.

Il bilancio finale

Dieci anni dopo, il bilancio è quello tracciato dall'Economist: la Brexit ha cambiato il Regno Unito "in molti piccoli modi, perlopiù in peggio", lasciando gli inglesi "più divisi, meno influenti e più poveri di quanto sarebbero stati altrimenti".

E mentre Downing Street si prepara all’ennesimo cambio di leadership, il dibattito sul futuro del Paese torna sempre più spesso al punto di partenza: la scelta di dieci anni fa.

Il Regno Unito dovrebbe tornare nell'UE?

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ECONOMIA

🌡️ Il caldo che brucia il PIL

In questi giorni gran parte dell’Europa è alle prese con un’ondata di caldo estremo: in Spagna si superano i 40°C, mentre in Francia scattano misure straordinarie persino sul consumo di alcol nelle zone più colpite.

Il caldo sta mettendo sotto pressione sistemi sanitari, lavoratori e città, con rischi concreti per la salute pubblica. Ma accanto a questa emergenza, c’è un aspetto meno visibile e spesso trascurato: il costo economico del caldo.

Ma quanto ci costa davvero il caldo?

Secondo le stime di Allianz Trade, l’impatto potrebbe essere enorme.

Entro il 2030, le perdite cumulate potrebbero arrivare al 5-7% del PIL nei Paesi più esposti. In valore assoluto, la classifica europea è guidata da:

  • 🇫🇷 Francia: fino a €209 miliardi bruciati nei prossimi cinque anni

  • 🇮🇹 Italia: €128 miliardi

  • 🇩🇪 Germania: €114 miliardi

  • 🇪🇸 Spagna: €104 miliardi

Ma perché il caldo frena la crescita?

Il meccanismo è più diretto di quanto sembri. Secondo Allianz, una volta superati i 30°C, la produttività del lavoro cala di circa il 3% per ogni grado in più.

A pagare il conto sono soprattutto coloro che lavorano all'aperto o in ambienti caldi:

  • 👷 operai edili e di fabbrica

  • 🚚 corrieri e autotrasportatori

  • 🌾 lavoratori agricoli

Tra fatica fisica, difficoltà di concentrazione e sonno disturbato, le ore di lavoro perse a livello globale per stress da calore sono destinate a salire dall’1,4% del 1995 al 2,2% entro il 2030, con picchi del 5,3% in Asia meridionale.

Energia e infrastrutture sotto pressione

Ma la produttività persa è solo il primo dei canali attraverso cui il caldo incide sull'economia.

Un secondo effetto riguarda il sistema energetico: sopra i 30°C, la domanda di elettricità cresce di circa l’1,2% per ogni grado in più, poiché famiglie e imprese aumentano l’uso dei condizionatori.

Proprio mentre i consumi energetici salgono, però, la capacità di produzione può ridursi. Questo avviene perché molte centrali europee (a gas, nucleari e a carbone) dipendono dall’acqua per il raffreddamento, una risorsa che diventa più scarsa durante le ondate di calore.

Questo squilibrio tra domanda alta e offerta più fragile fa salire i prezzi dell’energia, con conseguenze sui consumi e quindi sulla crescita.

Infine, un terzo canale riguarda le infrastrutture: le alte temperature possono deformare strade e binari, causando disservizi e aumentando i costi di manutenzione.

Effetti su investimenti e conti pubblici

L’impatto delle ondate di calore non si limita ai consumi, ma colpisce in modo più marcato gli investimenti.

Nei Paesi interessati, è stimato un calo medio dell’8% per gli investimenti. Il caldo riduce i rendimenti attesi e spinge le imprese a rallentare la spesa in impianti, macchinari e infrastrutture, con conseguenze dirette sulla capacità produttiva futura e l’innesco di un circolo vizioso che frena la crescita.

Anche i conti pubblici risentono del caldo. Meno PIL significa meno gettito fiscale. Secondo le stime:

  • 🇫🇷 Francia -1,8% di entrate fiscali l'anno

  • 🇮🇹 Italia e 🇪🇸 Spagna -1,3%

  • 🇩🇪 Germania -0,7%

Per Paesi come Italia e Spagna, che già oggi si muovono vicino o oltre i limiti europei sul deficit, questo potrebbe rendere ancora più difficile rientrare nei parametri previsti.

L’Europa è pronta al caldo estremo?

Secondo Allianz, nessuna grande economia europea è davvero pronta ad affrontare il caldo estremo. Alcuni Paesi fanno meglio su singoli aspetti, come la Spagna per i lavoratori o la Francia per gli edifici, ma manca una strategia integrata.

I piani di adattamento esistono, ma spesso restano in parte inattuati per carenza di fondi, e si continua a intervenire soprattutto in risposta alle emergenze.

Anche le famiglie risultano poco preparate. Molte abitazioni non sono adatte al caldo estremo e i nuclei a basso reddito sono i più esposti, perché non possono permettersi sistemi di raffreddamento adeguati o costi energetici aggiuntivi.

Si parla in questo caso di “cooling poverty”, una forma di disuguaglianza climatica che si verifica quando una parte della popolazione non ha i mezzi per mantenere la propria casa a una temperatura sicura durante le ondate di calore.

Insomma…

Il caldo estremo ha smesso di essere solo un'emergenza sanitaria estiva e sta diventando una variabile macroeconomica strutturale, capace di erodere crescita, conti pubblici e investimenti per anni.

E il paradosso è che a pagare di più saranno proprio i Paesi del Sud Europa già alle prese con debito alto e margini di bilancio risicati. Adattarsi costa. Ma, come mostrano questi numeri, non adattarsi costa molto di più.

L'Italia è pronta ad affrontare il caldo estremo?

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