- il Punto
- Posts
- 🇪🇺 80.000 italiani vogliono lavorare per l'UE (e il motivo non è l'Europa)
🇪🇺 80.000 italiani vogliono lavorare per l'UE (e il motivo non è l'Europa)

Buongiorno! Questo è il Punto, la newsletter che ti spiega l’economia e l’attualità in modo semplice e veloce!
Ecco cosa offre il menù di oggi:
🇪🇺 80.000 italiani vogliono lavorare per l'UE (e il motivo non è l'Europa)
🛢️ USA e Russia: nemici sì, ma il petrolio è petrolio
IN COLLABORAZIONE CON: ING
😱 Freelance e autonomi: davvero dovete scegliere tra liquidità disponibile e rendimento?
Se hai una partita IVA, lo sai: i soldi ti servono pronti. Per le tasse, per i fornitori, per gli imprevisti. E allora li tieni fermi sul conto, rinunciando a qualsiasi rendimento.
Ma chi ha detto che devi scegliere?
Con Extra Money Arancio Business di ING, il conto deposito incluso in Conto Corrente Arancio Business, puoi avere entrambe le cose:
💶 Ottieni il 4% annuo lordo per 6 mesi sulla tua liquidità, fino a 100.000€
⚡ Sposti i soldi sul conto corrente in qualsiasi momento con un semplice giroconto, senza vincoli e senza penali
📱 Gestisci tutto dall'app ING: depositi e prelievi in pochi tap
Extra Money Arancio Business è il conto deposito dinamico già incluso in Conto Corrente Arancio Business. Nessun costo aggiuntivo, nessuna attivazione separata.
Rendimento e flessibilità, finalmente insieme. Che dici, ci dai un occhio?
Messaggio pubblicitario con finalità promozionale
Documenti informativi nei punti fisici e su ing.it/business
ITALIA
🇪🇺 80.000 italiani vogliono lavorare per l'UE (e il motivo non è l'Europa)

Oltre 170.000 iscritti per 1.490 posti nelle istituzioni europee: una partecipazione da record.
Ma il dato che sorprende ancora di più è che circa la metà dei candidati proviene dall'Italia... Un segnale forte di un Paese che, più che mai, sembra spingere i suoi giovani a cercare opportunità all’estero.
Cosa è successo?
L'ufficio europeo per la selezione del personale (EPSO) ha da poco chiuso le candidature per il concorso AD5, l'esame generalista che offre un posto a tempo indeterminato nelle istituzioni europee.
Si tratta di un concorso che non veniva bandito dal 2019 e il ritorno era molto atteso, tanto che la partecipazione ha superato ogni aspettativa:
📋 174.922 candidati totali, a fronte dei 60.000 inizialmente previsti
🏆 Solo 1.490 posti messi a concorso
📊 In pratica, solo 1 candidato su 117 ce la farà
Ma il dato che ha fatto più rumore è un altro: dei quasi 175.000 candidati, ben 79.450 sono italiani, circa il 45% del totale.
Per capire la portata del numero: il secondo Paese per candidature è la Spagna con circa 13.800, seguito dalla Germania con 11.700 e dalla Francia con circa 11.000.
Va precisato che la nazionalità non influenza i risultati dell'esame: i candidati vengono valutati esclusivamente in base alle loro performance nei test. Il bilanciamento per nazionalità può entrare in gioco solo dopo, al momento dell'assunzione vera e propria.
Ma perché così tanti italiani?
La risposta, per quanto scomoda, è piuttosto semplice: non si tratta di una passione sfrenata per il progetto europeo, ma della consapevolezza che un contratto stabile e uno stipendio da €6.000 al mese sono un miraggio per moltissimi italiani.
Quel dato non è solo una statistica isolata, ma il sintomo di un problema strutturale che il Paese si trascina da anni. Si chiama "fuga di cervelli", e le cause sono note:
📄 Precariato: nel 2025, su 6 milioni di nuovi contratti firmati, solo il 15% era a tempo indeterminato. In pratica, più di 8 contratti su 10 erano precari. Questo per i giovani si traduce in contratti rinnovati di 6 mesi in 6 mesi o, peggio ancora, in tirocini extra-curriculari che troppo spesso diventano solo un modo per avere manodopera sottopagata

