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🇮🇹 1992: i dodici mesi che hanno cambiato per sempre l'Italia

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  • 💸 I 3.000 miliardi nascosti dell'AI

ITALIA
🇮🇹 1992: i dodici mesi che hanno cambiato per sempre l'Italia

È il pomeriggio del 17 febbraio 1992, al Pio Albergo Trivulzio di Milano.

Sul tavolo tra Mario Chiesa, presidente dell'istituto e uomo di punta del PSI milanese, e Luca Magni, titolare di una ditta di pulizie, c'è una busta con 7 milioni di lire in contanti. È la tangente per l'appalto delle pulizie.

Magni fa quel lavoro da anni e sa che il sistema funziona così.

Ma questa volta a quell'incontro non ci è andato da solo: fuori dalla stanza ci sono i carabinieri e un PM di 41 anni che nessuno conosce, Antonio Di Pietro.

Quando Chiesa infila i soldi in tasca, le autorità irrompono. E lui, secondo il verbale dell'arresto, chiede di andare in bagno e prova a far sparire le banconote nello scarico del water.

È il 17 febbraio.

Alla fine dell’anno mancano ancora 10 mesi che cambieranno le sorti del paese per i successivi trent’anni.

Il "mariuolo" che decise di parlare

All'inizio Chiesa minimizza e aspetta che il PSI lo tiri fuori, come era sempre successo.

Ma i socialisti lo scaricano: Bettino Craxi lo liquida in pubblico come "una mela marcia", un mariuolo isolato.

Quando Chiesa lo scopre, capisce di essere stato sacrificato. E decide di vendicarsi con una frase che entra nella storia: "Se io sono la mela marcia, allora adesso vi racconto il resto del cestino."

Quello che racconta non sorprende nessuno, ma per la prima volta è messo a verbale. Ogni appalto pubblico era truccato a monte, il vincitore deciso a tavolino tra un cartello di imprese, e una quota tra il 3% e il 15% del valore tornava indietro come tangente, spartita tra i partiti secondo percentuali consolidate.

L'effetto domino è immediato. Gli imprenditori confermano, fanno nomi, e in poche settimane arrivano centinaia di avvisi di garanzia. Il pool di Mani Pulite accerta che sulla metropolitana di Milano le tangenti superavano il 10% di ogni appalto, con il risultato che il costo per chilometro era quattro volte quello della metropolitana di Amburgo, costruita negli stessi anni.

A luglio i magistrati arrivano al caso simbolo: la maxitangente Enimont, oltre 150 miliardi di lire distribuiti a quasi tutti i partiti. Di Pietro la chiamerà "la madre di tutte le tangenti".

Ma perché proprio nel 1992?

Perché per cinquant'anni quel sistema aveva avuto un salvacondotto.

Dal 1948 la politica italiana era stata costruita attorno a una sola priorità: tenere fuori dal governo il più grande partito comunista d'Europa. Questo aveva prodotto quella che gli storici chiamano "democrazia bloccata": la DC al governo ininterrottamente, gli alleati che cambiavano, ma il sistema che restava in piedi qualunque cosa succedesse. Gli scandali c'erano, ma si fermavano sempre alle responsabilità dei singoli.

Poi cade il Muro di Berlino, si dissolve l'Unione Sovietica e finisce la Guerra Fredda. E il salvacondotto scade.

Nello stesso momento arriva il colpo definitivo: il 7 febbraio 1992, dieci giorni prima dell'arresto di Chiesa, l'Italia firma il Trattato di Maastricht.

I requisiti: debito sotto il 60% del PIL, deficit sotto il 3%. Il nostro debito era già al 105%.

Quel sistema parallelo di poltrone, nomine e tangenti era costato migliaia di miliardi di lire l'anno, ma finché era servito agli equilibri della Guerra Fredda nessuno l'aveva toccato.

Ora era diventato un peso morto insostenibile.

2 giugno: il panfilo della Regina a Civitavecchia

Pochi mesi dopo, nella darsena di Civitavecchia, getta l'ancora il Royal Yacht Britannia, la nave personale della Regina Elisabetta.

A bordo non ci sono turisti, ma i rappresentanti delle più grandi banche mondiali e praticamente tutto il vertice dell'economia pubblica italiana: Ciampi, Andreatta, i dirigenti di ENI, ENEL, Telecom, Autostrade. A fare gli onori di casa c'è un giovane Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro.

Quel giorno non si firma nulla. Ma si definisce una direzione: per stare nel mondo che cambia, l'Italia deve risanare i conti, e l'unico modo è vendere i gioielli di famiglia.