🎯 Poca meritocrazia: le aziende italiane faticano a garantire percorsi di carriera che valorizzino davvero il talento, con figure senior che bloccano la crescita dei giovani
👥 Disoccupazione alle stelle: il tasso di disoccupazione giovanile oggi tocca il ~18,9% a livello nazionale
💰 Stipendi bassi: un laureato magistrale che va all'estero guadagna, ad 1 anno dalla laurea, €2.200 netti al mese, contro i €1.488 che prenderebbe in Italia (una differenza del 47,8%)

Non è solo una questione economica: è la possibilità di avere un lavoro stabile, un contratto vero e la libertà di pianificare il proprio futuro. Cose che per tantissimi italiani, soprattutto giovani, restano un lusso. Andarsene non è più una scelta coraggiosa o avventurosa: per molti è diventata quasi un passaggio obbligato.
E questo ci costa tantissimo…
È difficile stimare il costo effettivo della fuga dei cervelli per il nostro Paese, ma si parla di una cifra tra i €5 e i €15 miliardi l'anno…
…dovuti da una parte ai costi diretti (giovani formati nelle nostre università che poi pagano le tasse all'estero), e dall’altra ai costi indiretti, come la minor capacità innovativa delle imprese che non riescono ad attrarre giovani talenti.
A tutto questo, si aggiunge l’impatto demografico: questi giovani formeranno famiglia all'estero, non contribuendo così ad invertire un trend demografico che vede il nostro Paese invecchiare sempre più velocemente…
Ma esiste un modo per fermare questa emorragia?
Non esiste una bacchetta magica, ma servono soluzioni strutturali che agiscano alla radice. Alcuni esempi:
📊 Ripensare gli incentivi fiscali per il rientro, visto che quelli attuali non hanno funzionato granché
💡 Creare incentivi per prevenire la fuga, come ha fatto il Portogallo, che offre esenzioni fiscali fino a 10 anni per i giovani che restano a lavorare nel Paese
🔬 Aumentare i fondi per la ricerca, con borse di studio più consistenti per i dottorandi (per far sì che rimangano in Italia a dare i frutti delle loro ricerche)
🏢 Semplificare la vita a chi vuole fare impresa: l'Italia è tra i 10 paesi al mondo dove è più complesso avviare un'attività
Finché il nostro Paese non riuscirà a offrire ai suoi giovani stipendi adeguati, contratti stabili e prospettive concrete, Bruxelles (e tante altre città) continueranno a parlare italiano.
Cosa ne pensi di questa "fuga" verso le istituzioni europee? |
GEOPOLITICA
🛢️ USA e Russia: nemici sì, ma il petrolio è petrolio

Washington ha deciso di allentare le sanzioni sul petrolio russo fino all’11 aprile.
Sì, avete letto bene: gli USA permetteranno ad altri Paesi di acquistare greggio e prodotti petroliferi russi già in transito via mare, nonostante la lunga serie di sanzioni imposte in risposta alla guerra in Ucraina.
Il motivo? La guerra contro l'Iran ha fatto esplodere i prezzi dell'energia, e ora l'America ha bisogno di tutto il petrolio disponibile sul mercato.
Una situazione che ci fa riflettere su quanto la geopolitica mondiale sia complessa e, a volte, paradossale.
La guerra in Iran ha cambiato tutto
Dal 28 febbraio, Stati Uniti e Israele sono entrati in guerra aperta con l'Iran, un conflitto che ha già causato più di 2.000 vittime e destabilizzato tutta la regione.
La risposta iraniana è stata durissima: colpendo navi e infrastrutture nel Golfo Persico, ma soprattutto, bloccando di fatto lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi più cruciali per il trasporto del petrolio mondiale (circa un quinto del greggio globale transita da lì).

L’immediata conseguenza è stata un forte shock sui mercati energetici. I numeri parlano chiaro:
📈 Il Brent (riferimento europeo) ha superato i $100 al barile, +40% dall'inizio della guerra
⛽ La benzina ha raggiunto €1,80 al litro, ai massimi dal 2022
🛢️ Il diesel è schizzato a €2,05 al litro
L'Agenzia Internazionale per l'Energia ha definito questa crisi la "più grande interruzione di approvvigionamento petrolifero della storia". Per far fronte alla carenza, sono stati rilasciati record di riserve petrolifere: 400 milioni di barili a livello globale, con 172 milioni da parte degli Stati Uniti dalle proprie riserve strategiche.
Numeri impressionanti, ma che vanno messi in prospettiva: questi 400 milioni di barili equivalgono ad appena 3-4 giorni di fabbisogno mondiale, o a due settimane di quanto passava da Hormuz prima della guerra.
E così, Washington ha dovuto prendere una decisione difficile.
La mossa a sorpresa della Casa Bianca
Di fronte a un mercato in crisi, gli Stati Uniti hanno deciso di allentare le sanzioni sul petrolio russo, permettendo di acquistare carburante russo già in transito.
Una decisione che sembra quasi un paradosso, considerando che le sanzioni sono state imposte per limitare le entrate di Mosca e cercare di arginare il finanziamento della guerra in Ucraina.
L’obiettivo dichiarato della Casa Bianca è di garantire "stabilità nei mercati energetici globali", almeno nel breve termine.
Secondo il governo statunitense, questa è una misura temporanea, tesa a mantenere i prezzi sotto controllo. Trump stesso, durante una recente riunione con i leader del G7, avrebbe affermato che l'Iran è "sul punto di arrendersi". Una speranza che, però, sembra lontana dalla realtà.
La risposta di Mosca e le critiche internazionali
Mentre Washington giustifica questa mossa come una soluzione pragmatica e temporanea, Mosca ha accolto con favore la decisione. Kirill Dmitriev, inviato economico di Putin, ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno finalmente "riconoscendo l'ovvio": senza il petrolio russo, l'energia globale non può rimanere stabile.
Dal lato opposto, le critiche non si sono fatte attendere:
🇺🇦 Zelensky ha definito la mossa un "duro colpo" per l'Ucraina e una "concessione" che permetterà alla Russia di acquistare più armi
🇫🇷 Macron ha dichiarato che la chiusura di Hormuz "non giustifica in alcun modo" la revoca delle sanzioni e incontrerà Zelensky a Parigi per discutere come aumentare la pressione su Mosca
🇬🇧 Il Regno Unito ha annunciato che non seguirà l'esempio americano, avvertendo che Putin "non deve vedere questa situazione come un'opportunità per investire nella macchina da guerra"
Un paradosso geopolitico
Questa decisione di Washington racconta perfettamente uno dei paradossi della geopolitica contemporanea: pur essendo alleati nella lotta contro l'Iran, gli Stati Uniti sono costretti a fare concessioni alla Russia, proprio mentre quest’ultima continua la sua invasione dell’Ucraina. È una mossa dettata dall’urgenza, non da una strategia a lungo termine.
Il rischio è evidente: ogni barile di petrolio russo venduto è denaro che può essere utilizzato per finanziare la guerra di Mosca in Ucraina. Questo compromesso evidenzia quanto la geopolitica sia una danza complessa, in cui alleanze e nemici si intrecciano in modi imprevedibili.
Alla fine, mentre il mondo cerca di arginare una crisi energetica che sembra non avere fine, una cosa è certa: quando due conflitti si sovrappongono, a pagare il prezzo più alto è sempre l'intera comunità globale.
Secondo te, gli USA hanno fatto bene ad allentare le sanzioni sul petrolio russo? |

🇱🇧 Il governo libanese si sta mettendo contro Hezbollah (IlPost)
🌍️ Meloni continua un po’ a girarci intorno, sulla guerra in Medio Oriente (IlPost)

🗺️ Arriva un nuovo Google Maps (Skytg24)
🇺🇦 Leonardo sta per sperimentare in Ucraina il sistema di difesa Michelangelo (Wired)

:
🧠 L’intelligenza come una sinfonia, nasce dal coordinamento del cervello (Ansa)
🛰️ La missione europea Celeste pronta al lancio dei primi 2 satelliti (Ansa)

Il 15 marzo del 44 a.C. Idi di marzo: Giulio Cesare viene assassinato nel Senato durante i lavori di ristrutturazione della Curia da un gruppo di senatori romani;
Ti è piaciuta la Newsletter di oggi? |
Sei un brand e vuoi collaborare con noi? 💻️
Fai pubblicità in questa newsletter o sui nostri altri canali social per far conoscere il tuo servizio o prodotto ad una community di oltre 1 milione di persone! Contattaci ora!