Negli anni successivi vanno sul mercato le tre maggiori banche del Paese, l'Italsider di Taranto (che diventerà l'ILVA dei Riva), Telecom nel 1997, le Autostrade ai Benetton nel 1999.

Oltre €100 miliardi di incassi, che faranno scendere il debito dal 120% al 109% del PIL, quel tanto che basta per entrare nell'euro.

La notte in cui lo Stato mise le mani nei conti

Ma prima di arrivarci, l'Italia sfiora il fondo.

Per vent'anni la politica aveva risposto a ogni crisi aumentando la spesa pubblica: prima con la Banca d'Italia obbligata a comprare i titoli di Stato invenduti stampando moneta, poi, dopo il "divorzio" del 1981 tra Tesoro e Banca d'Italia, dovendo convincere il mercato.

Nell'estate del 1992 i rendimenti dei BTP arrivano a superare il 12%, le aste dei titoli vanno parzialmente deserte e allo Stato mancano i contanti per pagare stipendi e pensioni di luglio.

Nella notte tra il 10 e l'11 luglio, a Palazzo Chigi, il consiglio dei ministri è riunito da ore.

A un certo punto il presidente del Consiglio Giuliano Amato e il ministro delle Finanze Giovanni Goria si appartano per venti minuti.

Quando tornano, la decisione è qualcosa che non era mai successo nella storia della Repubblica: un prelievo forzoso del 6 per mille direttamente dai conti correnti degli italiani, retroattivo al 9 luglio per evitare la fuga di capitali.

Vale circa 5.700 miliardi di lire e viene deciso a mercati chiusi, comunicato solo quando ormai il prelievo era avvenuto.

16 settembre: il mercoledì nero della lira

Il prelievo forzoso, però, non basta a placare i mercati.

Anzi: vista da fuori, una manovra del genere dice una cosa sola, e cioè che l'Italia sta raschiando il fondo del barile.

Ad agosto Moody's declassa il debito italiano, un'asta di titoli di Stato va quasi deserta e la lira scivola di continuo contro il limite minimo consentito dagli accordi di cambio.

Siamo diventati l'anello debole della catena, e c'è chi se ne accorge prima degli altri.

Così, il 16 settembre, dal suo ufficio di New York, George Soros dà l'ordine.

Il suo Quantum Fund vende allo scoperto 10 miliardi di dollari di sterline. Londra crolla ed esce dal sistema di cambi fissi europeo. Nel pomeriggio, il mirino si sposta su Roma.

Ciampi tenta una difesa disperata: la Banca d'Italia brucia 48 miliardi di dollari di riserve per comprare lire.

Non basta. Il giorno dopo l'Italia esce dallo SME, la lira perderà un terzo del valore e lo spread con i Bund toccherà 770 punti base, un record mai più eguagliato, nemmeno nel 2011.

A chi lo accusa di essere uno squalo, Soros risponderà che la responsabilità non è di chi sfrutta le fragilità di un sistema, ma di chi le crea.

Cosa ci è rimasto del 1992

Alla fine di quell'anno l'Italia aveva perso la sua classe politica, un terzo del valore della sua moneta, e stava per mettere in vendita le aziende pubbliche che per cinquant'anni erano state la spina dorsale della sua economia.

Il problema è che demolire non è ricostruire.

Dopo il fascismo, l'Italia i conti col proprio passato li aveva fatti in modo esplicito: i partiti si erano seduti a un tavolo e avevano scritto una Costituzione nuova.

Nel 1992 non succede niente del genere. Il vecchio sistema viene smontato dai processi, non da un progetto politico: si decide chi deve pagare, ma non che Paese si vuole al posto di quello che sta crollando.

Il risultato è che sono cambiati i nomi, i simboli e i linguaggi, mentre i meccanismi sono tornati sotto altre forme.

E agli italiani, invece della fiducia in un sistema più pulito, è rimasta l'idea che tanto non cambia niente: basta guardare quante persone andavano a votare prima di Tangentopoli e quante ci vanno adesso.

Forse la vera lezione del 1992 è questa: senza un progetto alternativo, anche la rivoluzione più giusta rischia di lasciarsi dietro solo macerie.

Se vuoi scoprire tutti i dettagli di questa storia, non perdere il nostro ultimo video su YouTube! 👇

TECH
💸 I 3.000 miliardi nascosti dell'AI

Ogni trimestre le grandi aziende tech fanno a gara nel mostrare i loro capex record: miliardi su miliardi investiti in data center e chip per l'intelligenza artificiale. Ma raccontano solo una parte della storia.

Il Wall Street Journal ha letto le note a piè di pagina degli ultimi bilanci di nove grandi aziende tech e ha calcolato che, oltre a quello che dichiarano, ci sono circa $3.000 miliardi di impegni finanziari futuri legati quasi tutti all'intelligenza artificiale. Impegni che però non compaiono nei bilanci ufficiali.

Ma come fanno 3.000 miliardi a sparire dai bilanci?

Il meccanismo è più semplice di quanto sembri. L'azienda firma un contratto che la obbliga a pagare, ma che per le regole contabili non è ancora un debito.

I 3.000 miliardi si dividono in due categorie:

  • 🖥️ $1.900 miliardi di impegni di acquisto, cioè accordi pluriennali con i fornitori per bloccare in anticipo la produzione di chip e hardware. Però, finché il prodotto non viene consegnato, l'impegno resta fuori bilancio

  • 🏗️ $1.200 miliardi di leasing già firmati ma non ancora iniziati, quattro volte tanto rispetto a un anno prima. Anche qui, finché non si inizia a pagare il canone, l'obbligo non entra tra le passività

Per capire l'ordine di grandezza, le spese in conto capitale dichiarate (i famosi capex) valgono circa $600 miliardi nell'ultimo anno. Gli impegni fuori bilancio crescono molto più in fretta e valgono circa il triplo di quanto queste aziende devono tra affitti in corso e debito a lungo termine.

Ma come funziona esattamente? Il caso Hyperion

Per capire il meccanismo, basta guardare a Hyperion, il gigantesco data center che Meta sta costruendo in Louisiana, grande circa quanto 1.700 campi da football.

Meta lo sta costruendo, ma né il data center né i $27 miliardi di debito che ne finanziano la costruzione compaiono nel suo bilancio. Il motivo è come è stata montata l'operazione:

  • 🤝 La maggioranza della joint venture che possiede il campus è di fondi gestiti da Blue Owl Capital, società finanziaria di Wall Street

  • 💵 Il debito è stato raccolto con un'emissione di obbligazioni dalla holding che detiene quella quota

  • 🔑 Meta è socio di minoranza e soprattutto inquilino, e saranno i suoi canoni d'affitto a generare la cassa per pagare gli obbligazionisti

Meta ha firmato per affittare Hyperion per quattro anni dal 2029, con rinnovi possibili fino a 20 anni, e ha garantito che rimborserà gli obbligazionisti se non dovesse restare per tutti i vent'anni.

Ritiene improbabile di dover pagare quella garanzia, quindi non ha iscritto nessuna passività, e siccome l'affitto non è ancora iniziato, anche il leasing resta fuori.

Solo per gli affitti non ancora avviati, Meta ha dichiarato $347 miliardi di obbligazioni future.

E gli altri?

  • 🔍 Alphabet a fine giugno aveva $811 miliardi tra impegni di acquisto e obblighi contrattuali, contro i $332 miliardi di tre mesi prima, senza spiegare il perché di un salto simile. Si tratta soprattutto di "infrastruttura tecnica e magazzino" e di accordi per l'energia dei data center, alcuni dei quali arrivano fino al 2054

  • 🪟 Microsoft ha $329 miliardi di affitti firmati ma non ancora partiti, ai quali si aggiungono $229 miliardi di impegni di acquisto

  • 📦 Amazon si ferma a $137 miliardi di affitti non ancora partiti e $130 miliardi di impegni di acquisto

Ma quindi è un problema o no?

Qui le letture sono due.

Per gli ottimisti, la domanda di strumenti AI sta correndo al punto da creare carenze di hardware, e questo è la prova che i ricavi futuri arriveranno e basteranno a coprire tutti questi conti.

Per la parte più prudente di Wall Street, invece, i motivi di preoccupazione ci sono:

  • 📉 Alphabet e Amazon hanno chiuso i conti recenti con free cash flow negativo, cioè hanno speso in investimenti più di quanto abbiano incassato dalla gestione ordinaria

  • 🔒 Gli impegni di acquisto e gli affitti firmati, in gran parte, non si possono cancellare, quindi se le cose andassero male, le aziende pagherebbero per infrastrutture inutilizzate e dovrebbero indebitarsi ancora di più

  • 🏦 Secondo gli analisti contabili di Morgan Stanley, con impegni fuori bilancio sempre più grandi e complessi, per gli investitori è difficile capire quanto siano davvero indebitate queste aziende

Insomma, la corsa all'AI si sta finanziando anche con strumenti che nei bilanci non si vedono. Se le previsioni si avvereranno, i conti torneranno e nessuno si ricorderà di queste note a piè di pagina. Ma se anche solo una parte di quelle assunzioni si rivelasse sbagliata, quei $3.000 miliardi nascosti rischiano di trasformarsi da nota contabile a macigno.

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